Adriano Muzzi – Guerra

Dalla storia, non abbiamo mai imparato niente. Ecco il contributo di Adriano Muzzi per il progetto Racconti in Cassetta.

Il secondo sole, quello più piccolo, stava tramontando lentamente e le prime stelle luccicanti affioravano timidamente nel cielo fucsia. Nuvole viola, ricolme d’ammoniaca, veleggiavano tranquille in quel mare aeriforme.

Stavo sdraiato nella trincea che avevo scavato con le mie mani e che, probabilmente, sarebbe diventata anche la mia fossa. La terra inumidita dalla notte che stava calando, leggera e soffice come una carezza materna rassicurante, odorava di qualcosa che le mie narici non avevano mai sentito, prima d’atterrare in quel mondo ostile.
Ostile, quanto conteso da due razze, alle quali non apparteneva, e che anzi venivano da un’altra parte della galassia. Si sarebbero disintegrate una con l’altra solo per possedere quel sasso insignificante e privo di vita indigena. Io dovevo morire per un pianeta che non mi apparteneva, e uccidevo esseri di un’altra razza solo per conquistare un masso.
La storia non ci ha insegnato niente, gli errori fatti si ripetono, ritornano ciclicamente come una palla che viene lanciata con un lungo elastico.

Il cielo, ormai nerissimo, era pieno di stelle che disegnavano costellazioni sconosciute e misteriose. Il buio veniva squarciato da lontani lampi colorati: saette rosse ed esplosioni gialle illuminavano il terreno. Le astronavi degli alieni stavano attaccando per lo scontro finale.
Per noi era finita, era solo questione di tempo.

Un bagliore, una deflagrazione, un forte dolore alla spalla: mi avevano colpito. Una granata intelligente a frammentazione mi aveva scovato, la mia tuta atermica ormai non tratteneva più, come avrebbe dovuto, il calore del corpo.
Ora sarebbero arrivati, con i loro corpi mostruosi, flaccidi e con delle protuberanze da incubo. Per me era giunta l’ora di conoscerli di persona.
Guardai le tre lune allineate nel cielo esotico, per l’ultima volta.
Uno di loro mi fu addosso, era raccapricciante: solo quattro arti, carnagione molle e di uno sgradevole colore rosa. Due dischetti verdi immersi in un contorno bianco mi fissavano e io pensavo alla mia famiglia lasciata su Altair, pensavo che per colpa di quel Terrestre non l’avrei mai più rivista.
L’oscurità calò improvvisa e violenta.

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