Carissimi cari, o cari carissimi, svengo continuamente

Chi è M? Un autore capace di portarvi in un mondo parallelo, tanto vicino al nostro quanto inafferrabile, per una realtà che possiamo cercare ma che troveremmo soltanto dentro noi stessi. Ecco un suo contributo per Racconti in Cassetta.

Carissimi cari,
o cari carissimi,
svengo continuamente.

Ho provato a smettere in qualche modo di farlo ma è stato inutile. Dormire di più, mangiare di più, parlare di meno, ridere sommessamente, rasarmi i capelli, elargire un’elemosina agli zingari, praticare sport di squadra. Niente ha funzionato. Né il riposo, né il vigore, né l’aria alla testa o un buon karma, mi mancano. Ho dunque dedotto che il problema sia il tempo. Questo inutile, specifico stuzzicadenti infilato nella prostata dei miei sogni mi congela l’animo. Forse svengo per questo. E svenendo cresco. E crescendo invecchio! Ho già dodici anni. Non ne sono sicuro, ma giurerei che appena tre anni fa ne avessi 7. Contando a due mani non mi tornano i conti. A scuola non ne parlano nemmeno.
Sostengo che sia in atto un grandissimo inganno, e giacché nessuno di voialtri ne parla mai, mai vi ho suggerito di notare lo spaventoso, immenso, stuzzicadenti d’assoluto che martoriava la prostata dei sogni vostri. Ho taciuto tutto, come hanno fatto, ad esempio, Giorgio e Pietro, i mastini, che pure hanno dei sogni e delle prostate, e che avevano intuito prima di me che non c’era tempo per svenire. Quelli mica ce l’hanno la barba. Personalmente non posso reggere oltre, questo svenire è vita precaria, e mi ricorda costantemente che un giorno rinverrò con una barba ispida, un conto in banca esiguo, un figlio esigente, una moglie depressa, un lavoro inutile, rinverrò in ritardo, correrò a fare quello che non avrei mai dovuto fare, rinverrò abbottonandomi la camicia, pretendendo il Lexotan, rinverrò sperando di rimanere disteso, svenuto, più giovane. Non intendo giocare questa vita di intermittenze.
Siccome scivola via veloce, la mia struttura fisica, sui pavimenti del mondo, la congederei a sei piedi da terra. Ho già prescelto un punto, nell’orto. La soglia dei tredici anni mi raggela, preferisco che mi ricordiate così come sono ora, puro e incontaminato, senza una ruga e col colesterolo basso, sepolto con un vaso di Pandora mai scoperchiato tra le braccia, con un enorme desiderio di vivere mai mortificato dalla vita stessa.

Non desidero morire, ma ne ho il dovere, e così mi sono informato sulla morte: ho scoperto che si muore una volta sola, che si può amare da morire, che c’è chi muore per delle idee, addirittura ho sentito dire da Caterina Caselli che si muore un po’ per poter vivere. Francamente non ho capito. Io avevo un gatto, è morto investito. Per lui è stato decisamente più tragico che per Caterina Caselli, ma semplice a dirsi. Io preferirei morire per delle idee, ma non ho capito come devo fare. Di amare da morire non ne sono capace, il pensiero di innamorarmi per compiere un suicidio mi desta dall’amore stesso e mi deconcentro. Ho pensato di comperarmi le sigarette, ché quelle fanno morire. Però potrebbe non funzionare affatto, mio padre le fuma da venticinque anni inutilmente (deve sentire anche lui quella punta sulla prostata nel cassetto dei sogni).
Se trovaste questa lettera e io fossi morto senza ritorno, allora sappiate che mi sono rannicchiato in mezzo ai cavolfiori, nell’orto, e ho trattenuto il respiro più a lungo dei gelsomini di zia Caterina, e sono riuscito a vedere il cancello e l’uomo anziano seduto dinnanzi ad esso, che ero presente nella lista del Signore e avevo il cambio pulito per i secoli dei secoli. Se invece trovaste questa lettera e io fossi semplicemente svenuto, ve ne prego, svegliatemi direttamente quando sarò arrivato a novantasette anni. Almeno mi sveglierò e finalmente, per morire, dovrò fare molta meno fatica di così.

In fede,

M.

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