Ho visto un Re, era Fo.

La prima volta che lo vidi, cantava insieme ad un piccolo gruppo di amici. Starnazzavano, ridevano, si facevano seri e vedevano un Re. Ah beh, sì beh.

Lo conobbi già maturo nei suoi anni e nei miei, dunque, ciò mi rese ancora più curiosa. Scoprii che nacque, non sotto una buona stella, bensì sotto una luce ad occhio di bue ben più luminosa, la stessa luce che si spense ai suoi novant’anni.

Pensai fosse solo un momento di pausa, giusto il tempo di cambiare batterie al faro, ma il sipario si era chiuso, lasciandomi ad una prosperosa riflessione spontanea sulla cultura italiana.
Dario Fo, questo era il suo nome.
Dario Fo, quello che venne censurato dalla Rai talmente tante volte quante quelle in cui Sgarbi ripeteva la parola “Capra”. Quello che dedicò la sua vita al teatro ed alla necessità di una buona satira politica.

Sì, Dario Fo, l’uomo che vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1997.
L’uomo che cantava insieme a Celentano, Gaber, Jannacci e Albanese; che conosceva gli uomini e che sapeva farli ridere.
Dario Fo, che riusciva a far pensare a come tanto possono fare la cultura ed il teatro nella vita delle persone.

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