Dal diario di Zelda. La caotica vita di Zelda Fitzgerald

1o Marzo 1948

Caro diario,

mi resta poco tempo, le fiamme stanno raggiungendo la mia stanza, e io ho così tante cose da dire…

Il mio libro non è servito a nulla, mi hanno derisa, insultata, dato della pazza. Quel frocio di mio marito mi ha detto che ho plagiato il suo libro, sarà stato quell’altro frocio di Hemingway a mettergli in testa questa stronzata.
E dire che l’ho amato così tanto, il mio Scott… Credo di amarlo ancora, nonostante tutto, nonostante il suo alcolismo, il nostro amore tempestoso, nonostante la sua morte.
Per l’ultima volta, caro diario, voglio raccontarti quella che è stata la mia storia.
Senza fronzoli e senza baroccare le vicende, mi racconterò dall’inizio.

Sono nata e cresciuta in una famiglia per bene, dove solo mia madre supportava me e le mie decisioni. Mi adorava e mi amava persino quando iniziai a diventare quella che poi venne definita come “Flapper”, uno stupido nomignolo per definire una ragazza maschiaccio che beve e si diverte ballando il charleston, che ci sarà poi di male non lo so proprio.

Il periodo dell’adolescenza fu bello, ma mai quanto quello in cui conobbi il mio Scott. Lo ricordo come un’immagine nitida e onirica allo stesso tempo.
Era il 1918, ci incontrammo al ballo del Country Club di Montgomery, dove per tutta la sera parlammo dei nostri sogni. Fu un raro colpo di fulmine, Scott mi dedicò un suo personaggio mentre insieme, il 7 Settembre dello stesso anno, annotavamo il nostro amore.
Era tutto così perfetto… Ci divertivamo, bevevamo, ballavamo e facevamo festa, sempre insieme.

Il 3 Aprile del 1920 ci sposammo a New York, la città che ci riconobbe come gli “Enfants terribles  dell’Età del Jazz”. La società ci adorava, e noi adoravamo quel mondo, così pieno di luci e sfarzo, dove fate ed orchi attendevano la notte per uscire dalle loro tane e far festa nei “buchi” più in voga della città.
Successivamente rimasi incinta di una dolcissima creatura. Dissi a Scott che speravo fosse bella e stupida. Credo tutt’ora che la vita sia più semplice per delle belle e frivole ochette che dovranno pensare solo a qual’è l’uomo più ricco da sposare. Scott invece non perse un secondo in più e usò la mia frase per farla dire alla sua Daisy nel suo “Il Grande Gatsby”. Ah sì, ero io quella che l’aveva plagiato… Lo faceva spesso, usava le mie frasi, i miei atteggiamenti, perfino il mio modo di essere, per fare dei bei libri, ed in tutto questo io non potevo avere un ruolo definito nella mia stessa vita.

Gli anni passavano sempre più lenti per me e Scott, mentre il nostro rapporto d’amore mutava in un agglomerato di astio e risentimento puro.
Poi la sua amicizia con Hemingway, i suoi fallimenti come sceneggiatore, la morte di mio padre in Alabama, il mio libro, me stessa sui suoi personaggi, l’alcool, le feste, i tradimenti, Parigi, la mia schizofrenia.

Ora sono qui, caro diario, solo tu rimani stretto al mio petto in quest’ultimo mio soliloquio. Scott è morto, e con lui è morto il mito della coppia Fitzgerald.
Forse le cose sarebbero state diverse se ci fossimo sposati con l’alcool piuttosto che tra di noi, quel frocio di Scott… Forse saremmo potuti essere felici per sempre se la gelosia non avesse fatto da celata complice dei nostri talenti, o se ci fossimo amati e basta.

Caro diario, sento le fiamme raggiungere la mia porta, e con essa anche la mia anima, ti lascio dunque con l’ultima testimonianza di una schizofrenica in balia del suo ultimo lucido delirio.

Con amorevole affetto,
Zelda

Fonti:
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/eroina-musa-e-moglie-vita-zelda-quattro-romanzi-941694.html
https://it.wikipedia.org/wiki/Zelda_Sayre_Fitzgerald

Il presente racconto è frutto d’immaginazione dell’autrice Giulia Rizzo

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