Carissima Matilde

Molti autori di Racconti in Cassetta hanno preferito non rivelare il loro nome, lasciando che solo le parole del racconto parlassero per loro.

Carissima Matilde,

ho su di me un’ombra felpata, come il rovescio di una seppia, come il buio dietro il comò, come lo spazio tra i denti. E ne parlano tutti i giornali. Si tratta di Ebola.
Così facilmente lei si contraeva, se ci guardavamo andava bene. Le diedi un bacio.
Ricordando poi il sapore delle sue labbra, sentivo il sangue. Premevo le dita sui palmi e soffrivo, piangevo, svenivo. Ne parlavo con gli amici, mi dicevano “è l’amore”. Invece era Ebola.
Era diversa dalle altre, il tampax lo indossava a prescindere. Forse, pensandoci, mi dava fastidio. Avrei dovuto darle una sberla dal primo momento. Ma sai com’è, Matilde, quando la incontrai, su un aereo di linea, Ebola era uno schianto. C’era da rimanerci secchi. Ogni volta che la guardavo, pensavo di non aver mai potuto scorgere in uno stesso essere vivente così tanta pace estetica. E poi di nuovo, ritrovandola con lo sguardo, ne trovavo di più, ancor più necessaria. Lei disse “se ci guardiamo va bene”. Era così sicura e a sua volta così preoccupata. Avrei dovuto notare qualcosa di sfocato nella sua anima, ma mi persi tra le sue tette.
Quando se ne andò, fu appena la mattina dopo. Era rimasto solo l’altro, il risvolto africano della storia, il racconto di una terribile sfortuna tropicale che potrebbe capitare solo a gente sorteggiata a caso dai figli bendati dei proprietari delle case farmaceutiche, e di come invece sia capitato proprio a me di farmi un’avventura con la più insospettabile delle fonti di infezione: una hostess portoghese. E ora una fastidiosa febbre si trasforma progressivamente nella più assoluta quarantena.

Ma non voglio appesantirti con i miei problemi personali.
Bisogna guardare il lato positivo delle cose, e in questo caso l’unica certezza che riesce a rasserenarmi è che moriremo tutti, per cui il vostro vantaggio su di me sarà piuttosto breve. Come è arrivato a me, il virus si spargerà tra tutti coloro che Ebola l’hanno solo sfiorata, passando per strada, e ciascuno di loro contagerà chiunque, come una macchia di vino in espansione nel tovagliolo. Così, a quanto pare, l’umanità è sotto scacco. E la causa di tutto questo è una giovane hostess portoghese col tampax.
Forse penserai che non ha senso, ma che cosa ha senso? La storia è finita, cara Matilde, ce la portiamo via, e questa consapevolezza rende inutile ogni gioia ed ogni pena. Sai, prima, quando ero sano, volevo essere moderno, avere almeno un paio di scarpe marroni ed evitare sempre le pozzanghere e i sentimenti; ma ora è tutto lo stesso. Magari vorrei evitare la quarantena, trovare qualcosa per cui valga la pena campare, che so, entrare in un bar, domandare una cioccolata e poi due birre, passare la mano su tutti i vetri appannati, causare lo sbadiglio generale durante una fila alle poste, pisciarmi i pantaloni, dare un calcio a un lampione con l’alluce e contare il tempo che misura il dolore.
La vita è bella solo quando fai un passo indietro e la guardi. Ma se il passo è troppo lungo, sei morto. E ora spero quasi inconsciamente che una cura non si trovi, sette miliardi di lattanti che si addormentano, e le luci della Terra che si spengono, e immagino che l’ultimo rumore che si propaga sul mondo sia l’applauso del pubblico fuori dal palco. Ancora un piccolo sforzo, Matilde, appena le battute finali, e poi sicuramente qualcuno ci offrirà l’amaro da un qualche belvedere silenzioso e ventilato, e ricorderemo con rinnovato affetto il fetore e la precarietà della vita umana.
Aspettando di conoscere le complicazione della tua prossima degenza, ti saluto.

Con tanto affetto, desolazione e virus,

Boelio

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