Lèzere intervista Davide Piras

Presi presto l’abitudine di ricercare i luoghi della mia infanzia, ogni volta che avevo occasione di tornare al mio paese. Accadde così che, in un giorno assolato di settembre, mi ritrovai davanti al campo da calcio che tanto aveva alimentato i miei sogni di diventare un campione. Sognavo le interviste che mi avrebbero fatto, con la telecamera a inseguire i miei ricordi. E invece, quel giorno, fui io a porre le domande. Un gruppo di giocatori dalle maglie spaiate si divincolava nel polverone che pareva generato da una tempesta, più che dallo scalpiccio sulla terra battuta. Tra tutti, svettava per fisicità ed esuberanza un ragazzo: correva davanti a tutti, incitava i compagni e, per ognuno, aveva sempre una battuta pronta. La sua voce l’avrei distinta tra mille, sembrava uscire dalle profondità della terra, la mia terra. Lo aspettai sull’uscio degli spogliatoi come meglio si conviene a un giornalista sportivo d’arrembaggio. Eppure non di calcio volli parlare, ma di un’altra passione che tanto ci accomunava.

Così oggi, amici di Lèzere, vi presento Davide Piras.

Ciao, Davide. Parlami di te, presentati!

Salve. Sono un ragazzo di 35 anni, padre, marito, molto appassionato di libri e scrittura, oltreché di caffetteria, vini e birre di nicchia ancora tutti da scoprire.

Non a caso nel nostro paese, a Terralba, hai aperto un caffè letterario: il Dorian Gray. Cosa ti ha spinto a compiere questa scelta?

Vengo da studi tecnici e per quindici anni ho lavorato nel settore dell’edilizia. Non ho vergogna di ammettere che odiavo il mio lavoro. Svegliarsi la mattina per svolgere un lavoro che si ritiene insoddisfacente è un supplizio. E così, approfittando di un periodo di disoccupazione, dopo la chiamata di rientro nell’impresa ho deciso di non presentarmi più in cantiere. Ho seguito istinto e cuore, cercando di creare un connubio tra il lavoro e la mia passione. Ho rischiato tanto, è vero, ma la scelta è stata ponderata in ogni sua sfaccettatura. Le mie sono passioni ma soprattutto competenze acquisite in anni e anni di fitto rapporto con tutti gli attori della filiera del libro, mentre per il reparto caffetteria ho dovuto riprendere a studiare e applicarmi, servendomi della collaborazione di personale già esperto.

Hai mai pensato che questo fosse un modo per promuovere la lettura? In fondo aumenti le possibilità che il potenziale lettore, uscito di casa per prendersi un caffè, venga a contatto con il mondo dei libri.

Sì, ci ho pensato tante volte. Amaramente, dico che si trattava di utopia. La mia attività si divide in Libreria e Sala bar. Il bilancio che è venuto fuori dopo i primi sette mesi di attività parla del settore libreria praticamente immobile. Il fatturato viene fuori per il 98% dalla sala bar. Se avessi aperto solo la libreria avrei già chiuso, per via dei costi impossibili da coprire con gli incassi derivanti da una vendita irrisoria di titoli, e parlo anche di novità. Influisce l’acquisto online con sconti che la piccola libreria non può permettersi, ma anche la totale idiosincrasia dei giovani verso il libro, visto ormai come un oggetto da odiare per via del sistema scolastico completamente da rifondare. Spero che con le presentazioni e le iniziative culturali la situazione migliori. Lo spero soprattutto per il mio paese… E per me.

Te lo auguro con tutto il cuore, Davide. Tuttavia i dati sulla lettura sono impietosi. In Italia meno di un italiano su due ha letto un libro nell’ultimo anno. Tra i lettori, la maggior parte ha letto appena un libro in dodici mesi. Qual è la tua opinione? Pensi che si debba o possa far qualcosa per promuovere la lettura?

La promozione della lettura deve partire dalla scuola. Iniziative come #Ioleggoperché servono solo a instillare l’idea che un libro abbia poco valore e lo si debba avere gratis. Cambierà qualcosa quando i giovani vedranno il libro come uno svago, un piacere al pari del videogame o del cinema, e non più come un’imposizione. Per i ragazzi, “libro” è sinonimo di “scuola” e di “noia”, non vengono neppure sfiorati dall’idea che ci si possa appassionare a una storia scritta quanto a quelle proiettate sullo schermo della tv. Non ho una soluzione. Se ce l’avessi sarei il genio che non sono. Sicuramente, oltre alla scuola, anche la tv, almeno quella pubblica, dovrebbe eliminare programmi spazzatura e riprendere la trasmissione di palinsesti di forte impatto culturale.

Ma al di là dello svago, perché promuovere la lettura? Pensi abbia benefici sul singolo, sulla società?

La lettura sviluppa l’individuo in ogni aspetto: accresce la sensibilità, le conoscenze, apre la mente, ci aiuta nelle scelte quotidiane e ci tutela dall’ignoranza, la quale è la prima causa di miseria. La lettura di un libro profondo – un capolavoro, per dirla in termini spicci – può spostare di alcuni gradi la coscienza di una persona. Promuovere la lettura è il primo passo per garantirci una futura generazione di ragazzi che avranno gli strumenti per sbagliare il meno possibile nella gestione di un Paese come l’Italia che sta andando allo sfascio.

Italia, paese di luoghi comuni. Che pensi dell’affermazione “in Italia ci sono più scrittori che lettori”?

Non credo sia proprio così. Mi pare più un luogo comune derivante dalle lamentele degli editori, i quali spesso accusano di ricevere più manoscritti illeggibili di quanti non siano invece i libri che riescono a vendere. Ma ci dimentichiamo che i canali di lettura non sono solo le librerie: esistono le biblioteche, che acquistando un libro dànno da leggere a decine di persone che non lo compreranno; esistono le bancarelle dell’usato; esistono i prestiti tra amici. I dati della lettura non vanno elaborati basandosi solo sulle vendite. Direi che la percentuale di quelli che scrivono è alta, ma è ancora più alta la percentuale di quelli che, tra questi aspiranti scrittori, inviano ostinatamente i propri manoscritti senza un’adeguata formazione, e soprattutto senza consultare il catalogo degli editori, intasando le redazioni con materiale inadatto alla pubblicazione da parte di determinate case editrici. Certamente l’Italia è un popolo di artisti, ma non tutti hanno l’ambizione di scrivere. Io ho tantissimi amici, in mezzo a essi c’è una minima parte che scrive, mentre una grande fetta legge. Se non sono l’eccezione che conferma la regola, il luogo comune è presto smentito.

Hai esordito nella grande editoria con il tuo ultimo romanzo, Terra Bianca. Cosa puoi dirci a proposito?

Si tratta di un romanzo su base storica, ambientato tra Cagliari, Parigi e Terralba, nell’arco di tempo che va dai bombardamenti del 1943 alla legge Mariotti emanata nel 1968. Racconta il rapporto tra due bambini, Giulio e Saverio, uno orfano e l’altro affetto dalla sindrome di Down. Le loro vicende sono il traino di tutto il romanzo.

Sei uno scrittore e chiedertelo potrebbe essere banale, ma dimmi: perché per te scrivere è importante?

Ho sempre scritto. Non saprei immaginarmi senza una penna in mano a ideare storie. I personaggi che creo per me sono vivi: li amo e li odio come se li conoscessi da sempre. Scrivere è la mia forma di comunicazione col mondo, più della parola stessa. Esternare le proprie emozioni attraverso un romanzo è più facile. O almeno lo è per me.

Che consigli vuoi dare a chi cova il sogno della scrittura?

Non mi piace tanto dare consigli perché io stesso ho necessità di riceverne. Quello che mi sento di dire è però di credere in se stessi e nelle storie che si creano. Alla base di tutto però c’è lo studio: leggere non solo per diletto ma farlo in profondità. La lettura è la palestra migliore per la scrittura. L’importante è essere se stessi, non cercare mai di imitare nessuno. D’altronde le storie sono state tutte già scritte, ma è il modo in cui si scrivono a fare la differenza. Per concludere, se avete l’aspirazione di vedere il vostro libro negli scaffali delle librerie, beh evitate gli editori a pagamento: butterete solo dei soldi e la vostra opera finirà solo nella libreria polverosa di amici e parenti. Tentate di arrivare a un editore vero, di quelli che pagano il lavoro dell’autore anziché chiedergli dei soldi per una pubblicazione.

Condivido assolutamente: vade retro editoria a pagamento! E con questo ti ringrazio, Davide. Grazie per aver portato la tua testimonianza agli amici di Lèzere!

Per me è stato un piacere. Grazie. Un saluto.

A.A.A. Attenzione, amici lettori. La parte introduttiva del presente articolo è frutto della fantasia dell’autore… che poi sarei io. Che poi, fantasia fino a pagina due, solo perché non ho cinquant’anni e non manco dal mio paese da quaranta! Ma verrà il momento in cui calpesterò con nostalgia i luoghi della mia infanzia. Comunque l’intervista, al contrario dell’incipit, è del tutto reale.

In fede

Il vostro affezionatissimo

Filippo Puddu

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