Adriano Muzzi, Fermata d’autobus

Adriano Muzzi ritorna a farci visita con un altro contributo per Racconti in Cassetta, una storia nella quale chi ha fatto il pendolare può facilmente immedesimarsi.

Stava lì, come tutte le mattine, racchiusa, a “doppia mandata”, nel suo cappotto marrone, con un cappello di lana e una sciarpa rossa che facevano intravedere solo il nasino e gli splendidi occhi.

Erano anni che la guardavo e la desideravo senza riuscire a dire una parola, a fargli un sorriso, un gesto.

Ogni giorno, uscendo dalla mia piccola casa, speravo che Lei fosse lì, che stesse bene.

Il periodo peggiore era quello delle ferie. Cercavo di fare coincidere le mie con le sue, ma non sempre era stato possibile.

Poi arrivava il suo autobus e tutto finiva, tutto diventava grigio e freddo. Il mio passava dopo, ma io, ovviamente, arrivavo sempre molto in anticipo. Il sonno in meno era un sacrificio piacevole e necessario, sempre di più.

Ma ora basta. Avevo deciso. Dovevo prendere coraggio e dire qualcosa per conoscerla, o almeno provarci. Certo, c’era il rischio di un rifiuto che avrebbe affossato ancora di più la mia vita inutile, ma dovevo provare.

Ci pensai parecchio, alla fine decisi e scelsi la cosa più banale: le avrei chiesto l’ora e poi … e poi si vedrà.

Quella mattina lasciai a casa il mio Omega e m’incamminai, tremando, alla fermata. Non tremavo per il freddo.

Lei era lì, come sempre. Immutabile, bellissima, come una statua greca.

Mi sedetti sulla panchina scarabocchiata, mi rialzai, mi risedetti. Era il momento, adesso o mai più ! La guardai e …

Lei disse, con occhi dolcissimi: “Scusi mi sa dire che ore sono?”

Quel giorno non avevo l’orologio, ma sono sicuro che il tempo si fermò. Per l’eternità.

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