Intervista a teatro per Mariagiovanna Grifi

Caro teatro, sempre così lontano e inafferrabile. Mi hai accolto tra le tue mura così poche volte che le dita di una mano mi bastano per contarle. Sei tu a non demordere, a chiamarmi nei miei sogni, a comparire davanti alle mie scarpe mentre cammino sul marciapiede a testa bassa, alla ricerca di un filo di tranquillità. Mi rincorri e mi mandi messaggi, come questo libro che trovo ora tra le mie mani. Così, costretto ad alzare lo sguardo, non posso fare altro che ammirarti nelle alte mura, maestose anche quando le luci alle tue finestre non parlano.

Hai lasciato l’uscio aperto, per me.

Avanzo claudicante nei tuoi meandri. Ho paura. Ma la fioca luce che viene dal palco mi rassicura come il fuoco del camino di casa. Prendo posto in prima fila. Vorrei continuare imperterrito a ignorarti, mi punto il libro in faccia e mi perdo nel volto dell’autrice in quarta di copertina. La trappola che mi hai teso è stata assai arguta, teatro, e seppur colto nel sacco mi compiaccio nel cadere nel sonno e trovarmi a fianco una scrittrice figlia tua.

Ciao, Mariagiovanna! Presentati ai lettori di Lèzere.

Salve a tutti, sono Mariagiovanna Grifi, ho 36 anni e amo la cultura in generale.

Ho trasformato tutti i miei hobby in lavoro perché sono una di quelle che crede ancora possibile realizzare sé stessi nel lavoro senza accontentarsi di altro.

Il primo hobby è insegnare (giocavo a farlo sin da piccola). Sono educatrice e insegno scienze umane alle superiori.

Il secondo hobby è il teatro, ho frequentato un dottorato di ricerca, collaboro con varie compagnie (soprattutto come ufficio stampa) e con alcune testate giornalistiche come critico teatrale; il mio primo libro, infatti, è frutto di un lavoro di ricerca su una delle prime commediografe italiane.

Il terzo, appunto, è la scrittura, non a caso ho preso il tesserino di giornalista pubblicista e mi diletto a scrivere da sempre: è un modo per esprimere me stessa, mi fa sentire bene ed è un ottimo modo per conoscermi sempre di più. Dopo aver seguito tanti corsi e laboratori ho deciso di proporli ai bambini, con la volontà di distaccarsi dal concetto di scrittura prettamente scolastico e “faticoso”.

Possiamo allora dire che non sia un caso che tu sia andata a creare un’associazione culturale e che questa, tra le altre cose, si occupa di laboratori di scrittura creativa nelle scuole elementari. Parlaci un po’ della tua associazione e di questa iniziativa.

Dopo aver frequentato insieme un Master di Psicologia scolastica e Disturbi dell’Apprendimento, ho fondato l’associazione culturale Sophia e Creatività con la pedagogista e maestra d’arte Serena Giappichelli, con lo scopo di promuovere la crescita della persona attraverso l’arte e la cultura come principali strumenti di formazione dell’individuo, adulti e bambini. Siamo partite dal sostegno scolastico e dalle nostre competenze con i DSA (disturbi specifici dell’apprendimento nda.), per poi dedicarci anche ai laboratori artistico-creativi. Ci stiamo attualmente concentrando molto sulla scrittura creativa, sull’arte, sulla lettura, sull’educazione alle emozioni e sulle tecniche di comunicazione. Lavoriamo con passione e questo probabilmente è il motivo per cui le nostre iniziative sono entrate subito nel progetto formativo del Comune Le Chiavi della Città: saremo impegnate tutto l’anno presso scuole primarie e secondarie di I grado con i nostri laboratori. Nel frattempo stiamo allargando la nostra équipe professionale coinvolgendo nei progetti anche psicologi, psicoterapeuti e altri operatori.

Perché è importante la scrittura per te, perché è importante invitare gli altri, perfino i bambini, a scrivere?

Innanzitutto la scrittura non è solo un’abilità scolastica, ma è soprattutto un processo di problem solving che coinvolge più processi cognitivi, è una competenza di vita, come la lettura. Noi scriviamo e leggiamo tutti i giorni, durante le nostre attività quotidiane. Leggere e scrivere ci permettono di compiere azioni importanti e di risolvere problemi. Inoltre, la scrittura nasce con la funzione primaria di comunicare e di esprimere sé stessi. È uno dei principali strumenti che usiamo per entrare in relazione con gli altri e per conoscere la realtà, ancora di più oggi con lo sviluppo delle nuove tecnologie. Ma la cosa per me più importante, e che mi ha spinto a proporre la scrittura creativa anche con i bambini, è che la scrittura è liberazione, è creatività. Tramite la scrittura possiamo creare mondi, possiamo trasmettere emozioni, possiamo liberarci di tutti i nostri tormenti e paure, possiamo esprimere il nostro essere più profondo. La scrittura è un’attività piacevole, a differenza delle convinzioni che si hanno. Io, nel mio piccolo, vorrei cercare di far capire a tutti, partendo dai bambini, quanto sia divertente e liberatorio scrivere.

In te è forte l’idea della scrittura come terapia. Puoi spiegarci?

Appunto, è quello che dicevo poco fa. A volte è difficile esprimere a voce quello che proviamo e quello che siamo, o perché siamo bloccati oppure perché magari non ne siamo consapevoli. La scrittura, invece, se spontanea (non legata quindi allo studio), diventa “automatica”, è come se la nostra anima entrasse direttamente in contatto con la penna (o le dita sul pc) in modo tale da lasciar fluire pensieri ed emozioni liberamente. In momenti difficili della mia vita mi sono accorta che scrivendo esprimevo cose che mai e poi mai avrei detto e neanche pensato. Eppure mi appartenevano. E dopo aver scritto mi sentivo meglio. È una sorta di catarsi. La scrittura ha una grandissima funzione catartica. Non a caso si usa anche in terapia (come il teatro, l’arte, la musica).

Possiamo dire che la scrittura fa parte di te stessa. Recentemente hai pubblicato il libro Chiamatemi Paola Riccora, di che si tratta?

Sì, quest’anno ho pubblicato il mio primo libro con la casa editrice Ilmondodisuk. È la storia romanzata di Paola Riccora, una delle prime commediografe italiane che ha debuttato nel 1916. Il suo nome è incomprensibilmente sconosciuto, eppure ai suoi tempi (e per circa 60 anni) era famosissima in tutta Italia. Ha scritto commedie per attori e attrici che tutti conosciamo (i De Filippo, Raffaele Viviani, Dina Galli e Paola Borboni, per esempio). Addirittura il primo testo drammatico che Eduardo ha portato in scena con grande successo è suo, prima che diventasse famoso. Ho trovato articoli in cui si parla di lei come “la donna che lanciò i De Filippo”, recensioni che definiscono Eduardo una “rivelazione” grazie alla sua commedia. Tutti aneddoti “insabbiati” che ho riportato alla luce con un’accurata ricerca d’archivio e con lo studio dei documenti. Il libro è scritto in modo semplice, per tutti, con lo scopo di raccontare di questa donna straordinaria, ma in nota ci sono tutte le fonti per chi invece è del settore. Anzi, ne approfitto per dire che lo presenterò a Firenze il prossimo 15 dicembre alle ore 21 nel complesso di San Salvi, presso la compagnia Chille de la Balanza. Con me ci sarà anche la docente universitaria Cristina Jandelli e gli attori della compagnia Futura Teatro diretta da Vincenzo De Caro.

Quando si parla di scrittura, inevitabilmente, si parla di lettura. Puoi definirti un’accanita lettrice?

Sono stata un’accanita lettrice sin da piccola. Ho cominciato a leggere Shakespeare alle medie e Dostoevskij al primo anno di superiori con estrema semplicità. Divoravo libri in pochi giorni e mi perdevo nelle pagine. Purtroppo, cominciando a studiare per l’università e continuando poi con master, dottorato e insegnamento, le mie letture ora sono soprattutto di tipo manualistico e saggistico, non trovo molto tempo per lasciarmi andare alla lettura spensierata. Però, quando capita, ancora leggo libri di molte pagine in poco tempo. Vengo completamente catturata da loro. Non ci sono dubbi che leggere e scrivere vadano di pari passo e che per saper scrivere è necessario leggere tanto. Però credo che per entrambi debba essere un’attività libera, perché quando guidata dagli adulti (per esempio nella scelta dei libri) diventa un obbligo e allontana dal vero piacere che la lettura e la scrittura possono dare.

Perché, secondo te, leggere è importante?

Leggere è importante per scoprire il mondo e per imparare a scrivere. Ma è anche importante per il benessere personale, può essere un modo per distrarsi dai problemi quotidiani o per trovare nei libri risposta a questi problemi. Attraverso la lettura si entra in contatto con altre persone (prima di tutto l’autore) e si innesca un confronto umano che può solo giovare. I libri ci raccontano sempre qualcosa di noi stessi, infatti si fa sempre più largo anche la libro-terapia. La funzione catartica della lettura è utilizzata dagli psicoterapeuti perché è più facile distaccarsi da sé e guardare i nostri tormenti, le nostre paure, i nostri problemi nell’altro. Un esempio sono le fiabe per i bambini. In esse loro si identificano con il personaggio “buono” e attraverso le sue avventure rivivono le difficoltà che devono affrontare durante la crescita. È come se si prendesse coraggio dall’esempio degli eroi. E questo vale anche per gli adulti. Io sempre, quando leggo un libro, mi rispecchio in alcune cose e ho modo di ripensarci più lucidamente e affrontare meglio la vita.

L’Italia è notoriamente un paese di non lettori. Cosa pensi si potrebbe fare per promuovere la lettura?

La risposta non ce l’ho. Non sono così presuntuosa. Il fatto che le persone leggano meno è conseguenza di tutti i cambiamenti sociali e culturali che ci sono stati. Il declino culturale dipende da talmente tanti fattori che per risolverlo bisognerebbe occuparsi di tutto (compresa la politica e l’economia per intendersi). Penso però che ci sia ancora tanta gente che ama leggere, non sono così pessimista. È una passione che sembra affievolirsi e poi si rinnova, così come l’arte. Ognuno di noi può impegnarsi a promuovere la lettura, anche solo parlando dei suoi benefici agli altri. Sicuramente lo scopo dei nostri laboratori nelle scuole è quello. Partire, con i piccoli, da un’educazione alla lettura come piacere. Vale anche per i tanti eventi che vengono organizzati per far leggere le persone insieme. Credo che la chiave sia organizzare bene questi momenti di condivisione, perché a volte si fanno giusto per fare, ma non c’è passione, o si parte demoralizzati, e questo rende l’impegno vano. Quando credi veramente in qualcosa chi ti ascolta lo sente e ne viene investito.

A.A.A. Attenzione, lettori. La parte introduttiva di questa intervista è interamente frutto dell’immaginazione dell’autore. Perché no, non ho incontrato veramente l’autrice in sogno, mentre dormivo a teatro. Eppure sono riuscito a contattarla comunque, a farle delle domande e avere delle risposte: le nuove tecnologie fanno miracoli.

Sempre vostro

Filippo Puddu

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