A principio dell’arte – Le muse inquietanti, Giorgio de Chirico

Vi è mai capitato di ritrovarvi a sognare qualcosa di così intenso, così forte, da sembrare reale? Uno di quei sogni a cui ci si abitua, nei quali ci si trattiene volentieri, anche dopo aver strabuzzato gli occhi, ed essersi resi conto che era solo frutto della propria immaginazione.

Giorgio era uno di quelli che ne faceva tanti, di sogni simili.
Ogni giorno, al ritorno da scuola, si rifugiava nella sua camera, chiudeva la serratura metallica della porta, e dopo aver lasciato cadere lo zaino sulla sedia vicino la scrivania, crollava sul letto.

Che ne ricordasse, non era mai andato a dormire senza la consapevolezza di ritrovarsi, di lì a poco tempo, all’interno di uno dei suoi fantastici e irrealizzabili sogni.

Lui che era un ragazzo semplice, senza particolari talenti e capacità, sapeva, una volta chiusi gli occhi, di poter essere chiunque. Si ritrovò in uno spiazzale deserto, con le suole delle converse contro il pavimento marmoreo del suddetto. Al centro della piazza, la statua di un uomo senza volto, di quelle antiche, tipicamente appartenenti al passato, sebbene Giorgio non avesse idea di che epoca potesse trattarsi.
Rimase fermo per diversi minuti, passando in rassegna l’ambiente ove si era ritrovato quella volta. Soffiava un leggero vento che trasportava con sé sabbia, gli sembrava di poterla sentire, ogni singolo granello, contro il viso, a sferzargli le guance, costringendolo talvolta a socchiudere gli occhi.

Prese fiato, gonfiando la cassa toracica e sollevando il viso a quello -mancante- della statua, solo dopo un po’ si rese conto che, oltre quella struttura, c’era una persona. Era una donna in carne, dalle forme, una curvilinea figura bianca seduta su una panca, in solitaria.
La donna, parve come rinvenire al suo arrivo, lo accolse con gioia, e lui per una volta, si sentì amato.

Trascinò i piedi sul marmo, quel giorno, camminando tra manichini e vecchi castelli rossi, impolverati di sabbia dello stesso colore. Avrebbe giurato che quello fosse il sogno più strano della sua vita – lui era abituato a vedere i palazzi grigi, o al massimo bianchi, poche sfumature cromatiche per decifrare i contorni di edifici e persone, quel giorno, invece, il mondo gli apparve essere come lui lo aveva sempre desiderato: a colori. I manichini si risvegliarono, e lo seguirono verso il castello rosso, ove era atteso da altrettante creature.

Immaginò di poter essere il sovrano di quelle terre, proprio lui che a scuola era sempre l’ultimo, in casa quello meno considerato.

Al risveglio, aveva la bocca impastata e la cruda consapevolezza di essere tornato quello di sempre. Iniziò a mettere su carta quanto aveva sognato, perché ora come non mai desiderava essere parte di quel mondo confuso, in cui però si sentiva importante. Iniziò a disegnare ogni suo dettaglio, per essere sicuro di non dimenticarlo mai, e non lo fece, anche quando, con gli anni, scoprì che la realtà non poteva essere sostituita con i sogni. Attraverso i suoi quadri egli fece scoprire al mondo la presenza di quell’universo, il suo universo.

 

Giovanni Tartaglia

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