Intervista a Ivan Tresoldi – Parte Prima

Mi piacerebbe poter raccontare di avere conosciuto Ivan per strada, quando, tre settimane fa, portando il cane a pisciare nell’assolato pomeriggio di una domenica senza lavoro, mi sono imbattuto in un ragazzo che, con pennello in mano, scriveva poesie nella saracinesca del Tabacchi di fiducia. Ma le cose non sono andate così. Eppure, è proprio grazie alla sua presenza per le strade che ho saputo dell’esistenza di Ivan. Il passa-parola è un fenomeno fantastico, sappiatelo e spargete la voce. Così oggi, su Lèzere, vi diamo in pasto la prima parte della nostra lunga e intensa chiacchierata.

 

Ti definisci “poeta e artista”. Come possiamo spiegare alle persone che non ti conoscono chi sei e cosa fai nel concreto: basta dire che scrivi poesie sui muri delle città di tutto il mondo?

 

Sì, anzi credo che sia una definizione meno formale di quella che ci siamo appena dati, cioè quella di poeta-artista, anche perché la poesia sta nell’animo di chiunque, non è una professione ma è un’inclinazione dell’animo. Poi io di mestiere faccio anche altre cose differenti legate all’imprenditoria culturale, alla comunicazione, alla formazione degli individui. Però la mia attività espressiva predominante è la scrittura per il senso della parola. Quindi sarebbe bene dire che scrivo poesia, non solo sui muri delle città, che non è manco un lavoro per come la vedo io, è una necessità umana, personale, di solito di una comunità e da una comunità a un contesto sociale allargato, di uno stato, di una nazione ma non intesa nei suoi confini politici che sono una invenzione elitaria, ma intesa nelle sue determinazioni culturali.

 

Sei in attività dal 2003…

 

Sì, all’incirca, in strada…

 

Ti possiamo considerare la persona che ha riportato la poesia nelle strade? Dando poi il buon esempio per il formarsi di un vero e proprio movimento che, per esempio, ha nel MeP (il Movimento per l’Emancipazione della Poesia) un suo rappresentante?

 

Beh, questo lo devo chiedere a te e ti ringrazio eventualmente per l’assist. Come hai detto bene, nel caso, posso essere la persona che ha riportato una certa idea di fruizione della strada verso il contenuto poetico. Dopodiché, la poesia in strada non l’ho certamente inventata io, esiste da quando esiste l’umanità, cioè 10.000 anni. Diciamo che io, forse, ho formalizzato le pratiche dell’assalto poetico, le ho rese disponibili e alcuni soggetti si sono avvicinati e affiancati molto ad alcuni stilemi e alcune prassi della poesia di strada che “ho iniziato a fare io”; altri, come il MeP, sono autori con cui io collaboro, che stimo, con cui lavoriamo, che possono avere espunto, ma che hanno anche avuto, magari, un percorso autonomo, proprio a dimostrare quanto la poesia sia sempre stata relazionata al paesaggio urbano e che sia un’idea che poi non è tanto di un autore.

Come se tu chiedessi a un pittore se ha inventato la pittura, che per me è la poesia di strada, allora ti devo rispondere di no. Poi puoi chiedere a un pittore se il puntinismo è una cosa che lui ha spinto, che poi altra gente si è messa a spingere, allora ti dico di sì, che per me è l’assalto poetico. Ti ringrazio e indubbiamente, te lo dico anche senza onestà, è stato il mio lavoro, solo per tanti anni, che poi ha rimesso in moto in giro un po’ di pratiche. Poi, però, ci sono anche, altrettanto onestamente, altri autori che nel 2007-2009 hanno iniziato in autonomia, alcuni che invece hanno iniziato accanto al mio lavoro, e altri che, probabilmente, inizieranno quando noi non avremo più nulla da dire e non ci saremo più.

L’idea del festival del movimento di poesia di strada è altrettanto certamente un’idea in cui mi sono speso e in cui ho visto alcuni soggetti fin dall’inizio spendersi, proprio per questi motivi: primo non essere più da solo, secondo raccordare le esperienze di scrittura per le strade in giro per l’Italia e, terzo, fallo dire a qualcuno che casomai tu sei il capostipite. Comunque, io non mi considero tale per la poesia di strada, casomai mi considero tale per l’assalto poetico.

 

Per te portare la poesia in strada è anche un modo di darle voce, permetterle di reclamare la propria identità, cosa che non potrebbe fare dall’angolino buio nella quale è nascosta nelle librerie (e qui mi riferisco anche a delle tue dichiarazioni).

Perché proprio la poesia, che importanza ha?

 

Per essere onesto, io ho iniziato a scrivere poesia anche perché sono uno abbastanza scarso, in generale. La poesia è in verità un’arte libera e che ti libera, nel senso che è un’arte direttamente accessibile. Non a caso è la prima forma di espressione culturale, artistica e sociale dei popoli, perché fare poesia lo può fare chiunque, magari non costruire endecasillabi o esametri chiusi, ma scrivere una poesia: tanto vero che un carcerato, un povero, un ricco, uno verde, giallo, blu scrivono ottima poesia; se vuoi suonare la chitarra devi invece studiare lo strumento. Come se mi chiedessi perché ho scelto di parlare, perché è impossibile non farlo. Quindi scrivere poesia non è per me un’arte sovrastrutturale al contesto sociale e culturale dove agisce, per me è la base di costruzione del contesto sociale dove si esprime.

Ho scelto poesia perché io avrei voluto fare la rock-star e quello e quell’altro, ma una cosa che invece ho potuto fare senza dover studiare disciplina è la poesia. Tanto è vero che io non scrivo la poesia di canone, sono molto lontano e molto molto poco in contatto con il mondo istituzionale della poesia, non me lo cago neanche di striscio e credo che loro mi caghino poco e casomai parlano di me senza che discutiamo insieme, d’altro canto è anche un contesto molto piccolo e ridotto. Io scrivo poesia che, guarda caso, va bene a tutto il 99% della gente che sta fuori, che non sono poeti, non si considerano poeti, che vanno da quello che va a far la spesa in centro come in periferia a Firenze, come quello di Cagliari o di Oristano, come il ragazzo di Bolzano, come me di Milano, come i migranti.

Quindi ho scelto poesia perché non servivano particolari strumenti se non tanta tanta intenzione di farla.

In più, per la seconda parte della tua domanda, invece, per me la poesia è un ingrediente ontologico, cioè essenziale della cosa sociale, l’abbiamo col tempo resa il tetto, ma in realtà è il terreno su cui si poggia la casa. Quindi mi interessa la dimensione della parole, oltre a quella della poesia. L’uso della parola perché è il primo collante naturale, memoriale e di pratiche di una comunità, di una società.

 

Nelle tue parole c’è anche una critica a quella che forse possiamo definire come “poesia istituzionalizzata”? Ovvero verso un modo di mettersi intellettualmente al di sopra del popolo da parte di certi poeti, anche contemporanei, e quindi allontanarsene e trattare sé stessi come una élite.

 

Io raramente mi metto a fare guerre personali, se non mai, e mi piace invece fare ragionamenti contro certe culture. Ma se ce n’è una a cui non ho mai dedicato tempo a rompermi i coglioni è quella istituzionale della poesia. Però ti cito due cose.

1. Già Lessing, sui poeti degli anni suoi, raccontava una storia e diceva: “Ma tu, allodola, ti levi tanto in alto per bearti del tuo canto e per non essere udita?”

2. Io non è che critico un certo mondo istituzionale. Io ho il mio modello che non tende alla qualità della scrittura, ma alla diffusione della poesia. Al di là che io abbia ragione o torto, è evidentemente efficace rispetto, tra l’altro, al canone. Se io avessi scritto poesie di strada negli anni Cinquanta probabilmente avrebbe avuto meno senso, perché libri ne vendevi molti, molti scrivevano sui giornali, la poesia era nelle bocche come Fedez oggi, erano discorsi già comuni. Rispetto alla situazione, è indubbio che la mia poesia sia efficace. Tanto è vero che formalmente io lo faccio un libro, che è la Smemoranda, da tanti anni, che va su milioni di banchi ed è comunque una poesia stampata in un certo numero di pagine..

No, io onestamente non faccio la guerra e ti dirò, con grande arroganza, perché non sono abbastanza grossi perché abbia senso che io spenda energie. Nel senso che è una comunità così piccola e ristretta che muove così poco a livello culturale che non mi interessa e in più io, di impostazione mia, non rompo il cazzo a nessuno almeno che tu non mi venga a pestare i piedi. Non ti rompo il cazzo per quello che sei, ti rompo il cazzo per il motivo per cui mi hai pestato i piedi.

Io ho fatto pochissime cose, tra l’altro molti anni fa, legate ai poeti istituzionali. Penso alla celebrazione della lettura del Centesimo, dove c’erano poeti di professione e poi c’era anche Frankie hi-nrg. Io cosa ne so.

Comunque credo che una qualsiasi arte musicale, teatrale, cinematografica, poetica, almeno che non sia sottoposta a censura, che non ci sia una dittatura che la vieti (e quindi che non ci sia un problema dell’autore ma un problema in quella corrente culturale), se le persone non comprano più di tremila copie di poesie (siamo il paese che più ne stampa al mondo e meno ne legge) non è colpa dell’autore che scrive in endecasillabi giambici, è colpa del fatto che di quella poesia non gliene frega più un cazzo a nessuno, barra, non ha più un’utilità sociale. Fedez, che può essere il male per persone come me e te, in verità, a suo discapito, ha una diffusione, come ha una diffusione e una sua efficacia sociale Jovanotti. Cioè a noi non ci piace, può essere indubbio, ma che quella cosa abbia un valore per milioni di persone e che sposti i paradigmi è indubbio. Cioè se Jovanotti domani dice “Tutti in giro col pisello di fuori” o “Tutti in giro col pisello nei pantaloni” sposta il parere di milioni di persone. Io credo che bisogni, quando si ragiona sulla produzione culturale, ragionare su scala di milioni e non su scale particolari di piccoli gruppi. Almeno che i piccoli gruppi non siano poi avanguardie che parlano a milioni di persone. Però non sono abituato a relazionarmi a minoranze, a élite culturali, casomai lavoro con le minoranze della Palestina, della Romania o del Kosovo. Sicuramente non con minoranze elitarie culturali che muovono molto poco e mi interessano molto poco.

 

La poesia è trovare una parola dove il silenzio metterebbe un punto”. Questa è una tua scaglia che mi ha fatto riflettere: è come se nel momento in cui finiscono gli argomenti per le nostre conversazioni superficiali (l’uomo è un animale sociale, anzi “social” di questi tempi) solo la poesia può esprimere quello che ci portiamo dentro e non osiamo dire.

 

Certo. Cioè, per me è addirittura meno fine ed efficace della tua. Io credo proprio nella poesia come sentimento chimico e spirituale. Io scrivo poesia quando parlo con la mia testa, quindi sono zitto, in un certo senso. Anche nel momento in cui devo scrivere di fronte a qualcuno, quando faccio i Ritratti in Poesia: mentre scrivo lo guardo (sono dei ritratti che scrivo in compresenza dell’altro) ma resto zitto. Quindi c’è silenzio nell’attimo in cui tu scrivi, è impossibile parlare scrivendo.

Se tu, quando sei in silenzio, rimani in silenzio, non scrivi, non scrivi poesia; quando decidi di trasformare quel silenzio in una parola, allora nasce una poesia.

Quindi per me è, addirittura, a un livello iper-basico, proprio di tecnica. Però la rilettura, appena più ampia di ragionamento, è la tua, la condivido. Poi sai che io scrivo per strada perché mi interessano più i pareri delle persone che leggono che il mio, quindi comunque la tua rilettura è corretta per come intendo io la poesia. Il poeta sei tu che leggi. Il valore di quel contenuto è in me un piccolo seme, una tesi, in te una produzione di un antitesi (in termini hegheliani) che produce un superamento, una sintesi che non è il valore, il significato, che io gli ho dato in origine o ha per me, ma è un valore condiviso che si è arricchito della tua visione della cosa.

 

Questo poi è un discorso che si può estendere a tutta la lettura in generale, che ha senso solo quando c’è l’incontro tra scrittore e lettore che, assieme, danno vita all’opera.

 

Ti dirò di più. Per me vale per tutto. La bellezza si dice che è negli occhi di chi la guarda ed è vero. Una donna è bella per il tuo tratto biografico, tanto è vero che nessuna donna è bella ugualmente agli stessi occhi di una persona. Se tu vedi un sasso su una tomba a forma di Stella di Davide, o conosci i codici e sai che quel sasso su quella tomba è un gesto memoriale e quindi ti immagini una persona che lì è passata e arrivata, oppure resta solo un sasso su un pezzo di terra. Dipende dagli occhi che guardano la misura del mondo.

 

Insomma, un po’ come se tutto prendesse senso attraverso l’incontro tra le persone.

 

Esattamente, lo credo anche io.

 

Continuando allora su questo discorso, tu hai fatto in passato spesso riferimento a “quell’invisibile essenziale agli occhi che tutti dentro abbiamo”. Puoi parlarmi di questo “invisibile”?

 

È quel famoso “silenzio”, in un certo senso, in una dimensione più spirituale. L’ho preso da Il Piccolo Principe, non è farina del mio sacco. C’è un momento in cui la volpe va dal Piccolo Principe e gli dice: “guarda che le cose che davvero contano sono quelle che c’hai dentro, invisibili agli occhi.” Cioè lui vuole dire che anche un portafoglio non serve a niente non solo se non hai soldi da metterci dentro ma neanche l’idea di come spenderli, quindi una cosa invisibile. Una poesia non la scrivi mai partendo dalle lettere; le lettere ti servono a comporre qualcosa di invisibile che hai dentro e che vuoi esprimere. Un gesto, di per sé, non ha valore se non ha dietro un invisibile che lo codifica. Se ti faccio il dito medio, di per sé il chiudere tre dita della mia mano e una no non ha una sua verità, la verità sta nell’invisibile che tu dai a quel gesto, quindi se io e te ci conosciamo e ti faccio il dito medio è uno scherzo, se io e te non ci conosciamo, siamo al semaforo, e ti faccio il dito medio, tu ti incazzi. Il dito medio è sempre lo stesso, quello è il visibile, ma è l’invisibile che produce le cose essenziali e la poesia è trascrizione dell’invisibile. In termini aristotelici è potenza che si fa atto. È come il cinema, che è la rappresentazione della realtà. Senza una realtà invisibile in cui tu ti accomuni, il cinema non sarebbe niente, sarebbe solo una successione noiosa di immagini senza senso.

 

 

Se i muri sono zitti il popolo è cieco.”

Ancora una tua scaglia. Poche parole nelle quali noi di Lèzere ci ritroviamo per diversi motivi. Da un lato denunciano la necessità che la lettura vada incontro alla persona, dall’altro esaltano il suo ruolo di chiave per il risveglio delle coscienze. Si possono così leggere le motivazioni, o parte di esse, del tuo lavoro?

 

Sì, sì, la poesia di strada serve perché fa strada e dà un senso, come hai detto tu, riavvicina il lettore a leggere. Poi, come ti ho detto, per me è molto su una dimensione di socialità, comunità e militanza, ma una militanza svuotata di qualsiasi riferimento politico, che è proprio una roba che non mi interessa, ma invece piena di valore sociale.

Diecimila anni fa avviene la nascita della società, delle prime comunità complesse di individui umani, delle prime aggregazioni formali di individui, una nascita che si fa corrispondere con quella della scrittura, guarda caso. Quindi, come ti dicevo prima, la poesia non è una semplice espressione della società. Ovvero, immaginati il popolo italiano, con i suoi confini politici (che sono una bestialità), come una mano: avrai un dito che rappresenta gli operai, un dito la poesia, un dito il cinema, eccetera eccetera. Per me è il contrario: la mano è la poesia e poi fa una cosa che si chiama: individuo, società, comunità. Tanto è vero che la parola “poesia” noi la usiamo in senso comune, in volgare, nella lingua del volgo, per dire tutto: “Quanta poesia in questo mondo / Per questo lavoro da carpentiere, sei un poeta dei mattoni / Sei un poeta della cucina”.

Guarda caso, anche nel senso comune, la parola “poesia” presuppone le arti, quindi senza scrittura non può esistere la società. Poi se mi chiedi se è nato prima l’uovo o la gallina… non te lo so dire. Io credo che lo dovresti chiedere a un calligrafo o a un esperto di scrittura.

Io credo che prima sia nata la scrittura. Nel momento in cui un essere ha inciso in un luogo un contenuto che potesse essere codificato da una collettività, quando in quel momento sei individui si sono riconosciuti in quel gesto, in quell’atto, in quel graffito (guarda caso così si chiamano la forma più antica di scrittura come la più moderna), lì è nata l’idea di comunità.

 

In Italia quasi il 60% delle persone dichiara di non avere letto nemmeno un libro nell’ultimo anno. Tra i lettori, circa il 40% rientra nella categoria dei lettori deboli (non più di tre libri all’anno). Pensi che la non lettura produca una società passiva, inconsapevole, generalmente ignorante? Posso citarti: “Ognuno merita il regime che sopporta.”

 

Ecco, sì. Come si dice quando entri in un posto che ha le pareti grige? Anonimo. In latino è la costruzione di A privativa più NOMEN, senza nome. Non leggere è la febbre, la malattia. Tornando anche alla domanda di prima: senza nomi, senza leggere, non produci la società. La gente leggerà sempre di meno perché paradossalmente è nel quotidiano impegnata nella lettura di contenuti brevi che sono in rete, che hanno una certa fruizione e un certo livello di semplificazione. Questo è il tempo della semplificazione e non della complessità e del ragionamento. L’assenza di parole non produce società. È come il buco dell’ozono. Tanto è vero che, perché tu sei italiano? Perché parli l’italiano. Noi ci identifichiamo per gruppi linguistici anche a livello politico, e il nostro paese è l’unico al mondo in cui non dovevamo farlo, perché dove altrove parli lo stesso dialetto dall’inizio alla fine, la figata dell’Italia è la differenza linguistica. Tanto è vero che ammazzando la diversità non riconosciamo noi stessi nel nostro paese.

Quindi c’è anche un’indubbia prevaricazione della società dell’immagine oggi, rispetto alla società della parola. Quindi il problema non è tanto che la gente non legge, il problema è a priori. Io non do la colpa al non lettore, alla casalinga… perché il 70% della popolazione di questo paese non ha gli standard sociali e culturali che aveva negli anni Cinquanta-Sessanta paradossalmente: mia nonna scriveva col pennino e sapeva l’italiano a bacchetta, mentre oggi noi siamo praticamente analfabeti, usiamo pochissime parole. Quindi non do la colpa alla sciura che legge Grazia/Novella2000, do la colpa al fatto che la cultura, i poeti, i letterati non hanno saputo ritrovare un’utilità, o forse non interessa più.

Perché è scomparso andare a cacciare le volpi nei boschi? Perché la gente ha iniziato a fare la spesa nei supermercati e qualcuno ha anche detto che forse torturare un animale non era bene. Ma la gente non andava a caccia per sport, mio nonno andava in mare per mangiare, non esisteva la pesca sportiva, esisteva mangiare in mare. Se sta scomparendo il pascolo della pecora nei giovani in Sardegna è perché non serve più a un cazzo pascolare le pecore. Poi che pascolare le pecore poteva essere una cosa utile che ancora potrebbe servire è indubbio. Che la poesia serva alla società sono il primo a dirlo. Dopo di che, se non è letta, invece di lamentarsi che il popolo è una merda, il popolo è bue, la gente ascolta Fedez, siamo noi che dobbiamo ritrovare una dimensione di fruizione su quelle classi di interessi. Evidentemente in un’epoca dove c’hai i ragazzini che nascono con la playstation, con il cellulare in mano, che il mondo è una gran figata rispetto solo a vent’anni fa, in cui tutto luccica, tutto viaggia, tutto è immaginifico e sbilanciato sull’immagine, se comprare un libro di sessanta pagine di poesia in endecasillabi non interessa più ai ragazzini, forse è il momento che ci iniziamo a domandare cosa può interessare ai ragazzini e se non interessa più, quello che non interessa più è un contenuto che va a inficiare l’organicismo sociale (per dirla alla Durkheimer)? Sì! Quindi io ti dico: la poesia non sarà più letta e sarà un problema per la società, ma altrettanto occorre che sia la poesia che si riproponga dei paradigmi di funzionalità ed efficacia sulla cosa sociale pubblica.

 

Con il tuo lavoro promuovi la lettura? È importante promuovere la lettura?

 

È come se chiedessi a un essere umano se è importante respirare. Cioè per una società promuovere la lettura è l’equivalente dell’essere umano che respira. Senza lettura non c’è società, senza respiro l’organismo muore. Diciamo che la lettura, la letteratura, la narrazione, la parola, la produzione di parole sta alla cosa sociale come il battito del cuore sta a un organismo vivente.

 

A.A.A. L’intervista è frutto di una lunga chiacchierata via Skype tra Filippo Puddu e Ivan Tresoldi. La seconda e ultima parte è disponibile QUI.

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