Intervista a Ivan Tresoldi – Parte Seconda

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Per alcuni tuoi componimenti per strada adotti un tipo di scrittura direttamente non intellegibile. Ovvero, il lettore è costretto a fare uno sforzo non solo per leggere, ma anche per abituarsi a quel tipo di scrittura. Personalmente la vedo come un’arma a doppio taglio che se da un lato può costringere la persona a fermarsi, a pensare, dall’altro può risultare respingente. Qual è la tua esperienza?

 

Esattamente come l’hai detta tu. Io quando scrivo per l’assalto poetico, come credo tu sappia e hai visto, scrivo in stampatello maiuscolo. Le scaglie sono a prova di babbo, sono brutte pure, le scrivo di fretta e lì sono in stampatello maiuscolo perché quello che mi interessa, in quella dimensione di assalto poetico, è la massima espressione del senso.

Nei miei lavori più sulla matrice artistica, estetica, quindi più sull’arte muralistica eccetera, intanto c’è qualcosa in più oltre che scrivere poesia, un po è buttare certi stilemi della poesia di strada e dell’assalto poetico dentro quel mondo della “street art”, un po’ lì mi interessa proprio quello che dicevi tu. Purtroppo a pochi riesco a trasferirlo immediatamente. In Italia non leggiamo? Allora ti metto nella condizione di accorgerti dell’infrazione di questo diritto. La gente sa che non leggiamo in Italia, però non gliene frega un cazzo. Quando arriva di fronte a un muro e nell’oltraggio personale di non poter interpretare un contenuto in una così vasta superficie, si incazza. Ma così tu provochi una re-azione nelle persone, cioè le stimoli. Poi c’è quel momento in cui o uno se ne va sdegnato e mi dice “fa cagare non riesco a capire un cazzo”. Poi molto spesso sono parole che vengono nel contesto, dal complesso popolare nel quale dipingiamo, dalla committenza, dall’istituzione con la quale ci relazioniamo, dal racconto che dobbiamo produrre in un certo luogo in un certo momento. Oppure cosa succede, che come hai detto tu le persone iniziano a interpretare una, due lettere, tre, uno l’aiuta, l’altro si ferma, uno ne trova una e poi va a finire nove su dieci che quello che il primo giorno è stato lì a rompersi le palle poi, nei giorni successivi, fa da cicerone e guida a un quartiere. È una sorta di alfabetizzazione per contrari. Ti do uno schiaffo, il testo non immediatamente comprensibile, per sperare di avere da te una carezza, un gesto di avvicinamento.

 

Quindi con la tua poetica costringi alla riflessione. Obblighi il lettore a fermarsi, leggere e rileggere, ragionare, capire. In un’epoca vittima della frenesia, della lettura da social network, da Google, fatta di semplici parole chiave, per una lettura superficiale e spezzata; pensi che ci sia bisogno di riappropriarsi di un “vecchio” modo di leggere?

 

Io non ho le risposte in mano, nel senso che molto spesso dico che sono l’ultimo dei vecchi poeti, mica il primo dei nuovi. Ho usato vecchie pratiche per ritrovare un ultimo sussulto efficace. Temo e immagino, visto che non potrò scrivere in tutta Italia durante la mia vita, che quello che dovevo fare più o meno l’ho fatto. Secondo me, però non ho grande competenza su questa domanda e forse persone come voi sono più capaci di rispondere, io credo che servano nuovi poeti con nuove pratiche. Poi che la funzione della poesia nella cosa sociale debba essere la stessa di trecento anni fa, come della calligrafia, come della scrittura, come della musica, è indubbio.

La musica ha sempre attraversato la storia dell’umanità, è cambiata tantissimo… Prima, fino al 1400 era suonata per strada o col liuto, poi sono arrivati i grandi compositori e hanno creato le grandi orchestre perché anche a livello tecnologico e scientifico abbiamo avuto delle nuove possibilità. A inizio secolo abbiamo stampato nei vinili e la musica è diventata di libero accesso per tutti entrando nelle case con i dischi, trent’anni dopo sono arrivate le cassette, poi sono arrivati i cd, poi è arrivata MTV che ha cambiato i paradigmi e ancora adesso la musica non esiste più nemmeno su un supporto ma continua a esserci, non è scomparsa. La poesia rischia invece di morire, di affondare con la sua nave e invece la musica, mentre la nave affondava, ha saputo ogni volta restare a galla perché sa nuotare, perché la società la tiene a galla. La poesia invece non sa nuotare, la barca ormai è affondata e sta annegando. Quindi o bisogna portarla fino a riva o trovare una barca nuova. Io credo sia più utile trovare una barca nuova più che tornare a riva con i libri. Rendiamoci conto anche in che tempi siamo. Ieri mi raccontavano che i ragazzini in prima elementare, se non riescono a tenere bene in mano una penna, gli danno un certificato di disgrafia e da quel giorno, dal primo giorno della prima elementare, iniziano a scrivere col tablet e i genitori sono solo contenti. A me spaventa, però poi ti dico anche che l’importante è che scrivano. Poi certo mi spavento, ho paura che certe tecné stiano influenzando certi nervi scoperti dell’avere una società. Una società è fatta di cinque o sei cose, non di centomila. Una curva, per esistere, di cosa ha bisogno? Delle bandiere, dei cori, i settori, il bar e una partita. Poi la partita inizi a vederla in televisione, però “stiamo comunque andando allo stadio”. I cori non gli abbiamo più perché iniziamo ad avere le cover del cellulare, il bar ce l’hanno chiuso, dopo un po’ rischiamo di essere in curva, cioè di una società senza elementi che caratterizzano una società. Tanto vero che iniziamo a vedere quanto le tendenze medio-macro sociali vadano in dimensioni di particolarizzazione e ghettizzazione dell’unità e del continuum sociale. Cosa vuol dire? La comunità YouTube Italia è scazzatissima di personalismi, il mondo dell’hip-hop è scazzatismi di personalismi, tutte le discussioni polarizzate sui giornali, che leggo sui commenti degli articoli che ogni volta escono anche su di noi, tutti valgono uno, sono molto polarizzate. Fino a cinquant’anni fa avevi invece gli individui inseriti in grandi idee. Tanto è vero che ora hai ottantacinque partiti, invece di un Partito Comunista o una Democrazia Cristiana che durano per trenta-quarant’anni dal dopoguerra in poi, hai delle idee di società che oggi sono morte e scomparse come le classi. Nessuno parla più di classi sociali. Un operaio di Cagliari dell’aria siderurgica era molto simile a un operaio dell’aria di Sesto San Giovanni a Milano, oggi l’operaio di Sesto e quello di Cagliari hanno un miliardo di differenze e non li riesci più ad accomunare. Quindi la società, da società particolare su base nazionale e comunità linguistica o comunità territoriale in base ai suoi interessi produttivi, quindi agricoltori, terroni… Pensa alla parola terrone, io per metà sono siciliano, che viene da terra, polentone viene da polenta… Mentre oggi vado a Palermo e vedo la gente pettinata come a Milano, vado a Milano e vedo la gente vestita come in Sardegna. Ormai l’individuo sta facendo nazione a sé.

 

Tutti i tuoi contenuti sono liberi da copyright, hai spesso ribadito che così gli hai assicurato una più vasta diffusione rispetto a quella che avrebbero riscontrato con una pubblicazione cartacea. Ma per quale motivo hai iniziato a “essere Ivan”: soddisfazione personale, mission poetica, o irrefrenabile esigenza di tirar fuori il tuo invisibile?

 

Perché un po’, te l’ho detto, ero scarso e l’unica cosa che mi era concessa era quella di scrivere col biancone delle frasi in strada abbastanza comuni, popolari, quindi senza troppo studio dietro. Tanto è vero che io non sono un calligrafo, al di là che non mi interessa, ma perché anche non ho la disciplina di rompermi le palle… Sono magari molto disciplinato su certe cose, ma molto poco su altre. Quindi, primo motivo perché la poesia è una pratica accessibile di liberazione dell’individuo in una società, tanto è vero che durante un regime di oppressione ne facevano uso i militanti rastrellati, sparati eccettera, penso al Sud America, al Cile, all’Italia… a Viva Verdi durante i moti risorgimentali italiani, Vittorio Emanuele Re D’Italia. Penso a Orgosolo. Orgosolo è street art, muralismo, c’è da cinquant’anni ed è stata fatta da pastori come da contadini e autori locali. Quindi, diciamo che è una cosa semplice, la poesia ti permette di appropriartene abbastanza immediatamente.

Due perché, sopratutto intorno ai 19-23 anni ho vissuto la militanza, il fare parte di un contesto di militanza, che oltre a essere una questione ideale era una questione che andava “di moda”. Quindi è una cosa dovuta al fatto che in quegli anni ho agito tanto. Quindi, quando ho scoperto di essere Ivan? A parte che Ivan non è nessuno, ma non è che ho scoperto di essere me stesso, il fatto è fare delle prassi che poi si trasformano. I primi anni che andavo per strada a scrivere facevo il militante, mica avrei mai pensato che si trasformasse in altro. Io ho iniziato tra il 2002 e il 2003 e ho capito intorno al 2006 che stava iniziando a diventare una roba che potevo formalizzare. Tanto è vero che neanche li firmavo i miei lavori all’inizio. Per tanti anni io ho scritto per strada come si respira, cioè facevo il militante e con altri scrivevamo in strada per altre robe, facevamo la festa e andavo a scrivermi la propaganda per la serata e, a un certo punto, ho detto: “Bella, scrivo pure una stronzata mia”. E poi molte delle categorie, che con puntualità e precisione hai riportato rispetto a me e il mio lavoro, sono state costruite a posteriori. Non è che nel 2006 ho scritto un articolo e ho detto: “Sì, io sono un poeta di strada!” Al sesto articolo sul giornale che è uscito che diceva “poesia di strada”, che era la stessa cosa che dicevo io, a quel punto ho capito che quello era diventato qualcosa. Insomma è il percorso che mi ha dato l’obbiettivo, non ho fatto un percorso su un obbiettivo che mi ero dato. Ora l’assenza di percorso mi sta costringendo, in un certo senso, a continuare a improvvisare un obbiettivo sempre un po’ più avanti. Quello che ho ora dalla mia poesia è molto molto di più di quello che avrei mai sperato. Anzi, siamo io Arcadio e mille persone che lavorano con me, stiamo continuamente in cerca di gettare sempre il cuore oltre l’ostacolo, di provare sempre nuovi stimoli e nuove altezze. Ma non è una questione di essere più bravi degli altri, è una questione di quota propria, di orizzonti, da che altezza vedi le cose e non a che altezza sei.

Guarda, nei primi anni del mio lavoro io ho cercato insistentemente di dire che ero io, che cosa facevo, che si chiamava poesia di strada, e c’era anche molta meno gente che dipingeva in strada, c’erano più writer rispetto a oggi ma era comunque una minoranza. Poi ho iniziato a sentire l’esigenza opposta, quindi non di dire quanto bravo sono io, sono il capo del movimento, come ti ho detto prima scherzando: se tu lo vuoi diventare davvero, lo devi far dire a qualcun altro. Ma anche perché è giusto che lo dica qualcun altro, perché se lo dici tu è troppo facile. Se io ti scrivo e ti dico guarda io sono il capo della poesia, un genio, tu chi cazzo sei? Io lo faccio da prima di te… Tu hai iniziato nel 2018, io ho finito nel 2018.

Ma non è così. Cioè, uno degli ingredienti della società che ti citavo prima è l’interdipendenza d’animo e di risorse materiali. Da cui nel primo caso nasce o la religione o una scrittura civile della cosa sociale, quindi nasce o la bibbia o la costituzione, mentre dall’interdipendenza materiale industriale tecnologica delle persone nasce quella che viene chiamata economia e che poi, nell’ambito sociologico, viene detta economia sociale. In una società la scrittura guarda caso cos’è, è un ponte per mettere in interdipendenza due persone o su un contenuto culturale o su un contenuto tecnico o su uno scambio che devono fare. Le prime forme di scrittura sono legate molto alle transizioni economiche. Il primissimo documento di trascrizione della lingua italiana è un documento fiorentino che è la stesura notarile di un documento del ‘200, guarda caso. L’economia è piena di parole.

 

Come hai ricordato, collabori con Smemoranda. Allora ti chiedo: quanto è importante portare la poesia nelle scuole e farlo in un modo così discreto (sul diario degli alunni) ma allo stesso tempo efficace?

 

Moltissimo, le scuole per me sono un po’ come i miei concerti. Sia con la Smemoranda, che per me è un lavoro importante perché posso essere su un milione di banchi e un milione di studenti davanti non ce li avrò mai, e due perché, sai, parlare a 25 studenti in un aula o a 400 studenti in una palestra beh, intanto, ti fa ragionare sulle tue cose, è uno chiedere agli altri chi sei, e poi perché la poesia nasce così, cioè orale con della gente a cui cerchi di suscitare delle emozioni e che ti ascolta. Tanto vero che l’andare nei licei è l’unica cosa che continuo a fare gratis. Io e chi con me collabora, sia per il lavoro che per il riconoscimento della nostra attività, non regaliamo nulla, se non l’intervista, come in questo caso, e il parlare nelle scuole. L’intervista per ovvi motivi: perché tu pensi che io ti stia facendo un favore ma sei tu che lo fai a me, in verità. Le scuole perché è la base del tuo lavoro.

 

 

Ti cito nuovamente: “Credo che non sia obbligatorio scrivere, è obbligatorio incontrare chi legge.” Torniamo ai concetti di socialità e condivisione. Hai organizzato eventi dove inviti le persone alla scrittura, stendendo una grande Pagina Bianca nelle piazze e dando un pennello in mano agli improvvisati autori. Da dove nasce questa iniziativa?

 

Pagina Bianca è intanto un invisibile che sta dietro: l’idea che una pagina bianca sia una poesia per tutti, una poesia nascosta. Quindi un giorno ci siamo un po’ chiesti: l’individuo sta al foglio come la vita sta a? E ci siamo risposti: a un enorme foglio. Banalmente. Abbiamo pensato dove mettere l’enorme foglio e guarda caso il centro delle piazze delle città è un po’ come il tavolo della tua camera, il momento in cui ami, il momento in cui odi. Quindi Pagina Bianca è una specie di grande scrittura collettiva, ha dentro dei principi libertari efficaci, nel senso che stanno in piedi, che non c’è autorità, non c’è regola, ma nessuno sporca un centimetro oltre la pagina nel cuore di città delicatissime, come le nostre, dove chiunque potrebbe in realtà vandalizzare. Il vandalismo è una pratica che tutti noi svolgiamo ogni giorno incidendo l’ascensore o il cesso, o il muro o il treno per i writer.

Pagina Bianca è una specie di carotaggio sociale allargato che dura un certo tempo in una certa piazza.

Il carotaggio è quello che fanno i geologi: una specie di cartina tornasole, di analisi, di spettrometria. I carotaggi nei terreni sono a forma di carota, infilano un tubo di due chilometri sul terreno e scoprono come sono fatti i livelli tettonici. Lo fanno anche gli archeologi e Pagina Bianca è un’archeologia del presente, perché una piazza a Cagliari, a Orgosolo, a Porto Orso, a Palermo o a Napoli o a Bolzano scrivono quattro o cinque pagine differenti.

 

Partendo allora da questa iniziativa, tu pensi che sia importante promuovere la scrittura? Perché?

 

È come la lettura. Diciamo che per me lettura e scrittura (poeta sei te che leggi) sono legate. Leggere è assorbire, scrivere è esprimere. Se nessuno scrive, chi legge? È tanto importante leggere, ma concretamente è più importante scrivere, perché quando scrivi hai architetture sociali. Quando una società si determina scrive una costituzione, che è anche lo stesso modo in cui tu chiami il tuo stato fisico di quel momento: buona e sana costituzione. Quanto meno, quindi, scrivere è necessario tanto quanto la lettura, se non di più.

 

In passato, hai avuto modo di criticare i concorsi letterari. Perché?

 

No, io in realtà ho vinto concorsi. Sono stato premiato ma non ho mai partecipato a concorsi. Se non bandi, ma sulle questioni del lavoro e non sulla mia arte. Io credo fra l’altro che il concorso di poesia, la mostra, il locale che fa suonare la band e che ti chiede dei soldi sia il male di questo paese. Casomai un editore o un produttore musicale devono loro creare eventi per spingerti; è stato Boccaccio a creare nel mondo delle istituzioni l’idea che la cultura era un valore per la quale tu mi dovevi pagare. Siamo passati dall’essere pagati come autori a non beccare un cazzo e adesso a dover pagare. Cioè, ma stiamo scherzando?

E ti dico, anche in termini di lavoro, le persone che ci hanno scritto hanno proposto di darci dei soldi, per loro volta fare la mostra o il concorso dove a loro volta avrebbero chiesto dei soldi, noi li abbiamo rimbalzati tutti. Casomai il concorso è come il Premio Dubito di poesia. Ma è una chiamata di raccolta materiale e testi, una volta raccolti, selezioni il migliore e premi il vincitore. Ma pagare per il concorso… cioè è come l’intervista di oggi, mi dai tu il valore perché poi mi porterai in giro quello che penso, il mio lavoro… mi paghi già con le persone che leggono questa intervista, io ho dieci persone in più che non avrei mai raggiunto. Come se io oggi ti chiedo 20 euro al minuto perché il mio tempo ha un valore, che poi è anche vero perché se andassi in un’università questo tempo sarebbe a pagamento, per dire le stesse cose. È riconoscere un valore. Allora che cazzo è un autore, è uno che devi spremere? Non sei tu che devi pagarlo, sono loro che devono pagare te, casomai lo fai gratis, ma bisogna invertirla questa dinamica.

 

Chi getta semi al vento farà fiorire il cielo.” Ancora una tua scaglia che noi di Lèzere sentiamo particolarmente nostra. (Qui, Ivan, è stato sottoposto a un pippone sul nostro progetto, ndr). Per parte delle nostre iniziative, quelle che promuovono la lettura, ci siamo chiesti come arrivare a chi non legge offrendogli la possibilità di avvicinarsi alla lettura. La filosofia è semplice: se Maometto non va dalla montagna, la montagna va da Maometto.

Che ne pensi e che consigli ci daresti?

Mi sembra pregevole, scherzi? Tante piccole gocce fanno un mare. In Lombardia c’è un detto: “Piuttosto che niente, è meglio piuttosto.” Siete già degli eroi del quotidiano. Ma io penso tutto su dimensioni di massa. Pensa che oggi noi abbiamo un allineamento con la slam poetry perché anche loro fanno poesia di strada, sono poesia nuova, efficace, eccetera, ma paradossalmente per me, io non faccio slam poetry perché parlare a cento persone per me è poco. La poesia cinquant’anni fa riscuoteva la stessa attenzione che oggi ha X-Factor, Domenica 5, la D’Urso. È quella la dimensione a cui dobbiamo puntare. Bisogna pensare in grande.

In passato hai detto che arrivato a una certa età avresti abbandonato la tua attività di poeta di strada per dedicarti ad altro. Sei ancora convinto di questo?

No, io avevo detto proprio che sarei morto. Sì quella è una grande provocazione che vorrei anche rendere attiva a breve. Credo che un autore abbia anche il suo tempo, una sua spinta e un suo slancio. Credo anche che essere un autore in un movimento piccolo e ancora fragile, con una lunga e storica tradizione come quella della poesia di strada/della poesia, quando poi un movimento molto piccolo ha uno più grosso di te in mezzo, è anche più difficile per te emergere.

Il mio vero interesse è fare emergere un movimento e non me come autore singolo, perché credo ormai, e te lo dico molto onestamente e orgogliosamente ed egocentricamente, credo di non poter andare più in là, cioè oltre la Smemoranda non c’è niente, è l’ottavo anno di fila che la facciamo: posso farla per 45 anni, luccicherà sempre meno e andrà a finire che nessun autore scriverà lì sopra al posto mio. Quindi preferisco scrivere i prossimi cinque anni e lasciare il testimone a qualcuno. Se io, come ti dicevo prima, avessi monopolizzato le pratiche dell’assalto poetico, della poesia di strada, non sarebbe nato un movimento come quello della poesia di strada, che sono alla fine sempre più persone, perché ormai parliamo di centinaia di persone in Italia. Però, la prima edizione, a parte il MeP che ormai tirava in mezzo una ventina di persone, eravamo quattro pirla da tutta Italia. Allora se io non avessi speso, insieme a pochi altri, energie nel fare il movimento della poesia di strada, in cui potreste fare la vostra parte e parte anche voi, voglio vedere come un altro poeta di strada sarebbe riuscito a emergere. L’Italia è un contesto piccolo… Pensa a uno di Milano. I poeti di strada, tantissimi, scrivono sulle saracinesche come me perché mi hanno visto farlo, le scaglie esattamente come me con gli stessi contenuti, scrivono per terra col gesso come faccio io, e come cazzo fai a emergere se io ti vado in televisione in prima serata la sera prima, tu il giorno dopo non potrai fare di più, non riuscirai a imporre un tuo discorso culturale.

Grandi autori del passato sono morti giovanissimi e questo cambio di autore ha fatto in modo che ci fosse un ricambio della cultura. Il fatto che le popolazioni morivano giovani era sì un dramma ma era anche un motivo di rinnovazione. I rivoluzionari francesi non ce l’avevano il problema delle élite e dei vecchi al governo, perché l’ultimo vecchio che c’era al governo era La Fayette, un generale che è vero c’aveva 50 e passa anni e il più vecchio della Costituente ne aveva 40. Cioè, Roberspierre mi pare muoia poco più che quarantenne. Apollinaire muore a 21 anni e scrive tutto tra i 14 e i 17 anni. Shakespeare muore a 27 anni. Jim Morrison, Kurt Cobain, Janis Joplin, Jimi Hendrix, tutta gente che muore a 27 anni. Quindi la mia è una provocazione, mica voglio morire veramente, però non voglio neanche legarmi e attaccarmi all’idea di dover essere io a capo di qualcosa o doverci rimanere dentro tutta la vita.

A.A.A. L’intervista è frutto di una lunga chiacchierata via Skype tra Filippo Puddu e Ivan Tresoldi. Lèzere spera di aver risvegliato il piccolo poeta che è in te.

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