Onil – Francesco Sicchiero

Onil

 

Mentre si specchiava sull’acqua, passava due dita su quella vecchia cicatrice nascosta dalla folta barba, in pochi la intravvedevano ma per lui, quel segno, era sempre in primo piano.
Labbra carnose, capelli ricci di colore bruno e la sua statura media stridevano con la sua provenienza.
Veniva dal Nord e da quel popolo portava quegli intensi occhi color ghiaccio.
Si lavò il viso e passò le forti mani sui capelli unendoli in una coda dietro il capo e si avvicinò a quei vestiti lasciati in disparte senza troppa cura, il suo corpo era esile ma scolpito.
Nessuno sapeva bene la sua età.
Il viso, sotto quella folta barba, sembrava di un ragazzo ma il corpo era quello di un uomo e poteva raccontare molte storie.
Quei piedi erano di colui che aveva camminato tanto, forse troppo.
Le tibie erano piene di graffi e piccole cicatrici dovute ai sentieri impervi che nella sua vita aveva attraversato.
Le ginocchia conservavano i segni di chi troppe volte si era accasciato sotto enormi pesi.
Si mise i pantaloni e se li cinse con una cintura in pelle su cui era incisa una frase.
Passò il pollice su quelle lettere e sotto quelle sue importanti sopracciglia gli occhi si socchiusero un instante.
Allungò il braccio per prendere la casacca, alzò entrambe le mani e questa scivolò su di un petto robusto e poco villoso.
Sui polsi molteplici braccialetti di tessuto, legno e cuoio lo rendevano un uomo originale e raccontavano di lui molto di più di quello che lui stesso aveva raccontato.
Taciturno e schivo viveva solo alla periferia del villaggio, vicino al bosco, da dove poteva attingere alle materie prime per il suo lavoro.
La sua solitudine era un’esigenza più che un carattere, chi si fosse fermato un istante a scrutarne il viso avrebbe sicuramente individuato le linee caratteristiche di chi ha riso molto nella vita, quelle rughe di espressione attorno a bocca e occhi, due occhi sì color ghiaccio ma in grado di scaldare il cuore di chi li incrociava.
Ma per tutti era un uomo “strano” il falegname, un uomo che era meglio evitare ed a lui stava bene così.
Si mise i calzari e uscì dopo aver preso la sacca in pelle e gli attrezzi.

Le sue giornate ruotavano attorno a quel lavoro che aveva deciso di ereditare sebbene ne conoscesse molti.
Erano gli ultimi giorni di luna calante e andavano tagliati gli alberi che si sarebbero, poi, dovuti sezionare e accatastare in modo che si stagionassero come gli anni scorsi, prima di essere lavorati.
Prima di abbattere ogni albero faceva una specie di rituale: si avvicinava alla pianta, abbracciava il tronco e con uno sguardo di gratitudine mentalmente prometteva che avrebbe piantato una nuova vita, dopodiché procedeva a colpi sicuri.
Era un uomo sensibile, con una forte spiritualità che ora ricercava nella natura mentre un tempo la trovava nel profondo di ogni uomo.
Sapeva di vivere una fase della sua vita che sarebbe dovuta terminare, sapeva che avrebbe dovuto rompere quel muro di solitudine che si era costruito, ma a tratti provava una serenità che gli creava una sorta di dipendenza, ma quando sfiorava quella cintura in pelle, ecco che i ricordi di quella donna e di sua figlia tornavano prepotenti nella sua mente.
Quella serenità spariva e quel mondo che si era costruito vacillava.

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