Agave – Erica Cecchi

Agave

 

Ballerina. Cantante. Attrice. Comica. Sassofonista. Direttrice d’orchestra. Niente di tutto questo sono io. Malgrado ciò: che gran spettacolo è stata la mia vita!

Ho calcato marciapiedi come palchi improfumati di fiori e fiori, sgomitato tra la folla con movenze ritmiche dei miei impeccabili vestiti, falcato i lungomare illuminati da luci di lampioni che come flash illuminavano il mio viso e, Dio, ero bellissima.

La mia bellezza mi ha portata a credermi immortale, poteva forse morire dopotutto tanta beltà? No certo e lo sapevo; e così sfidavo la vita ogni qualvolta me ne capitasse l’occasione. Avevo fame di opportunità, fame di dimostrazioni, disperatamente fame di attenzioni, di alternative, di avventure, d’uomini e occhi su di me. Tanta era la fame che io sola non bastavo a saziarla. Cosa ho fatto dunque? Bene, ho deciso in un giorno qualunque e con un certo sforzo intellettuale di non essere una sola me, ma tante. Oh ridete pure se vi aggrada, lasciatevi andare a una fragorosa risata incompetente di chi non crede che davvero io ne possa essere stata capace ma l’ho fatto. Ah si signori miei, io sono stata tutte le donne che ho voluto essere nel luminoso tratto di vita che mi è stato concesso.

Così sono stata timida, arguta, spaventata, forte, coraggiosa, disastrata, ricca, infelice. Ho provato l’autocommiserazione, la pazzia, il raziocinio, la vanità, il sarcasmo. Ebbene sì, ero pur sempre io ed ero smemorata, saggia, ubriacona, poco di buono, giudiziosa, aggraziata, affettuosa, scontrosa, oltraggiosa, spocchiosa, irritante, piacevole e insolente. Ho destreggiato le mie diverse essenze con velocità tale da confondermi qualche volta, ma poco importava, ero io: la donna, l’amica, l’amante, la viziata, l’arrendevole, il disastro, la puttana,l’emancipata, la conquista, l’irraggiungibile.

Di tante identità è stato talvolta difficile tenere il conto, tenere i limiti. Difficile nella mia testa, difficile tra le mie gambe, difficile sul mio corpo che spesso veniva guardato in modi interrogativi da chi pensava di conoscermi poiché mi aveva toccata ma al risveglio non ero più io, ero un’altra io, una sconosciuta io. Mi è qualche volta persino capitato di scegliere la me sbagliata da essere. Complicato, vi spiego. Usciva magari di casa la me insicura, incontrava magari un uomo con caratteristiche giuste e, quella me avrebbe voluto, magari, avere strumenti adatti per esserne all’altezza ma ormai c’era lei, l’altra me. Sarebbero state più adatte altre personalità, magari la me divertente o la me orgogliosa o l’inarrivabile. Beh, senza dono della veggenza non è facile sapere quale me stessa far uscire al mattino non vi pare? Ma beh, ho sempre rimediato alle batoste delle mie distratte sviste o dei miei sfortunati errori di calcolo con la me stessa decisa, che, in qualche modo, il culo me lo ha sempre salvato.

Ho fatto esperimenti sociali e trattato in qualche imbarazzante caso il genere umano come una gabbia di topi da laboratorio, io, dottoressa in camice bianco a somministrare emozioni disparate e sempre io, spietata osservatrice di reazioni diverse. Ho riso di disperazione e pianto di gioia sui miei risultati e, in certi casi, in certi rari casi, mi sono sorpresa. Ah, per quei casi ne è valsa la pena, devo ammetterlo; ma il resto una gran noia. Quasi tutti uguali i topi da laboratorio, credetemi. Non io, io ero bellissima e tenevo l’intera esistenza negli occhi, la gestivo io, ero il capo, la forza, il braccio, la mente, ero Dio. Eccomi, blasfema divinità del mio divenire, con la presuntuosa convinzione di dominare le emozioni, di deciderle, di impormele.

Mi ha fatto comodo nel tempo il mio visetto da imbrogliona, neutrale e liscio, ottima base a cui ogni maschera rimaneva bene appesa. È certo stata una gran fortuna averlo per la riuscita del mio perverso e affascinante gioco dal quale o uscivo vincitrice o ne cambiavo le regole.

Ricordo di una volta in cui inseguendo un’aquilone verso Nord lo avevo visto rimanere intrappolato in un sogno di fiocchi rosa e azzurri che io non avevo mai sognato. Dopo averlo fissato per tre momenti ero tornata in compagnia del mio ventre vuoto infine a Sud, dove i sogni hanno l’odore acre dell’inadeguatezza. Ho sempre avuto idee precise un po’ su tutto e so bene che quella patina che appanna la vista nella penombra dei mattini, non è che un frammento di sogno; quella volontà, quel desiderio così personale e così viscerale che se tenuto nella testa scaturirebbe in urlante follia ma, d’altra parte, se lasciato cadere in lacrima, lascerebbe il sapore salato dell’arrendevolezza. Perciò rimane lì, sugli occhi, muto.

Chi sono oggi? Non ci crederete, sono una cosa nuova, un divenire assurdo, una parodia scherzosa, un’inquieta consapevolezza: sono un ricordo.

Sono il ricordo che ho di me e della mia bellezza, dei miei pianti esasperati, delle commedie recitate in cameretta davanti allo specchio di come avrei voluto la mia vita, sono le mani su quel violino che non ho imparato a suonare, sono quella fretta che ho avuto, sono il mio non essere tornata indietro quella volta, sono la paura di cadere, di restare, di baciarti, di spogliarmi, di andarmene e perderti. Sono il non aver letto quel libro, ascoltato quella canzone, dipinto quel quadro, sono il terrore del buio e degli altri, sono la fiducia negata. Io, che ho dedicato la mia vita a cercare di essere tante persone sono, infine, ognuna delle cose non ho fatto.

L’uomo che per primo ha poggiato le mani su di me mi aveva raccontato dell’albero delle meraviglie, “el àrbol de las meravillas” diceva lui; una pianta dalle mille specie, dai mille utilizzi. Usata per guarire, per avvelenare, per nutrire, per ubriacare. Uno stesso ancestrale con ramificate conseguenze a seconda di ciò che da essa si voglia ottenere.

E’ da questa pianta che ho preso il mio nome.

Agave, è così che mi chiamo.

Lascia un commento