Ivar Guillot – Alberto Della Rossa

Ivar Guillot

 

È arrivato dal mare ti dico, e portava con sé questo enorme baule da marinaio pieno di sassi forse, o chissà cos’altro da quanto sembrava pesare. E avresti dovuto vedere che faccia scura, cotta dal sole come quella di mio cugino che vive sulla costa e fa il pescatore. Sì, proprio una faccia da marinaio, cotta dal sole e dal sale ti dico, e con questa benda macchiata di sangue che gli attraversava la faccia, e il bianco di un occhio tutto rosso di sangue anche quello, con l’iride gialla da canaglia che sembrava quasi un lupo, che so, o una bestia feroce.

Strascicava il baule sul pavimento, pesante che nemmeno fosse pieno di sassi, e lo molla davanti all’ingresso. Già, lo lascia fuori ed entra dentro che è quasi ora di chiudere e il Giovanni non è nemmeno nei paraggi e io non so chi chiamare, e ho il cuore in gola perché insomma, avevo già quasi sessant’anni ma li porto bene ancora oggi che ne ho quasi settanta e figurati allora, e lui ne aveva forse quaranta o poco più e ho pensato che magari aveva intenzioni sconvenienti, e io da sola, là in bottega, e sembrava un malintenzionato, e chissà poi cosa poteva volere ancora oltre all’incasso da una signora ancora piacente come me.

No, no, non che pensassi male ma avevo timore, ecco, e allora si avvicina e mi guarda con quegli occhi gialli e la benda sul volto, e le mani dure di calli che mette sul bancone. E allora no! Le mani sporche sul bancone no, penso, ma lo guardo e sai cosa?

Le mani erano pulite, con tante cicatrici vecchie, ma pulite ti dico e con una fede al dito, e allora rimango a bocca aperta come uno stoccafisso e intanto penso che forse non ha cattive intenzioni, no… non con mani così pulite che nemmeno il mio Giovanni ha mai, e che con un baule così pesante che va trascinato lungo la strada come una cassa da morto dove avrebbe potuto mai fuggire? E insomma, le mani sul bancone, gli occhi gialli, quest’aria da bestia selvatica e tira fuori questa voce profonda, calda, che se non fossi una signora onesta mi sarebbero tremate le ginocchia come una ragazzina sciocca, e con questa voce e un accento straniero mi fa “Signora, ha del pane da vendere, e magari del formaggio?”

Ohibò, penso allora, deve aver preso parecchio sole per fare una domanda così ovvia, e gli rispondo “È una panetteria questa, mio caro, è chiaro che ho del pane!”.

Dico mio caro perché sono passati dieci anni e da allora il signor Ivar passa ogni tre giorni a prendere una forma di pane nero con le noci, ma forse allora non dissi proprio mio caro, ma di certo ho esclamato qualcosa quando dalla scarsella tira fuori una moneta d’argento grossa così, e la mette sul bancone come io e te getteremmo un nichelino nel vaso delle offerte la domenica. Gli do il pane e il formaggio e gli dico che non ho resto e che non conosco la moneta, e allora mi dice di tenere tutto con un sorriso che allora forse le ginocchia un po’ hanno tremato, lo ammetto, e poi mi chiede se c’è una locanda dove alloggiare finché non trova una vecchia casa da acquistare, così, dal nulla!

Bene, ti dico, lo straniero arriva nel villaggio come se nulla fosse, con questo nome strano, Ivar, e un cognome ancora più foresto, Guillot, e nel giro di pochi giorni compra la vecchia casa in cima alla collina, quella del vecchio Gagna, pace all’anima sua, che era disabitata da anni e ormai eravamo tutti pronti a sentirla crollare fin qua in paese. E invece no, il signor Ivar la prende e la sistema, raddrizza le pareti e ripara il tetto e insomma la rende una bella casa in mezzo alla campagna, e ogni tre giorni passa di qua a prendere il pane. Un disastro ti dico, perché il signor Ivar non compra nulla da nessuno, né dal macellaio né al mercato, solo il pane qui da me, finché le voci non iniziano a girare e pure il mio Giovanni non mi chiede se per caso non debba dirgli qualcosa. Che litigata ti dico, urla che levati cielo perché nessuno, e dico nemmeno il mio Giovanni può permettersi di mettere in dubbio la mia onestà, e gli dico allora di andare a controllare lui stesso dal signor Ivar.

E Giovanni và, e torna a sera con la coda fra le gambe, e mi dice che no! il signor Ivar è una brava persona e ha la fede al dito, anche se abita solo con un cane grigio e lanoso che sembra un cerbero, e che ha un orto pieno di verdure e che dev’essere un gran cacciatore, che in giardino ci sono i telai con le pelli stese ad asciugare. E mi dice, il Giovanni, che lo trova così, nel giardino a torso scoperto a sistemare un cespuglio di rose selvatiche, e mi dice che ha il petto e le spalle e la schiena coperte di segni d’inchiostro alla maniera dei marinai, dei soldati e dei poco di buono, anche se noi sappiamo che il signor Ivar non è un poco di buono, ché abita nella nostra comunità da quasi dieci anni e che ogni tre giorni passa a prendere il pane da me. Pensa poi che è proprio grazie a me se il signor Ivar è ancora vivo, sai? È così preciso che passa a prendere il pane il lunedì e il giovedì alle nove, preciso come un orologio, entra dentro e con quella voce profonda mi chiede una pagnotta di pane nero, grossa così, con le noci dentro, tanto che oramai gliela faccio trovare già incartata, e lui lo stesso entra e mi chiede “una forma di pane con le noci madame”.

Ma un giorno non si presenta, era forse un lunedì, e poi non si presenta nemmeno il giovedì, o forse era un lunedì e la volta prima un giovedì, e in qualsiasi caso era strano già che mancasse un giorno, figuriamoci due, e allora prendo il Giovanni e gli faccio “Giovanni, non è normale, il signor Ivar è preciso, non come te che ti dimentichi anche di andare a messa se non senti le campane la domenica, vai a controllare che stia bene”, e il Giovanni brontola un poco ma alla fine ci va perché anche se si fa vedere poco il signor Ivar si fa volere bene, è sempre gentile con tutti e regala quel suo sidro che fa con le mele selvatiche che è una delizia.

Quando il Giovanni torna dopo un paio d’ore ha una faccia che pare uno straccio e mi urla di andare a chiamare il dottor Perusi mentre lui sella il calesse, e io gli dico “Cos’ha il signor Ivar, cosa?” e il Giovanni mi urla di tacere e di chiamare il dottore che per un attimo mi ritorna il ragazzone focoso che ho sposato cinquant’anni fa.

Sono partiti come se avessero il Diavolo alle costole e il Giovanni mi torna a sera, con la camicia sporca di sangue e la faccia stravolta che non ho nemmeno il coraggio di chiedere se il signor Ivar sia vivo o se lo sia portato via il Signore. La mattina dopo riparte e mi dice che va a prendere il dottore e a vedere se il signor Ivar sta meglio, che l’ha trovato a letto delirante e con una ferita puzzolente che il cinghiale che gliel’ha procurata doveva essere grosso quanto un cavallo. E mentre gli preparo il paniere mi racconta che il dottore ha preso gli strumenti e ha tagliato la carne che suppurava e ha fatto uscire l’infezione col mio Giovanni che l’aiutava e che poi è rimasto a vegliarlo la notte, il dottore intendo, non il Giovanni.

Ci ha messo due settimane a riprendersi, il signor Ivar, e lui e il dottore Perusi sono diventati grandi amici, tanto che si fanno visita spesso e il dottore torna sempre con delle bottiglie di sidro che il signor Ivar fa con le mele selvatiche che raccoglie nel bosco, e passano le ore a parlare e a discutere di chissà cosa. Me li immagino a casa del signor Ivar, con la pipa in bocca a raccontarsi chissà quali avventure, non come il mio Giovanni che non si è mai allontanato da qua, tranne quando ci siamo sposati, che siamo andati alla città a visitare il vescovo e siamo passati per il paese sulla costa dove abita quel mio cugino pescatore.

Già, chissà di cosa parlano quei due uomini di mondo, mi piacerebbe essere una mosca per poter ascoltare i loro segreti, ma taci adesso che guarda che arriva proprio il signor Ivar. Oh Signore, è già giovedì e io non gli ho preparato l’involto del pane, che vergogna! Cara, dimmi, i capelli sono a posto? Non è a modo farsi trovare in disordine!

 

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