Lèzere intervista Attilio Mauro Caproni – Parte Prima

A premessa di questa mia intervista desidero ringraziare molto Filippo Puddu per avermi invitato a esprimere alcune mie idee sul tema della lettura. Mi permetto sottolineare che questo testo ha volutamente lo stile del colloquio parlato… piuttosto che la forma di un testo scritto. Spero che questa mia scelta non ti dispiaccia. Inoltre, e a margine, ti voglio esprimere la mia ammirazione per la qualità delle domande che mi hai proposto.

Mi dispiace molto che il tono di questo mio intervento sia poco rispondente al canone odierno della calviniana Leggerezza la quale rappresenta la forma attuale di pensare e di dialogare. Purtroppo non sono riuscito a scrollarmi di dosso questa maschera professorale che tanto mi ha condizionato. Per l’insieme di queste ragioni… mi scuso con Filippo, e con i lettori.

 

 

Buongiorno, professore. Darti del tu è ancora cosa ardua per me, ma ci proverò comunque dribblando i consigli del mio cervello che sussurra senza fine. Partiamo con una richiesta all’apparenza semplice, dammi un’opinione sulla lettura.

 

Buongiorno Filippo (permettimi di chiamarti così).

Un’opinione sulla lettura non è semplice da dare, nel senso che la medesima è un concetto poliedrico e una forma del sapere composito. Ciascuno di noi ha un’idea di lettura. La definizione più lapalissiana che si potrebbe proporre è che la gente legge per conoscere, per sapere, per evasione e, quindi, a volte, per distrarsi, per trovarsi in un altrove, cioè in un altro mondo. Oppure le persone leggono per noia: questa è la lettura che impongono, per esempio, i professori, sopratutto nelle scuole secondarie imponendo la pratica del leggere libri ai lettori – studenti che, in quel momento della loro vita, sembrano poco aperti a tutto quello che i grandi testi dei secoli passati rappresentano (ovvero quando non vi è una continuità antropologica, per citare un caso, tra un testo di Petrarca e la vita che un giovane a scuola vive. Questi lo vedrà come una cosa interessante, ma niente più che un bene culturale, come quando personalmente osservo, per caso, la Colonna Antonina, in Piazza Colonna, a Roma: la guardo, mi sembra importante, ma poi non incide troppo sulla mia memoria).

* * *

L’atto del leggere trasforma ciascuno di noi in quello che siamo, in ogni istante e/o in genere, oppure in ciò che noi siamo o che vorremo essere, poiché, in fondo, ciascuno di noi vuole esistere nel proprio tempo e comincia, grazie ai libri, a rispecchiare tutte le idee che lo coinvolgono verso una nuova forma, un nuovo milieu di società, e/o di essere. Questo teorema è determinato un po’ dal libro che unisce, molto fortemente, lo scrittore e il lettore i quali, tuttavia, rappresentano due punti molto diversi: lo scrittore scrive per dare spazio alla sua creatività, il lettore legge perché desidera presentare un’identità che pensa, in un qualche modo, di confrontare con quella dello scrittore. Quando leggo, tanto per citare a caso, il romanzo Istanbul di Orhan Pamuk devo calarmi nella società del suo Paese, nel modo di vivere di quella città, e devo capire che cosa e quanto posso percepire di quell’ambito sociale, antropologico, civile, culturale nel mio mondo (e nel mio immaginario).

Secondo me, quindi, tra libro e lettura si viene a formare un’entità che io chiamo il terzo, e si determina una forma di visione della descrizione della storia, in un’altra descrizione che non è quella che, in realtà, lo scrittore vuole dare, ma, semmai, è la stessa che il lettore pensa di interpretare.

Il problema dell’interpretazione del libro trasforma qualsiasi testo perché uno scrittore non è mai se stesso se non viene a contatto con l’interpretazione che di quei suoi libri ne può proporre il lettore. Si pensi agli scrittori che in vita non riescono a pubblicare le proprie opere, oppure che (magari) vengono scoperti tardivamente: un esempio tra gli ultimi è Guido Morselli il quale non ha mai visto edito un suo romanzo durante la sua esistenza (e che, in forma postuma, grazie all’editore Adelphi, ha ottenuto una buona accoglienza, non solo da parte della critica). Il filone del pensiero di Morselli, per attenermi a questo autore, non pare aver determinato una contiguità coeva con i suoi anni, ma quando il medesimo viene (o è stato) letto a distanza, egli diventa un terzo ancora più forte poiché, nel frattempo, è subentrata un’altra stratificazione del tempo che non è più la stessa che avrebbero avuto i lettori se avessero potuto leggere, quelle particolari opere, quando Guido Morselli scriveva.

 

Hai affrontato il tema della lettura in età scolastica e di come questa spesso venga imposta ai ragazzi. Sulle pagine di Lèzere diversi personaggi si sono espressi a proposito. Citiamo solo un Walter Lazzarìn che vede nel sistema scolastico una delle cause dei bassi tassi di lettura in Italia, finendo per richiedere a gran voce “Più Ammaniti e meno Verga!”, mentre un Alessio Mariani, meglio noto come Murubutu, difende l’insegnamento dei grandi classici, prendendo ad esempio la sua esperienza e il suo amore per Verga giunto in età matura. Qual è la tua opinione?

 

Penso che i classici siano assolutamente fondamentali nella vita formativa di ciascuno di noi: questo, mi pare, è un concetto scontato. Nei cosiddetti classici non bisogna intendere solo la narrativa, ma tutte le qualità delle scritture. Ivi sono comprese la poesia, la saggistica e il teatro, ovvero, per quest’ultimo, un tipo di ideazione segnica rappresentativa che molti lettori ignorano e che, sopratutto, non si suole praticare negli anni scolastici. Questa “diffidenza” dei giovani (di tutti noi che siamo stati giovani), verso i testi non coevi è dovuta, probabilmente, al cambiamento dei canoni della nuova società. Mi permetto esemplificare: quando Leopardi, Verga, Manzoni D’Annunzio, etc. avevano scritto le loro opere, naturalmente, erano dei momenti storici profondamente differenti da quelli di oggi. (Ma è un concetto banale, cioè ovvio).

I giovani, per un fenomeno che avviene, invero, anche in vecchiaia, sono (spesso) molto attenti all’insieme degli eventi che sono le novità della vita che li coinvolgono in quel determinato istante. Quindi, certo, meno Verga, più Ammaniti, secondo la tua definizione. Definizione vera, o lecita, se si legge narrativa, ma il discorso cambia se si prova a leggere la poesia. Infatti la poesia, se è vera poesia (e non parole in colonna), è una forma di creazione artistica che, nel tempo, regge sempre, anche quando il lessico si trasforma. Un esempio lo danno alcuni grandi poeti dei due secoli che abbiamo alle spalle: per esempio Leopardi, Foscolo e, poi, Pascoli, Montale, Quasimodo, René Char, lo stesso Ungaretti e così via: la loro è una scrittura che, di sicuro, non ha tempo.

Io credo che la riscoperta dei classici, in età adulta, sia la quadratura del cerchio. La lettura dei grandi libri (Dostoevskij, Tolstoj, Joyce, sempre per citare alcuni) che si leggevano, normalmente a scuola, durante le vacanze estive (benevolmente inveendo, magari, contro i professori) ritorna sovente perché, in un qualche modo, implicitamente, questi libri disegnano un percorso che è volto a tratteggiare una struttura intellettuale del dopo, in un qualunque lavoro, e in ispecie, dove ciascuno di noi si va ad applicare. Del resto, le persone che eseguono lavori manuali, e che non hanno avuto una formazione scolastica forte, da quei testi avrebbero la possibilità di ricavare tanto per quel che è loro mancato dalla scuola.

Insomma non è il diploma, o la laurea, il mezzo (ma è un mezzo?) che ti crea. Invero, se una persona ha un percorso scolastico regolare, spesso, riesce a percepire un frammento del sapere, anche al di là di quello che i professori vogliono insegnare, perché non tutto ciò che a scuola s’impara lo si riesce a percepire. Se invece questo percorso, per motivi diversi, spesso per mancanza di un sostegno economico, una persona non lo ha potuto percorrere, costui ha, comunque, delle forti curiosità nella vita.

 

Hai affermato che la poesia, al contrario della narrativa, è sempre attuale. Nell’intervista che gli abbiamo dedicato, Ivan Tresoldi ha messo in evidenza come la poesia, oggi, non venga letta e, quando stampata, essa sia relegata agli angoli bui della libreria. Ma la poesia è veramente attuale, o il problema non sta nella sua natura, ma nel modo in cui si propone? Ivan suggerisce di cambiare le modalità e lui, con le sue azioni, ne è un esempio, avendola riportata in strada. Dovremmo trovare un domani anche Leopardi per strada?

 

Confermo, ma con modestia, la mia opinione. I grandi poeti dell’antichità, in fondo, realizzavano testi recitati, (anche se non erano, ancora, ovviamente, testi affissi per strada). Vi era, tuttavia, una forma di pubblicizzazione del testo grazie alla sua recitazione: dai grandi poemi omerici, all’Eneide, e non solo essi. Questa tradizione, inoltre, veniva (e viene tuttora) trasmessa attraverso la cultura orale.

Il discorso, poi, sulla poesia che dura più della narrativa è, penso, così perché è meno legata al contingente. Il testo narrativo, in generale, invecchia velocemente rispetto alla società che si trasforma nel tempo (e lo stesso ragionamento vale per i film).

La poesia, una volta scritta, è fissa: è un prodotto molto distillato a causa del lavoro del poeta (è difficile che vi sia una poesia di getto). E questo tipo di poesia non ha tempo, perciò sembra avere una maggiore durabilità. Poi, naturalmente, possono cambiare i gusti delle persone. Quello che potrebbe, ipoteticamente, invecchiare nella poesia sarebbe il lessico.

La poesia, come si suole dire, è musicalità e, all’interno di quel componimento, potrebbe esistere un ideale pentagramma che si avvicinerebbe molto alla musica, la quale può essere fredda, concreta e così via.

Oggi la poesia non si legge (o si legge pochissimo) probabilmente perché ci vorrebbe una maggiore cultura e una spiccata sensibilità per farlo e, in seguito, preparazione. Inoltre gli editori non sono interessati a promuoverla: i libri dei poeti non si vendono; quei pochi che si pubblicano trovano una collocazione (se la trovano) negli angoli più bui delle librerie.

In realtà, però, la poesia continua a vivere nella piccola editoria, per strada, nei blog. Sono i piccoli editori (ma anche i blog… e non solo essi), per esempio, che scoprono i nuovi grandi poeti. Si pensi all’Italia negli anni ’30-’50 del Novecento e alla funzione che l’editore Vallecchi di Firenze ha avuto in quei decenni.

Negli attuali anni, certo, i componimenti in versi sono distrutti (trasformati?) dalla rete internet (come, secondo me, la rete internet porterà a polverizzare tutta la letteratura). Le persone, nella loro generalità, non sono più interessate a leggere simili testi di sostanza (tanto che, da qualche anno, si confonde – stoltamente – il componimento in versi con le parole delle canzoni dei cantautori).

Lo schermo elettrico, del resto, fa sì che un individuo sia più attratto dalle visività delle storie, e dalle scritture cosiddette leggere. Poi ci sono, sempre, le eccezioni. Però intendo riaffermare che ogni cosa scritta, ancora all’interno della rete internet, si trasforma, sovente, in un prodotto.

Se, allora, fosse vera questa trasformazione, le letterature ne subirebbero un colpo forte e, alla fine di questo secolo, la società della cultura (anche quella con la c minuscola) dovrebbe fare i conti con un cambiamento, che sarebbe un travisamento.

Mi pare, allora, che ha ragione Ivan con la sua tesi sui poeti di strada.

I poeti di strada salveranno la poesia, con la loro forte e diretta espressività.

Tuttavia mi sembrerebbe difficile scovare un nuovo Leopardi, appunto nelle poetiche di strada.

Ma dai poeti di strada vi sono, vi saranno, anche oggi, alcune splendide eccellenze.

 
 

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