Lèzere intervista Attilio Mauro Caproni – Parte Seconda

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Sarai cresciuto in una casa piena di libri, con un forte impatto culturale da questo punto di vista…

 

Sono vissuto in una casa di persone che avevano, nel dopoguerra, dei grandi problemi economici, perché mio padre esercitava l’insegnamento nelle scuole e aveva, come attività primaria, lo scrivere versi, articoli, traduzioni… etc; mia madre, invece, veniva da un mondo contadino, dalla Valle Trebbia e aveva lavorato, un po’ da giovanissima, in un giornale genovese che si chiamava, mi pare, «Il Lavoro». Poi è nata mia sorella Silvana; è scoppiata la seconda guerra mondiale, sono nato io, e mia madre ha lasciato la sua attività per dedicarsi a noi (Ma questo pensiero è solo un riferimento biografico). Diciamo che la cultura, in senso aulico, a casa mia è sempre stata guardata, implicitamente, come qualcosa che avrebbe potuto allontanare le persone dai valori veri che si possono introitare dalla cultura. La cultura deve essere qualcosa che ti arriva di riflesso, spontaneamente. Ciascuno di noi deve poter andare incontro alla cosiddetta cultura perché la medesima nessuno te la può imporre. Casa mia era piena di libri e quest’insieme di voci e di pensieri fissati sulla carta hanno, molto spesso, esercitato su di me un’intensa curiosità (e una sensibile affascinazione).

 

Questo si avvicina molto a quello che ha detto Augias a proposito della “seduzione della lettura” nel suo saggio Leggere, perché i libri ci rendono migliori, più allegri e più liberi.

 

Il libro, per un uomo, è come una bella ragazza. Per una donna è un bel ragazzo. Questo secondo i ruoli tradizionali della società corrente.

Il libro è l’innamoramento ed è tale se, quando l’affronti, le prime pagine riescono a catturarti. Io, ad esempio, per molti anni ho considerato Pier Vittorio Tondelli con una certa (sciocca) diffidenza. Poi ho pensato: forse l’ho letto male. Mi dava, probabilmente, fastidio la sua latente politicizzazione e (un po’) il suo tono scanzonato. Ora lo sto rileggendo, e devo dire che è stato uno scrittore commercialmente esaltato e intellettualmente guardato con diffidenza, secondo me sbagliando perché Tondelli ha la capacità non solo di fare una fotografia della società del tempo, ma cattura il lettore; cioè, quando lo si comincia a leggere, per la ricchezza delle immagini che descrive, è difficile che si possa lasciare un suo libro. Per esempio, non è avvenuto così, per me, con Umberto Eco: Il nome della rosa è un romanzo, per molti, come si suole oggi dire, di culto… che, tuttavia, non mi è assolutamente piaciuto, e così è stato le diverse volte che ho provato a rileggerlo (o, per esempio, quando c’è stata la Lettura ad alta voce nella trasmissione di Rai Radio 3 «Fahrenheit»). Lo trovo un libro artificiale, costruito in laboratorio da un autore non scrittore (Eco è stato un esponente autorevole della semiologia), mentre un testo, quello vero, dovrebbe proporre una creazione artistica, e non unicamente una costruzione intellettualistica.

 

In un tuo articolo, pubblicato sulla rivista Jlis, affronti il tema dell’autenticità di una persona. Sembra che tu vada ad affermare che il lettore in quanto tale è una persona autentica, mentre il non lettore, viceversa, è una persona inautentica.

 

Non è totalmente così (correggendomi). L’autenticità e l’inautenticità appartengono a un discorso riducibile intanto alla curiosità. Se ciascuno di noi non è curioso di sapere che cosa pensano gli altri, non solo nella cultura orale ma, soprattutto, nella cultura scritta, secondo me, per questa ricordata mancanza egli ha, come dire, un deficit. Non essere, appunto, curiosi rende la vita molto malinconica, la rende molto routinaria: la mattina ti alzi, fai la doccia, colazione, esci, vai a lavorare, torni a casa, ti metti davanti alla televisione, ceni e vai a dormire. Questo ripetuto per 365 giorni, per tutti gli anni che uno rimane in questo pianeta, se alla fine della vita si avesse il lampo di fare un bilancio, questo bilancio lo si potrebbe sintetizzare come: una disperata malinconia.

Ciascuno di noi, inoltre, con i limiti dati dalla propria intelligenza, crede di essere il punto di partenza di un teorema che si confronta con quello che pensano gli altri. A quel punto, in seguito, se si ha il desiderio di conoscere che cosa pensano gli altri, forse si riuscirebbe ad arricchire una propria autenticità, oppure la relativa personalità. Chi invece ha altri interessi, che non sono quelli di capire attraverso la cultura scritta, ma di indagare il mondo intellettivo in un altro modo, anche in quel caso costui potrebbe essere una persona autentica. Qui bisogna capire le gradazioni di ciò che egli percepisce, oppure se le riesce a percepire. In un caso contrario, il soggetto diventa una persona inautentica: egli non solo non è stato qualcuno per se stesso, ma non sarà qualcuno nemmeno per gli altri.

 

Lo scambio culturale e la ricerca di informazione scritta si stanno spostando sui social network. La conseguenza è la perdita della loro qualità?

 

Dunque, i social network sono molto esecrati e molto esaltati (anche per essere conformisti). Sono comunque una questione di questo tempo, bisogna farci i conti. Secondo me, i social network, rispetto all’opacità della società in cui non vi erano mezzi di comunicazione così veloci, hanno una funzione, quella di indirizzare verso una forma di cultura popolare, nel senso più alto della parola; una cultura molto larga (molto superficiale, per la massima parte, purtroppo) nella quale entrano molte persone che altrimenti non avrebbero mai affrontato e riflettuto su certi temi.

Io non ho una grande esperienza dei social network e non li frequento, ma posso fare un’osservazione: intanto vi è una comunicazione in tempo reale con delle persone che non si conoscono, e questo è un arricchimento, positivo o negativo a seconda dei propri parametri morali. Seconda cosa, i medesimi permettono di affrontare dei temi ludici; quindi vi è il problema del “divertimento” che, similmente, si ritrova in un certo tipo di letteratura cartacea: i bambini, per esemplificare, quando leggono i libri di favole, sognano e si divertono.

Tutto questo è detto però da una persona avanti negli anni ed è strettamente ancorata a una cultura persona-persona, libro-persona. Però, nonostante questa mia ragguardevole età, io guardo simili rinnovamenti con interesse, perché altrimenti sarei già una persona morta. La parte che non condivido (però è un mio concetto soggettivo) è che con i social network si perde il principio del dialogo personale. I medesimi possiedono, da una parre, il vantaggio di favorire il dibattito delle idee con tutte le persone con le quali ci si collega, ma di fronte a una persona viva, vera, i social network fanno sì che l’internauta sappia ancora parlare con questa stessa persona guardandola negli occhi? Nei social network gli occhi, quelli veri, non si vedono… (nonostante la webcam). E, così, rifacendomi a una teoria degli anni ’50 del secolo che abbiamo alle spalle, di un esperto di comunicazione americano di nome Shannon, egli, allora, diceva che attraverso il telefono era molto facile mentire, cioè era più facile dire una bugia piuttosto che dirla viso a viso. E nei social network c’è molta finzione, un discreto ciarpame da questo punto di vista. Ma diciamo che con questa espressione di interrelazione informatica siamo ancora alla preistoria del fenomeno, cioè siamo al cosiddetto paleolitico antico, nel senso che bisognerebbe vedere come essi evolveranno nei prossimi decenni: sicuramente, ma dico una cosa scontata, questi saranno profondamente diversi da ora.

Ancora dai social network, comunque, si possono estrarre elementi molto positivi. Per esempio, tra i molti, dalle cosiddette chattate si avrebbe la facoltà di comporre un libro come se fosse un copione teatrale: tu dici qualcosa, e io ne dico un’altra, e così via, poi ci potrebbero essere gli a parte in cui i due soggetti non sembrerebbero dire esplicitamente, ma cercherebbero di farsi capire implicitamente.

 

Noi, con Lèzere, stiamo usando molto Facebook, cercando di sfruttarlo come strumento. Mentre nel nostro sito accogliamo diverse forme di racconto. In sostanza usiamo Internet in funzione della diffusione della lettura.

 

Penso che sia un’ottima idea, sopratutto nei piccoli centri dove i libri non arrivano, e dove non vi sono le biblioteche, oppure, ancora, dove le persone non sono abituate a leggere. Facebook (se usato correttamente) è un utile strumento di comunicazione poiché rende la lettura un concetto leggero, nel senso che la lettura, così come la conduce la mia generazione (avendo davanti l’oggetto libro cartaceo), per un determinato pubblico, in un qualche modo, potrebbe apparire come un’entità respingente. Magari (poi) si dice che non si è pronti a leggere dei testi, e le ragioni possono essere molteplici: una di esse consiste nella convinzione (per alcuni) che non si ha una preparazione adeguata per praticarla, e, comunque, è (sovente) una fatica leggere ma, poi, si cerca di avere il tempo per farlo (ma spesso la vita te ne lascia molto poco).

I social network, inoltre, ripetendomi, rendono la lettura digitalizzata una forma di contatto pressoché immediato: nel senso che attraverso lo strumento elettrico alcune persone abitano in quella che io chiamo la società visiva. Una simile trasformazione comunicativa permette di passare da una forma di società chiusa, a una modalità di società falsamente aperta, dove la scrittura alfabetica si confonde e si mescola con elementi ideografici, anche grazie alle emoticon, alle fotografie, ai trailer, etc.

 

Internet ci impone un nuovo tipo di lettura?

 

Secondo me la lettura che si compie attraverso la rete internet è una modalità che, in una maniera un po’ sintetica e un po’ grossolana, chiamerei come lettura partecipata. La medesima non è una attività isolata così come avviene, di solito, tra il lettore e il libro cartaceo, poiché Internet, essendo un alveo dentro il quale possono esservi, per esempio, i social media, nell’istante del leggere, accade che si è, in una certa maniera, influenzati dagli orientamenti degli altri lettori, magari pregressi (e comunicati in un tempo cosiddetto reale), con i loro segnaletici giudizi espressi dal: mi piace (pollice alto), oppure dal: non mi piace (pollice verso). L’insieme delle sensazioni che da lì si ricavano, istantaneamente, derivano dal fatto che quelle stessi testi potrebbero essere letti (e, perciò, partecipati) da altri lettori/internauti. (Ancora, all’interno dello stesso percorso – per la precisione di una “lettura in Internet”- , per esempio, non si ritrova più quella che si chiama la solitudine del lettore e/o la solitudine dello scrittore, che era una prerogativa propria della tradizionale lettura/scrittura).

Una simile forma informatica si configura – di fatto – come un atto del leggere partecipato, oppure, se vogliamo, come una lettura collettiva (nel senso, per semplificare – ma il concetto è più complesso –, che più persone, elettricamente interagendo, aprono e leggono, nel medesimo momento, lo stesso/gli stessi scritti, con una valenza, probabilmente, aggiuntiva rispetto a quello che si apprende nella lettura di un libro tipografico, come è noto).

I testi presenti sulla rete, poi, mi domando, sono dei reperti scritti o, diversamente, si presentano come dei libri visivi o recitati? Con una simile espressione intendo ricordare che la maggioranza dei documenti librari inclusi su Facebook (o su social similari) più che essere delle opere scritte, sarebbero, di fatto, appunto, dei libri visivi o recitati. Testi recitati, per la grande parte poiché la scrittura appare come istantanea, immediata e non è filtrata (all’opposto di quel che avviene nel libro cartaceo). Infatti, nel libro cosiddetto tradizionale, ogni scrittore opera su quel che scrive più revisioni, con una distillazione non solo della trama e della storia, ma anche della sua forma. Inoltre ricordo per i “libri” che risultano essere inseriti (oppure si digitano) nei social network, apparentemente, utilizzano una scrittura che etichetterei come spontanea tramite la quale gli scriventi (che non diventano, però, scrittori…) fissano delle loro idee così come gli sorgono, senza preoccuparsi, magari, dello stile e della forma. In un simile contesto, allora, la lettura è dialogica: forse vi potrebbe essere un dialogo nascosto (o implicito) tra chi scrive un testo e colui il quale legge il menzionato testo in quella/e piattaforma/e.

 

Inoltre, quando tu hai un libro in mano sei obbligato a interpretare da solo quello che leggi; su Internet, invece, essendoci più lettori che commentano uno stesso testo, inevitabilmente la tua lettura è condizionata da una pluralità di filtri.

 

Credo di sì, nel senso che quando io vado a leggere/vedere un’opera, con sotto i giudizi, pollice alto (mi piace), pollice basso (non mi piace), è chiaro che non mi è possibile avere una lettura asettica come, in realtà, ricavo nel provare a leggere un libro non digitale.

 

Vien fuori una sorta di terzo al plurale, insomma.

 

Esatto (sia per il lettore e sia, anche, per lo scrittore/scrivente)!

Inoltre, per leggere un determinato libro, si deve avere, innanzi tutto, la passione per la lettura, per quel tipo di lettura e storia e, poi, nel farlo, è necessario uscire da sé stessi per entrare, come terzo, all’interno di una determinata opera nella quale ogni singolo scrittore diventa, a sua volta, per il lettore, una terza entità. Immagino che se si compie questo percorso, nell’alveo della rete internet, una simile prospettiva si modificherà.

L’avvento dell’informatica e della memorizzazione del sapere in virtù del flusso elettrico, del resto, trasporta qualsiasi ipotetico homo legens in una zona tutta ancora da esplorare. Zona che io etichetto come società visiva. In un simile milieu una qualsiasi unità libraria è guarnita, per esempio, dalla visualità dei contenuti in virtù di una luce di uno schermo. Nello schermo vi possono essere degli elementi di contorno accessorio, come la pubblicità, oppure si potrebbe utilizzare una forma di scrittura similmente idiografica all’interno della quale un qualsiasi scrivente possiederebbe la facoltà di guarnire un particolare testo – per il fenomeno dell’intonazione (e/o dell’emotività) – grazie alle varie e diverse emoticon, o altro.

Ma il discorso che il nostro secolo si è trasformato in una società visiva richiederebbe un ben più ampio approfondimento.

 

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4 pensieri riguardo “Lèzere intervista Attilio Mauro Caproni – Parte Seconda

    1. Caro professore, noi ragazzi di Lèzere rinnoviamo la stima nei suoi confronti, così come l’entusiasmo per questa intervista ricca di spunti di riflessione e pareri che svecchiano l’immagine che si ha in Italia della lettura.

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