La Grande Nonna – Serena Simbula

La Grande Nonna

 

Era nata su un’isola, un piccolo ammasso di rocce e qualche fazzoletto di verde, che magicamente, misteriosamente si era impresso in lei, lasciando i suoi colori e i suoi profumi: aveva la pelle bruna come la terra fertile dei piccoli campi e profumava di menta, di rosmarino e di cisto come se non se ne fosse mai allontanata.

L’avevano portata a vivere, suo malgrado, sulla terraferma in quel paese che non sentiva suo nonostante i tanti e tanti lunghissimi anni lì trascorsi.

Non conosceva il suo anno di nascita

“L’anno ottanta”

diceva, ma non avendo frequentato la scuola e non sapendo usare i numeri non capiva il significato di quelle parole, più volte sentite dai genitori, quando era bambina.

Tutti la conoscevano da sempre, tutti erano più giovani di lei, nessuno ricordava il suo arrivo al villaggio e il suo nome, per tutti era “La Grande Nonna”.

I tratti del viso parevano scolpiti nel legno, tratti forti, marcati, solcati da mille e mille segni lasciati dai giorni vissuti, segni che si distendevano e si addolcivano solo quando, con mani dure e screpolate, accarezzava i bambini o zappava intorno al cespuglio di menta, che cresceva accanto alla porta della sua casa.

I piedi, nudi in ogni stagione, si erano adattati tanto alla terra da confondersi con essa: zolle scure e ingrossate dal camminare di una vita intera.

Vestiva sempre di nero: lutto perenne per qualcuno amato intensamente e mai dimenticato, per qualcuno che nessuno nel villaggio aveva conosciuto, qualcuno che apparteneva ad un passato lontano per tutti ma non per lei, che viveva ormai fuori dal tempo, in un costante presente che la rendeva libera da vincoli e convenzioni.

Un ampio grembiule copriva e manteneva pulita la parte anteriore della lunga gonna plissata. Con esso si asciugava le mani, trasportava le uova dal pollaio, raccoglieva i frutti che cadevano maturi dagli alberi del piccolo cortile, con esso asciugava le lacrime dei bimbi e sotto di esso, per pudore, nascondeva le mani nei rari momenti di inattività o quando si trovava per strada o in chiesa.

Nella tasca custodiva, insieme ad un vecchio spago a cui erano stati uniti dei semi di carrubo sbiaditi, due pietre nere, lisce e lucide e da esse non si separava mai.

“Sono la mia forza!”

diceva.

Lo scialle di lana di Tibet, dalle lunghe frange di seta, la riparava tanto dal freddo dell’inverno quanto dal caldo dell’estate, nascondendo le sue forme ma non il portamento fiero di chi non si è mai piegato agli eventi della vita.

Come la terra d’origine aveva una scorza ruvida e un’anima generosa.

Era “La Grande Nonna”

A lei ci si rivolgeva per avere consigli, con lei si apriva e si chiudeva il cerchio della vita nel villaggio. Era lei che assisteva la levatrice durante i parti e, quando in famiglia non c’era nessuno disponibile, continuava a prendersi cura della puerpera finché non avesse ripreso la completa autonomia.

Era lei che chiudeva gli occhi ai defunti, che vestiva con gli abiti più belli per l’ultimo viaggio, mentre a bassa voce, quasi bisbigliando, ripeteva una nenia, un dolce canto di cui nessuno era riuscito a cogliere più che poche parola:

“Vola leggera, anima mia, il tempo non ti farà più male…”

Dicevano riuscisse a parlare con i morti, spiegava che morire è soltanto lasciare il peso del corpo per unirsi alle forze invisibili della natura e con esse stare a fianco di quanti si è amato in vita per non lasciarli più.

Era certa e serena nel dirlo, tanto che pareva che le ombre dei defunti passassero davanti ai suoi occhi per comunicare con un linguaggio nuovo, sconosciuto ai più.

Deteneva le regole della buona educazione a cui tutti i bambini dovevano sottostare: era l’occhio vigile su un’infanzia vissuta in libertà, per strada, dove i più grandetti si prendevano cura dei fratellini più piccoli mentre le mamme andavano a lavorare nei campi o nelle case dei “signori” della città vicina.

Andavano a lavoro tranquille quelle madri, confidando che per qualunque necessità sarebbe intervenuta lei, La Grande Nonna, con saggezza, e che nessun bambino o ragazzino si sarebbe permesso di mettere in discussione un suo rimprovero o di disattendere un suo comando.

Custodiva e manteneva in vita i ricordi e la sapienza di una medicina antica intrisa di magia, fatta di erbe profumate, di formule segrete, di rituali legati al culto delle acque e del fuoco, sotto gli influssi benefici della luna.

Allontanava febbri e malattie e con la stessa facilità e sicurezza curava le ferite dell’anima.

Stringendo tra le mani il vecchio spago con i semi di carrubo e le due pietre nere, seduta sulla nuda terra, nelle notti di luna piena trovava nuove energie da trasmettere a quanti erano nel dolore, a quanti non trovavano in sé stessi la forza per continuare a vivere.

Curava tutti indistintamente e non chiedeva nulla in cambio.

Non possedeva niente, ma niente le mancava: la natura con i suoi cicli, la generosità dei vicini, la gratitudine di quanti da lei erano stati aiutati, soddisfacevano le sue minime necessità quotidiane permettendole di prolungare quella vita che sembrava ormai destinata all’eternità.

“Il tempo è un’illusione” diceva “Il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora, il presente, mentre ne parli è già passato!”

Era una fata? Una maga? Una santa? Chissà!

 

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