Luciano – Filippo Puddu

Luciano

 

Le mie mani sulla tua schiena, stringo, graffio, ti faccio mia. I tuoi sospiri che si fanno urla di piacere, mentre batto ed entro più in fondo, ancora, ancora. È un viaggio che non deve finire, non ora, e a questa speranza mi aggrappo, al tuo collo, alle tue spalle, ai tuoi capelli. Mi chiami. Non ti fermare, non ti fermare, gemi. E la tua pelle liscia sotto il mio sudore è una nave concepita da un essere che non può appartenere a questo mondo. É mia, la bacio in ogni suo affranto e spingo, spingo, spingo finché non la vedo, quell’isola. Il fumo si innalza dal vulcano che fa suo l’orizzonte ed è là che vogliamo arrivare. Perché ogni viaggio deve avere la sua destinazione, se il percorso soddisfa. E tu sei appagata, quasi, ancora poco, lo so, lo sento. Ti stringo il seno, le mie mani sulle tue labbra, mordi. Vieni. Ed è un esplosione di lava e detriti che ci travolgono, in un’estasi che uccide.
 
 
– Luciano scopa-ano! Luciano scopa-ano! Luciano scopa-ano!

Mollo la presa sulla gallina che, sporca del mio sperma, fugge battendo le ali. Tra le lacrime riesco a scorgere un gruppo di bambini che ridono di me, all’ingresso del pollaio, agitano le mani sporche verso la mia figura. Mani sporche di sangue, le loro, quelle che hanno imbracciato l’ascia e ti hanno trafitta ancora e ancora. Io non ero là, quella notte.

– Assassini! – Gli urlo, mentre cerco di gettarmi su di loro. Ma le braghe abbassate sono una trappola e casco battendo il muso tra il legno e la merda.

Ridono fino a non tenersi più in piedi. Cerco di sollevare il viso, coperto dai ciuffi umidi e sporchi. Sputo nel tentativo di tirare fuori i peli della barba dalla lingua. Inutile, inutile urlare ancora.

– Fuori! – Urla un uomo. I bambini se la danno a gambe, sghignazzanti e insensibili alle scapocciate.

– Ancora tu, lurido. – Mi appella. Le sue mani sono forti, mi afferrano i capelli troppo lunghi. Mi trascina mentre le schegge delle assi trafiggono il mio ventre nudo, le costole che spingono fuori la pelle. Mi getta all’aperto, sul fango.

– Brutto porco! – Continua. – Se ti ritrovo ancora qua dentro ti ritrovi sventrato come quella puttana di tua moglie.

Chiudo gli occhi, mi copro mentre striscio via.

– Vai a scoparti i cinghiali nel bosco, Luciano scopa-ano!

Ride anche lui. Ma io non sento più niente. Ci sei ancora te, con me, e mai te ne andrai. Sento il tuo sapore ancora sulle mie labbra, le tasto. Ma non trovo altro che sangue e gengive spoglie.

Tornerò a casa nostra, stasera, lontano dagli sguardi irrisori del villaggio. Là, dove tutti vedono assi bruciate e degrado, noi vediamo ancora la nostra isola.

Un pensiero riguardo “Luciano – Filippo Puddu

  1. Wow.. ci hai fatto emozionare…poi stupefarre e quasi schifare in poche righe
    L ho letto ad alta voce
    Qui sul furgone
    In viaggio
    Ed abbiamo viaggiato con ano

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