Lèzere intervista Attilio Mauro Caproni – Parte Terza

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Ultimamente con Lèzere abbiamo portato i racconti ai concerti. Più in generale con le nostre iniziative ci proponiamo di portare la lettura là dove non si è soliti trovarla per aumentare le possibilità di incontro tra testo e potenziale lettore. Pensi che il nostro operato possa essere efficace?

 

Sì, può essere efficace anche se non al cento per cento (ma non ho una grande esperienza in merito). Il gruppo che fa capo a Lèzere, immagino, si pone come obiettivo la disseminazione della lettura. Nel senso che proponete un pacchetto alle persone di tutti questi fogli, testi, che distribuite nelle diverse forme… ma, per una simile maniera, sarebbe proficuo stendere una statistica per vedere quanti di questi vengono letti. Comunque una valenza positiva una simile operazione la ha di sicuro: quando le persone trovano questi fogli sono convinto che uno sguardo almeno glielo danno: si scatena insomma una reazione, una curiosità la quale, di fatto, è un grande merito. Tuttavia credo che la mia risposta sia molto (forse troppo) semplicistica e sintetica.

Per esempio, e collateralmente, anche tutte queste forme di letture ad alta voce che oggi nella società piccolo borghese, e borghese, vanno molto di moda, le medesime non sono altro che un ricalco della cultura ottocentesca, quando non esisteva la radio o la televisione, oppure i social network… e le persone si radunavano intorno ai libri che erano recitati.

 

Oggi questi eventi sono spesso inglobati nel panorama delle azioni di promozione della lettura, a mio parere erroneamente.

 

Io non sono molto favorevole a questi eventi, poiché quando personalmente provo a leggere in un simile modo, di solito, mi distraggo. Questi eventi, in fondo, non promuovono sul serio la lettura. Certo, a volte, anche lì può capitare che qualcuno possa essere interessato all’ascolto. Quando (e se) si organizza una lettura di poesie (ma, di solito, la grande parte delle persone la poesia non la legge), questa forma di espressione richiede una grande concentrazione per diversi motivi, e tra i molti – per esempio – sembra necessario percepire il colore e il suono delle parole per poterla, sino in fondo, apprezzare; è probabile che qualcuno ne rimanga colpito, ma è sul serio una minoranza. Di concerto per la letteratura narrativa è tutta un’altra cosa. Allora lì bisogna scoprire che se si insegue la storia, cioè la trama del singolo testo come se fosse uno spettacolo cinematografico, oppure se si insegue il pensiero dell’autore. Perché l’Ulisse di Joyce è un libro difficile da recepire nel leggerlo, come, seppure in maniera differente, Petrolio di Pier Paolo Pasolini? Una delle molte risposte potrebbe essere: manca una storia, cioè un percorso contenutistico nella concretezza e quei testi (al lettore cosiddetto comune) si palesano come un’esplosione intellettuale dell’autore, composti per esprimere una forma di geniofollia, attraverso il quale uno scrittore cerca di comunicare ai lettori che lo scrivere è anche un atto folle.

Nello scrivere e nel pubblicare un libro, significa che ciascuno di noi si sottopone a un grave rischio: vale a dire quello di farsi scoprire, oppure di farsi odiare, o in qualche caso falsamente amare (sempre che la spinta della pubblicità fatta dall’editore non porti a un condizionamento merceologico volto a creare un interesse indotto per il lettore).

 

Stiamo parlando di promozione della lettura e allora mi viene in mente un altro grande quesito: cosa promuovere, tutta la produzione letteraria o solo quella di qualità?

 

È bene promuovere tutta la produzione letteraria.

 

In questo contesto, la promozione della letteratura di qualità si può considerare come uno step successivo, un’educazione del lettore?

 

Con convinzione: sì.

 

Hai coniato un termine particolare per indicare i testi di scarsa qualità letteraria: i libri saponetta. Puoi spiegare cosa sono?

 

I libri saponetta sono da me molto disprezzati perché hanno, tra i molti, uno svantaggio enorme: nella mia libreria personale occupano un metaforico ingombrante spazio.

I libri saponetta rientrano nella categoria dei libri subiti perché sono delle entità non scelte le quali una volta lette, o non si rileggeranno mai più o, al massimo del loro non valore, resteranno solo come dei libri contingenti. Per esempio, e a caso, includerei in essi i testi attinenti alla cronaca che riguardano la storia di Diana Spencer, o una narrazione di un delitto efferato che ha colpito la società, oppure un’intervista di Bruno Vespa a Berlusconi, o a un politico di turno, e, ancora, un romanzo di Franceschini, oppure di D’Alema, nonché quell’ipotetico scritto – che non leggerò mai – di Matteo Renzi, o un blog di Beppe Grillo (ma non solo per le mie convinzioni sulla conduzione della società civile). Insomma l’insieme di simili unità segniche rientrano nella categoria di quei libri strettamente legati al momento, vale a dire libri che possono impropriamente occupare, ma mi ripeto, un posto sempre prezioso negli scaffali di una libreria privata, per i quali non sembra utile perdere del tempo per leggerli. Allora, mi domando, è il caso di conservarli? Antropologicamente sì perché, in futuro, dai medesimi si avrebbe la facoltà di capire la vacuità della società di questi anni. Praticamente, però, in una mia biblioteca personale… dove li collocherei? Allora poiché come bibliografo, di solito, non riesco a cestinare nessuna entità della scrittura, i libri saponetta, ipoteticamente, troverebbero un posto in quella sezione della mia biblioteca che io etichetto come la cartolibreria.

I libri di evasione, invece, nonostante quanto detto sino a ora, andrebbero guardati comunque, poiché vi sono diversi momenti dove il leggere assume molte modulazioni; in certi istanti si dà una preponderanza all’astrattezza, cioè alla distrazione astratta, piuttosto che alla distrazione pesante. Ci sono ancora dei tempi della vita in cui ognuno di noi è più predisposto a non coinvolgersi emotivamente perché, forse, ha le sue ansie, oppure momenti in cui, al contrario, è più freddo e ha il desiderio di farsi trainare, emotivamente, con i libri colti. Quindi io non sono radicalmente contrario (ma fortemente perplesso) alla promozione della lettura con quelli che chiamo i libri saponetta, oppure con similari realtà librarie.

(Queste unità bibliografiche le etichetto saponetta perché una volta lette sono consumate per la mia intelligenza, per la mia mente, come se fossero, appunto, un mozzicone di saponetta che uso per lavarmi le mani e, una volta che ne rimane un pezzetto, è difficile che io allestisca una teca per poterne attuare una conservazione).

 

Bello questo aspetto del discorso anche per quando riguarda le diverse valenze della lettura, che non è univoca…

 

Esso può soddisfare diversi momenti della vita; anche nell’arco di una giornata noi abbiamo diverse intensità (per esempio nel momento in cui si è in uno stato di ansietà con noi stessi, più ci si allontana – forse – dai libri considerati pesanti).

 

È anche un concetto difficile da far capire a chi non legge…

 

Però chi non legge normalmente i grandi libri legge, piuttosto, qualcosa come (per esempio) La Gazzetta dello sport poiché anche questo giornale è una delle tante espressioni di lettura. Come è una forma di lettura guardare la televisione: ma qui siamo nel campo di quel settore che io ho chiamato lettura (società) visiva. Ci sono, ad esempio, degli appassionati, secondo le mode, di cucina, di cuochi. Così guardano una trasmissione cosiddetta di culto come Masterchef (che mi annoia fortemente). Tuttavia essa fa parte, appunto, della lettura per una società visiva, perché da lì, nonostante tutto, alcune persone imparano un frammento di idee. Ma io sono, e resto, perplesso.

 

Ma imparano anche dal Grande Fratello?

 

Dal Grande Fratello coloro che lo seguono intuiscono come essi vorrebbero essere nella loro parte bestiale. L’uomo è, infatti, anche una bestia. Ciascuno di noi ha una componente raziocinante e una componente bestiale. Abbiamo dei momenti in cui siamo delle persone pessime, anche abbastanza feroci, abbastanza ottuse, chiuse. Ce lo hanno tutti questo lato del carattere, anche chi si dichiara, ma si fa per dire, benefattore dell’umanità. È la bestia perduta che abbiamo dentro di noi e che di tanto in tanto riaffiora. È la cultura cerebrale del serpente per cui, in certe circostanze, riusciamo a essere bestiali… vale a dire cattivissimi (e non unicamente… cattivissimi).

 

Penso che la bestialità dell’essere umano sia stata anche ben delineata dalla scrittura. Penso a Il Signore delle mosche di William Golding. Mentre, ultimamente, è stato un tema forte di una nuova serie tv di successo: Westworld. Qui si immagina che in un futuro venga creato un grande parco giochi per adulti, ambientato nel lontano West e popolato da dei droni del tutto simili agli uomini. In questa realtà parallela, chi può permettersi i grandi costi del parco può vivere un’altra vita, dando via libera a tutti i desideri reconditi che nella società di appartenenza è costretto a reprimere.

 

Anche questa è una lettura della società visiva. Il lettore visivo, in quel momento, “pensa altrimenti”. Pensare altrimenti significa far affiorare tutti gli aspetti animaleschi o materiali che la nostra memoria cerebrale, in un qualche modo, cerca di frenare. Vi è sempre un conflitto tra la materialità e la razionalità dell’intelligenza. Però questa materialità non la puoi sopprimere: ecco perché ha avuto fortuna la lettura visiva (il cinema: l’horror, i vari vampiri, i gialli, le cose molto truculente, gli omicidi pazzeschi, il prototipo Dario Argento, tanto per citarne uno nostrano). Poiché il pensiero di ciascuno di noi è fatto da queste due componenti. Immagino che questa possa essere una possibile risposta, ma ce ne possono essere – ovviamente – anche delle altre.

 

Per continuare la lettura, clicca QUI e vai alla quarta e ultima parte dell’intervista.

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