Joe Kovacs – Alessio Berti

Joe Kovacs

 

A vederlo da lontano, cosi offuscato dalla fitta pioggia di questi giorni, sembra sia più vecchio, stretto nel lungo cappotto nero con quelle che, da qui, sembrano scarpe eleganti, lo si deduce dal riflesso che il vicino lampione crea su di esse. Pare quasi un uomo d’affari con fare sicuro e risoluto, ma no, mai impressione potrebbe essere più ingannevole.

Piove. Mi piace. Tanto basta per essere rilassato e passare una serata tranquilla. Cammino e non riesco però a liberare i pensieri, sarà colpa dell’ombrello, sorrido.

Non riesco a non vedere tutto questo mondo un po’ distorto, confuso e distante. Già forse dovrei…

Hai visto la partita ieri?”. Mi interrompe Vincent, amico di una vita, praticamente un’ombra.

Si, ero da mio fratello. Credo sia ancora arrabbiato ora”

E ci credo, non si può dare un rigore così!”

Si effettivamente”

Non ho più visto Alice, come sta?”

In realtà non la vedo e sento da un po’ anche io, sai com’è, anche l’amore fraterno scema un poco quando si rincorre la propria vita”

Perché tu cosa rincorri?”

Quello che non so, o forse niente, lo sai come vedo l’ambizione”

Io so come non dovresti vederla”

Tu pensi di avere le risposte senza esserti mai fatto le domande, andiamo dai”

Chiudo l’ombrello, la pioggia non è più cosi forte mentre camminando ci ritroviamo a ridere di vecchi ricordi e idee che il tempo, fortunatamente, ha reso vane. Ci riguardiamo con imbarazzo nel nostro passato post scolastico, in quel momento in cui il ventaglio di possibilità di quelli che, come noi, non avevano le idee chiare, è così ampio da vederci riuscire nella difficile opera di non sceglierne neanche una. Gli voglio bene, siamo legati anche se ci scorniamo spesso, tante volte lo trovo ottuso e cocciuto, confrontarci cosi spesso ha portato noi stessi ad analizzarci più del dovuto. Dirsi le cose in faccia è una cosa, ma percepire, in cuor proprio, di aver sentito la verità porta a crescere. Scavalchiamo una pozzanghera tra due macchine, una voce giovane poco distante mi ferma:

Ehi! Scusa! Hai da accendere per caso?”. Sembra non superare i trent’anni, capelli arruffati con un accenno di barba incolta a coprire il viso giovane, un lungo cappotto verde con molte tasche, scarpe nere da ginnastica coperte da larghi jeans logori. Il tutto sovrastato da un grosso zaino a pesare sulle gracili spalle.

Si, tieni” allungo la mano chiusa sperando non mi chieda anche una delle mie ultime sigarette. Prende una delle sue da un pacchetto malconcio, la accende e ringraziandomi con un sorriso mi restituisce l’accendino.

Ricomincia a camminare, dopo alcuni passi allunga il braccio verso la strada con il pugno chiuso ed il pollice alzato, lo lascia cosi mentre i guidatori delle macchine che lo sfiorano distolgono lo sguardo. Mi incuriosiscono le persone che fanno l’autostop, provocano in me l’impulso di voler conoscere la loro storia, voler sentire cosa hanno da raccontare, chissà cosa li ha portati fino lì, quali esperienze e scelte hanno fatto. Magari vogliono solo vagare liberi, già, liberi, chissà se ci si può davvero sentire così.

Vincent mi risveglia dal tepore della mia curiosità dicendomi che si può andare, attraversiamo e di corsa piombiamo di fronte alla piccola porta sotto la grande insegna luminosa del bar, siamo arrivati presto, alcuni si stanno ancora annoiando in ufficio e contano i minuti, altri devono iniziare il loro turno e magari stanno dormendo, cosi adesso il locale è deserto, il barista ci saluta però calorosamente mentre compare dal retro allacciando il gilet. E’ uno di quei posti con un odore particolare e distintivo, non un cattivo odore certo, ma uno di quegli odori che riporterà la mia testa qui quando lo sentirò altrove, il passaggio dal caos stradale di questa fredda città alla pacatezza calda del locale somiglia al momento in cui la pioggia cessa d’improvviso, immediatamente è il silenzio tutto intorno.

Scelgo due alti sgabelli sul lato dell’ampio bancone in rovere, dev’essere costato una fortuna, penso. Con sprezzante cinismo quella specie di seggiolone per avvinazzati mi guarda e ribadisce quanto è scritto sulla carta d’identità alla voce altezza, ordino due birre rosse e grandi mentre mi siedo dissimulando la fatica. Amo la birra, davanti ad un alto bicchiere gelato e con la giusta schiuma si pensa sempre meglio, si parla meglio. Discutiamo, come al solito.

Tanto la gente non capisce un cazzo”

Ah si, ma vaffanculo dai”

Perché? Lo vedi come va il mondo”

Bé non so, non mi sembra una cosa giusta da dire. Penso che questa cosa la dicano tutti, la gente, appunto. Quindi penso che dicendo una frase simile ci si ponga su un piano diverso, ci si chiami fuori e ci si consideri di conseguenza migliori, più intelligenti ora e più leali dopo.”

Però non riusciresti a darmi torto, sono tutti matti e corrotti”

Non ti darei neanche ragione, il mondo va nella direzione in cui la gente che tanto odi lo spinge”

Ecco appunto, la odio, voglio solo essere lasciato in pace”

Ma questa realtà non può lasciarti in pace, sii più consapevole”

Ma di cosa? Tu pensi troppo…”

Tu troppo poco, stai sviluppando convinzioni che ti faranno male, come i quiz in televisione”

Cioè? A me piacciono i quiz”

Lo so, e piacciono perché ci fanno credere di essere intelligenti”

Credo tu stia esagerando”

Il barista mi guarda con curiosità mentre stringe nelle mani umide un’altra rossa, rinfrescherà la mia bocca arida.

Esagero per farti ragionare, tu sei tranquillo con tutto quello che ti danno e ti va bene cosi”

E cosa dovrei volere di più? E poi scelgo io cosa avere, ti sei riempito la testa di complotti e idee sbagliate”

E tu quali mezzi hai per definire giusto e sbagliato?”

Sei un rompi palle sai? Farei prima a darti un pugno”

Certo che faresti prima, ma così avresti perso”

Ma lascia perdere le stronzate e pensa a farti una famiglia”

Lo sapevo.

Non riesci proprio a non tornare sull’argomento”

Solo ancora non mi spiego come tu abbia fatto…”

Smettila dai, sono passati anni”

Il tuo sogno si è rattrappito e cerchi di buttare addosso a me una qualche colpa per questo”

Il mio sogno era quello di volare, era quello di cambiare, e sono pensieri come i tuoi che hanno fermato tutto ad un’ipotesi”

Quel pugno. Sento che potrei essere io a darglielo mentre alzo la voce, un cliente entrato da poco mi guarda stranito.

I bisogni, i bisogni hanno fermato tutto. Non puoi passare la tua vita a cercare di soddisfarli senza guardare in faccia a nessuno come un bambino viziato, bisogna volere di più per se stessi e per la gente in egual modo, bisogna cercare di non essere schiavi di qualsiasi cosa ci venga sventolata davanti imparando ad analizzarla, bisogna credere che la tanto agognata rivoluzione sia culturale ed etica prima che armata. Questa non ci cadrà sulla testa all’improvviso come pioggia ad agosto, sarà lenta, silenziosa ma inarrestabile, come una foresta che cresce.”

Ho il respiro affannato mentre Vincent mi risponde cercando di sovrastare la mia voce. Posso sentire il suo sul naso mentre mi alzo in piedi e assecondo il rossore sul mio viso rispondendo a tono, sento una tensione mai percepita, sento una distanza mai vista prima, sento una strana sensazione…è come diceva lui, è colpa sua. E’ colpa sua se sono qui arenato, mi sta facendo sprofondare nella sua inettitudine. Il mio corpo si slancia in avanti mentre sento come se non ne avessi più il controllo, stringo così forte le palpebre da far uscire una lacrima mentre allungo il braccio teso per colpirlo. Cado sullo sgabello battendo la testa sul bancone. Buio.

Mi alzo intontito, i miei occhi offuscati incrociano quelli del barista, mi fa qualche domanda, rispondo di stare bene, mi sento stranamente bene, leggero. Anche il cliente dall’altro lato della stanza pare avere uno sguardo incuriosito, mi fissa come se fossi matto, non sembra allarmato.

Sento una strana forza dentro di me, mi volto con aria di scuse per quello che ho appena fatto. Il viso del barista si ripropone, poi il cliente.

Stai bene ragazzo? Sembrava stessi per avere una crisi”

Si, benissimo…”

Devi proprio avere un bel conto in sospeso con questo Vincent”

Entrambi ridono mentre mi guardano con la compassione dovuta ad un cane morente.

Non c’è nessun altro.

Dov’è Vincent? Dov’è l’uomo con cui sono entrato qui? Vorrei chiedergli questo ma sento come se non fosse necessario, come se non volessi davvero una risposta a quelle domande. Quel pensiero mi stupisce ma non posso fare a meno di pensare che la vera cosa importante, è dove sono io.

Mi sento come se avessi appena posato un pesante bagaglio sull’uscio di casa al ritorno da una vacanza, sento bruciare un fuoco che credevo assopito. La sensazione dura poco ma mi lascia con il sorriso sulle labbra.

Vieni, il caffè lo offre la casa”

Grazie”

Prendo la tazza bollente dal bancone, due sorsi, basta. Esco mentre una leggera brezza notturna rinfresca il mio viso, vorrei che per un attimo tutti potessero sentirsi cosi. Vorrei far vedere a tutti quello che sto vedendo io, fargli assaporare questi colori nuovi, queste idee che nascono dove pensavo ci fossero solo piazze desolate e stanche, questa forza che ravviva i miei muscoli facendomi sentire vivo, questo sapere ancora tutto da imparare. Mi vedo come un minuscolo puntino in questo mondo, però ne faccio parte e sono indispensabile, come un piccolo pesce nell’oceano, sarebbe presuntuoso volerlo solcare da solo, è per questo che i pesci formano banchi, altrimenti il mare non li starebbe ad ascoltare.

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