Alessandro Renna – Soggetto ALFA – Parte Prima

Soggetto ALFA

 

Inverno

1.

È solo.

Il vento fischia tra gli alberi mentre, immobile, sul fondo della buca che ha scavato nella neve, cerca di trattenere quanto più calore possibile.

Ha freddo e fame.

Ha provato a prendere una lepre, ma l’ultimo balzo gli è stato fatale e adesso zoppica. Inutile provare a cercare un riparo migliore.

È solo.

Ma forse è meglio: nessuno rischia nulla per accudirlo.

Da due anni, ormai, la solitudine è la sua unica compagna.

Furono attaccati da un gruppo che aveva gli stessi colori del bosco e che, giunto da sopravvento, li aveva presi di sorpresa mentre nella valle rimbombavano dei tuoni nonostante il cielo fosse sereno. Erano tutti morti: il capo era caduto per primo, poi, gli altri adulti mentre le femmine e i piccoli cercavano rifugio tra gli alberi. La madre, però, aveva intuito che la via del bosco era solo un’illusione: altri uomini verdi li stavano aspettando tra i cespugli.

Assieme ai fratelli, lo spinse giù da una scarpata.

Morirono tutti, tutti tranne lui, nonostante fosse atterrato molto più in basso. Troppo lontano perché gli assalitori si preoccupassero di raggiungerlo, troppo vicino per evitare che i loro lunghi artigli riuscissero a colpirlo: fortunatamente solo un graffio poco sotto l’occhio, nulla di più.

Rimasto solo, per sopravvivere, mangiò radici, bacche di tutti i tipi e qualsiasi cosa si muovesse. Se non vomitava, la maggior parte delle volte soffriva mal di pancia terribili.

Crescendo, però, poté osare di più e infine scoprì il gusto della carne: pecore, a volte cervi, una volta addirittura un cinghiale. Non avrebbe mai creduto di farsi così male inseguendo una lepre.

2.

Sono passati tre giorni.

Ha smesso di nevicare e il dolore è diminuito.

Non sa se ci riuscirà, ma deve provare a muoversi. Sa che, se non trova qualcosa da mangiare, è spacciato.

Uscito dalla buca, si stira e prova a bilanciare il peso. Soddisfatto, si scuote liberandosi dalla neve che lo ricopre. Accenna alcuni passi e si rincuora: riesce a muoversi meglio di quanto avesse sperato. Quando azzarda qualche passo di corsa, però, il dolore lo fa cadere.

Immobile, aspetta che passi la fitta. Intanto, tende le orecchie nell’aria gelida del mattino. Niente. Nessun rumore, nessuna minaccia… nessuna preda.

C’è solo lui. Se vuole sopravvivere deve scendere più a valle.

A mezzogiorno, raggiunge le sponde di un ruscello. Si disseta a piccoli sorsi guardandosi in giro cauto. Prosegue lento, controcorrente, mantenendo il contatto con l’acqua che lenisce il dolore, fin quando, un movimento sull’altra sponda attira la sua attenzione.

Un cervo.

Un esemplare maestoso. Una preda che, anche in salute, non avrebbe mai sperato di poter catturare. Ma deve provarci.

Si acquatta per non farsi vedere e si mette a studiare l’aria per restare sottovento. Quando il cervo si muove, si accorge che zoppica molto più di lui. Se prima catturarlo era solo una speranza, adesso, è una certezza. Tanto da credere di poter guadare il fiume e puntare subito sulla preda. Ma è meglio non rischiare.

Tornato nel folto del bosco, risale il fiume fino a perdere di vista il cervo è solo allora decide di guadare.

Quando lo raggiunge, il sole sta già sfiorando la cima dei monti, ma ha luce a sufficienza per fare ancora tutto con calma. Senza far rumore, inizia ad avvicinarsi: è in occasioni come questa che vorrebbe avere qualcuno ad aiutarlo. Qualcuno che spinga la preda verso di lui aumentando le probabilità di riuscita.

Solo un balzo li separa e, quando il cervo si volta a mostrargli la coda, ignorando il dolore, lo attacca puntando la coscia malandata. Mentre la bocca gli si riempie di sangue, il cervo scalcia.

Non molla, non vuole mollare… non può mollare.

Ma un colpo più preciso degli altri lo costringe ad aprire le fauci.

Gli ci vuole tempo per riprendersi, ma la scia rossa sulla neve gli dà speranza: quella notte potrà nutrirsi.

3.

Mangia fino a scoppiare.

Poi, scavata una buca nella neve a ridosso di un pino, si addormenta pregustando la carne che mangerà al risveglio.

Purtroppo, al mattino, il riecheggiare di minacciosi ululati lo costringe a mettersi subito in guardia. Senza uscire allo scoperto, scorge una dozzina di lupi sulla sommità del costone di roccia che lo sovrasta. Il messaggio è chiaro: non può che strappare due bocconi dalla carcassa del cervo, prima di rimettersi in marcia e lasciar loro quel che resta.

Ormai le posizioni si sono invertite: lui sulla sommità del costone e il branco nella valle vicino a quel che resta del cervo. Il capo del branco, prima di avventarsi sulla carne, si volta a guardarlo ribadendo con un ringhio che quello è il loro territorio di caccia.

La rabbia lo assale, vorrebbe tornare indietro ad affrontarlo, ma non è nelle condizioni per farlo. Può solo allontanarsi, sicuro che nessuno dei gregari proverà a raggiungerlo: tutti in attesa di poter mangiare gli avanzi.

4.

Ogni giorno che passa, si sente meglio. Riesce di nuovo a catturare le lepri. Tornato in possesso delle sue forze, lancia un ululato alla luna e si mette a correre deciso a lasciare quella valle ed evitare di incontrare un’altra volta il branco.

È un lupo solitario.

Un lupo solitario in cerca di cibo.

Primavera

5.

La neve comincia a sciogliersi, i ruscelli s’ingrossano ogni giorno di più e i guadi sono sempre meno. Ma non si lamenta: la vita nel bosco si è rianimata e le prede abbondano. Era da tanto che non si sentiva così bene e, assecondando un bisogno irrefrenabile, alza la testa al cielo e si mette a ululare con tutto il fiato che ha nei polmoni. Dall’altro lato della valle riceve per risposta il ruglio di un orso. È una madre con due cuccioli che provano a imitarla prendendosi gioco di lui. Meglio evitare di incrociarla. Contro i suoi artigli non avrebbe alcuna speranza.

Cammina per due giorni.

Il bosco è sempre lo stesso, eppure, non sembrano esserci più prede. Non può che rimettersi in viaggio fin quando tra i cespugli avverte la presenza di qualcosa. Si sposta sottovento e aspetta: cinghiali. Le loro zanne sono micidiali, meglio puntare altro, ma i cuccioli in fondo al branco gli fanno cambiare idea e si mette a seguirli da lontano. Se dovessero restare incustoditi anche solo per un momento potrebbe approfittarne.

Dopo un giorno di attesa, i crampi allo stomaco lo convincono a lasciar perdere. Di corsa si allontana fin quando incrocia un ruscello e si ferma a bere. È allora che la vede. Ha all’incirca la sua età. Una giovane femmina che si sta dissetando poco più a valle.

Deve andarsene. Il suo gruppo è di sicuro nei paraggi, ma l’istinto glielo impedisce e, lentamente, si avvicina. Sembra non accorgersi di lui, ma deve essersi già resa conto dell’acqua che ha smosso. Si ferma, aspetta che si giri a guardarlo, intanto, cerca nell’aria altri odori oltre al suo, ma non ne avverte. Forse il suo gruppo è lontano… è rimasta indietro. Animato più di speranza che di coraggio le si avvicina fino a sfiorarle il muso con il suo.

Alza la testa e lo guarda.

Intimorito, fa un balzo indietro, poi, a piccoli passi inizia a girarle attorno fin quando si decide a tornarle vicino. Questa volta è lei a fare un balzo indietro per poi farsi di nuovo avanti fino a sfiorargli il muso. Si studiano, si annusano e poi tornano a toccarsi.

6.

È bastato un ululato. Un solo ululato del suo capo branco e la giovane femmina è andata via lasciandolo solo come mai si era sentito prima. Tenendosi a distanza si mette sulle loro tracce e li segue. La notte, gli ululati dei maschi contro la luna suonano minacciosi ma non si allontana.

Si desta con la prima luce del giorno. Il tempo di sgranchirsi e la sua attenzione viene richiamata da forti grugniti. Si avvicina stando all’erta e, da sotto un cespuglio, assiste a una lotta furiosa: sette maschi hanno circondato i cinghiali che aveva incrociato due giorni prima. Si tratta di quattro scrofe e cinque cuccioli. Non hanno via di fuga.

La situazione è in stallo. I maschi ringhiano ma non attaccano. I cinghiali cercano di colpire quelli che si avvicinano di più, ma non lo fanno con decisione per non lasciare i piccoli indifesi. Un maschio si fa più sotto del dovuto. Una scrofa lo colpisce con ferocia, ma esce dal cerchio di difesa quel tanto da permettere ad altri due di saltarle al collo.

Nella confusione un altro maschio riesce ad afferrare un cucciolo di cinghiale e dopo avergli rotto il collo, lo lancia alle sue spalle. Una delle madri lo carica a testa bassa. Si sente rumore di ossa rotte e poi un guaito di dolore. Subito altri due provano ad addentarla alle cosce. Il cinghiale resta immobile per un momento, ma, prima che i suoi assalitori possano avere la meglio, scalcia ripetutamente e riesce a liberarsi.

Ormai è ferita, sa di non poter far più nulla per proteggere il gruppo. Nella certezza di essere inseguita, si mette in fuga così da dividere gli assalitori e dare speranza alle compagne.

Senza saperlo, si dirige verso di lui rimasto nascosto ad osservare. Preso il tempo, le salta al collo. Non è un attacco molto efficace, ma sufficiente a deviarne la corsa contro il tronco di un abete. Ormai stremata, si lascia mordere alla gola. Sa di non avere speranza, ma dà ancora strattoni per cercare di liberarsi con l’unico risultato di aprire le ferite ancor di più. È una lunga agonia, ma il capo del branco si unisce alla lotta mordendo il cinghiale sull’altro lato del collo. E mentre i suoi colpi diventano sempre più deboli, i due predatori si fissano negli occhi.

Quando il cuore del cinghiale smette di battere, il capo molla la presa. E, fatto un balzo indietro, si mette a ringhiare con le fauci che grondano sangue. Anche lui, assunta la stessa posizione di sfida, molla la presa e lo ricambia minaccioso. Gli altri maschi si avvicinano, ma il capo ringhia più forte, facendo intendere che devono restarne fuori.

Inutile attendere l’avversario. Raccolto tutto il coraggio che ha, si lancia all’attacco cogliendo il capo branco di sorpresa. Riesce ad afferrarlo al collo, ma la presa non è salda. Liberatosi, il vecchio lupo indietreggia di un passo e con un balzo prova a mettere in pratica quel che ha subito. Il giovane, però, lo evita buttandosi a terra e, rotolando sulla schiena si rimette in guardia, ma l’avversario è già pronto a colpire. Il dolore dei suoi denti che affondano nella sua carne è una sensazione che il giovane non ha mai provato e in lui si insinua una paura nuova, come non ha mai provato prima e che lo paralizza. L’aggressore gli ringhia nelle orecchie, poi, dopo uno strattone, apre le fauci e torna a fronteggiarlo.

La paura suggerisce al giovane di buttarsi a terra e mostrare la pancia in segno di resa. Starebbe già per farlo quando intravede la lupa incontrata al ruscello e una furia cieca lo spinge ad attaccare di nuovo. Si rimette guardia e ringhia, animato da una ferocia che non immaginava di possedere.

Il capo ringhia a sua volta, ma non attacca.

Lo sfidante scatta di lato e prova ancora una volta a saltargli al collo. È inutile, l’avversario se lo aspettava e, dopo aver evitato l’attacco, prova a rendergli la stessa moneta. I due tornano a studiarsi con le fauci scoperte, fin quando il capo decide di prendere l’iniziativa, ma nulla, anche se a parti invertite, tutto si svolge come prima senza che nessuno riesca ad avere la meglio.

Il giovane lancia un’occhiata alla giovane lupa, dopodiché, senza staccare gli occhi dal capo, indietreggia sottraendosi alla lotta. Gli altri maschi lo lasciano passare, mentre il capo ringhia sempre più forte rivendicando una vittoria che forse vittoria non è.

7.

La luna è scomparsa, poi è tornata e il lupo è ancora solo.

Solleva la testa e si mette a ululare con tutto il fiato che ha.

Nessuno risponde. In quella piccola valle non ci sono altri predatori. Le giornate sono sempre più lunghe, sempre più calde e il cibo è abbondante. Non potrebbe andare meglio, ma il suo pensiero torna sempre alla femmina del branco con cui si è scontrato. Vorrebbe averla con sé: è l’unica cosa che gli manca.

 
 

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