Alessandro Renna – Soggetto ALFA – Parte Seconda

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Soggetto ALFA

 

Estate

8.

Il sole è talmente caldo che non riesce a uscire dall’ombra del bosco.

I ruscelli si stanno asciugando e l’aria è immobile.

Sono giorni ormai che per cacciare si muove solo di notte.

Cercare prede al buio è tutta un’altra cosa però. Deve affidarsi soprattutto all’olfatto. È solo dall’odore che riesce a capire dove si nascondono.

Questa volta, però, c’è un odore che lo colpisce con ferocia: è l’odore della morte. Talmente forte da farlo vomitare. Vorrebbe allontanarsi, ma, sotto il marcio, riconosce una sfumatura familiare che lo trattiene. L’odore di un lupo.

Quando raggiunge la carcassa dentro cui si muovono freneticamente insetti di ogni tipo è ormai giorno. Il ventre è gonfio a dismisura. Il colore della pelliccia è simile al suo, ma molto diverso da quello dei lupi in cui si è imbattuto già due volte. Appartiene a un altro branco.

Si guarda attorno e riconosce altre carcasse e una scia di sangue. La segue. È una direzione buona come un’altra per allontanarsi da lì.

Il sole è già alto nel cielo quando la trova. Una femmina giace a terra con una profonda ferita al petto. Si avvicina guardingo. È ancora viva. Quando si accorge di lui, prova a ringhiare sommessamente. Si porta sopravvento e lascia che senta il suo odore. Si calma.

Si avvicina e con il muso la sfiora.

Non è come la femmina che ha incontrato la scorsa luna. È molto più grande e forte. Non può fare nulla per lei. A fatica, solleva la testa e lo guarda. Lancia un flebile ululato e poi crolla a terra immobile. Torna a sfiorarla con il muso, ma è inutile.

9.

Il caldo è insopportabile.

Anche di notte la temperatura rimane alta e non sa se scendere a valle in cerca di cibo o salire in quota in cerca di fresco.

Salire o scendere?

È in quel momento che diversi ululati riempiono l’aria immobile del bosco. Meglio salire, così da poter osservare la valle è capire di chi si tratta.

Quando incomincia ad albeggiare, riconosce in una radura la sagoma di cinque lupi. Due devono avere pochi mesi. Poi ci sono due maschi e una femmina.

Si avvicina da sottovento. Quando si accorgono di lui, si mettono in guardia, ma senza ringhiare. Lascia che lo studino a distanza per qualche istante, poi, si fa avanti. I due maschi emettono dei ringhi sommessi, ma la femmina, decisa, ringhia contro di loro, dopodiché, gli si avvicina. Lascia che lo annusi e in quel momento si rende conto di avere addosso ancora l’odore della femmina incontrata il giorno prima. È per questo che non lo hanno attaccato.

10.

I giorni che seguono sono strani.

Di giorno dormono tutti all’ombra degli alberi che delimitano lo spiazzo, di notte vanno alla ricerca di cibo. Le prede scarseggiano. Bisognerebbe scendere più giù, ma la femmina non vuole: dove ci sono più prede, ci sono anche più pericoli per i suoi cuccioli. Quell’inattività, però, non è di alcun giovamento.

Il terzo giorno, si avvicina al maschio più forte, quello che dovrebbe essere il capo, e, spinto da un istinto di affermazione, gli ringhia contro. Questi si ritrae mantenendo una posizione di guardia, ma senza l’intenzione di reagire. Ringhia ancor più forte, con un tono che non ammette repliche. Il maschio indietreggia, scopre i denti, ma non attacca. Prova a chiedere con lo sguardo aiuto agli altri e il nuovo arrivato ne approfitta per attaccare. Gli bastano poche zampate per poi morderlo al collo. L’avversario si sdraia sulla schiena e gli mostra la pancia in segno di sottomissione. Potrebbe affondare i denti dove la pelle è più morbida e togliergli la vita con un sol morso. Ma non gliene avrebbe alcun vantaggio.

Appoggia una zampa sul suo petto e ulula forte. Forte come mai ha fatto prima.

Quella notte, il nuovo capo e il maschio con cui si è battuto scendono a valle.

Non è ancora mezzogiorno quando si imbattono in una cerva e il suo cucciolo. È una preda che non avrebbe mai preso in considerazione se avesse dovuto cacciare da solo. Troppo veloce. Ma ora è diverso.

Gli basta un’occhiata e il suo gregario comprende quel che deve fare: mentre si posiziona sottovento, l’altro aggira le prede. Quando la cerva si accorge della sua presenza, il lupo scatta in avanti indirizzandola verso di lui e, appena la preda è a tiro, gli basta un balzo per affondare i denti nel lungo collo e farla crollare a terra. Intanto l’altro si avventa sul piccolo.

Si dividono le cosce e mangiano fino a scoppiare, poi, mentre la notte cede il passo al giorno, con la bocca piena di sangue si mettono a ululare carichi di soddisfazione.

11.

Quando tornano allo spiazzo dove avevano lasciato gli altri, non trovano nessuno, ma fa troppo caldo e sono troppo stanchi per andarli a cercare. Mollata la presa sul cerbiatto, si mettono all’ombra di un grosso pino e aspettano che passi la parte più calda del giorno.

A sera, il compagno si avvicina desideroso di mangiare parte di quel che si sono portati appresso, ma, poggiata una zampa sopra, con un ringhio sommesso, gli ricorda che è lui il capo.

Al tramonto si rimettono in marcia.

La traccia odorosa del branco è chiara e la seguono senza fermarsi.

È buio quando dei movimenti tra i cespugli li mettono in allarme.

Si fermano e drizzano le orecchie cercando di avere conferma che siano gli altri. In risposta, però, ricevono il ruglio di un orso già in corsa verso di loro.

Senza abbandonare il cerbiatto, si mettono a corre più forte che possono in salita. Corrono fino a rimanere senza fiato. Corrono anche se l’orso ha già rinunciato a inseguirli. Salgono talmente in alto che fa addirittura freddo, al punto da dover rinunciare al sonno: meglio mantenersi in movimento per scaldarsi.

12.

È mattina quando si decidono a scendere per riprendere la ricerca. Lanciare un ululato gli permetterebbe di richiamare gli altri, ma potrebbe rimettere anche l’orso di nuovo in guardia. È meglio proseguire con il muso basso nella speranza di ritrovare qualche traccia.

È mezzogiorno quando ritrova l’usma del branco.

Lasciata a terra la preda, lancia un ululato e poi tende le orecchie. Gli rispondono gli altri, fermi da qualche parte sul versante opposto della stretta valle. Senza scambiarsi altri segnali, si rimettono in marcia e, quando il sole cala dietro i monti, riescono a riunirsi. Sono tutti allo stremo, ma, depositata la preda a terra, trovano la forza per farla sparire nei loro stomaci. Ne vorrebbero ancora, soprattutto i cuccioli. Glielo fanno capire con uno sguardo che lo innervosisce: è come se lo pretendessero. Purtroppo, per colpa dell’orso, sono lontani da quel che resta della cerva: sempre che non sia stata già mangiata da altri.

13.

Al mattino si rimettono in marcia.

Gli sguardi di tutti sono fissi sul capo. Hanno fame ed è da lui che si aspettano di sapere che cosa fare. È in quel momento che comprende che l’esser capo non è solo aver dimostrato di essere il più forte. Finché era solo, una direzione andava bene come un’altra. Adesso, non deve tenere conto solo delle sue esigenze, ma anche di quelle degli altri, soprattutto dei più deboli.

Si ferma a guardarli, uno a uno, poi si volta e si dirige a valle.

14.

È passata un’altra luna quando la pioggia li sorprende.

Una pioggia fredda, che fa rabbrividire mentre prova a insinuarsi nel folto delle loro pellicce. L’estate sta volgendo al termine. Procurarsi del cibo non sarà più così semplice.

Autunno

15.

Si sofferma a guardare i cuccioli.

Stanno crescendo, ma non sono ancora abbastanza grandi per cacciare.

Il fatto che siano sani e forti, però, è un chiaro segno di come le cose siano andate bene negli ultimi tempi. Il gruppo si è affiatato e i maschi sono diventati sempre più efficaci nella caccia. Lui è consapevole di non essere mai stato così in salute e, per la prima volta, l’idea di andare incontro all’inverno non lo spaventa.

Una mattina, però, sentendo di nuovo tuonare anche se il cielo è sereno, i suoi pensieri diventano di nuovo cupi. È ancora quel gruppo che ha i colori del bosco e non può che tremare al pensiero dei loro lunghi artigli, per fortuna le loro attenzioni sono rivolte altrove.

Uno dei maschi però si mette a ululare.

Gli salta addosso e con un ringhio lo fa smettere. Non ha idea del pericolo che corrono. Poi, guarda tutti con rabbia: devono seguirlo, subito, o moriranno.

Deciso si mette a correre nella direzione opposta a quella da cui arrivano i tuoni. Non ha idea di dove stia andando, l’importante è arrivare dove i loro lunghi artigli non possono colpire.

16.

Hanno camminato fino a non sentire più i tuoni. Non si sono mai spinti così tanto a valle. A terra è pieno di foglie secche: impossibile avanzare in silenzio… impossibile sorprendere le prede. Sarebbe meglio tornare più in quota, a camminare tra i pini, dove gli aghi a terra attutirebbero il rumore dei passi. Ma quando si decide a far cambiare direzione al branco, uno strano profumo lo raggiunge. È odor di fumo, carico di sfumature che mettono fame. Come se si trattasse di carne, ma molto più gustosa.

Sopra gli alberi danza una sottile linea azzurra.

Fumo! Un motivo in più per tornare indietro.

Quel profumo, però, lo cattura. Solleva il muso e, a occhi chiusi, inspira a fondo. È inebriante e, mentre gli altri si tengono a distanza, lui avanza piano: al di là del bosco si apre una radura con strani sassi sullo sfondo: squadrati è ricoperti di rocce rosse. È da una di quelle rocce che si leva il fumo.

Nascosto tra gli alberi, osserva combattuto tra l’istinto di fuggire e la voglia di scoprire che cos’è che sprigiona quell’aroma.

Da un’apertura nella roccia esce un animale. Uno di un tipo che non ha mai visto: non è coperto di pelliccia e fa molto rumore mentre corre per lo spiazzo.

Intanto la bocca gli si riempie di bava e lo stomaco gli si accartoccia. È una sensazione stana, non ha mai provato una fame così forte. Ma non è quella creatura a scatenargliela: quel che desidera, ne è certo, è nella roccia da dove esce il fumo.

In quel momento, dai sassi squadrati esce un’altra creatura. È molto simile a lui: quattro zampe, la coda e il muso allungato, ma è più piccolo. Gli basterebbe un morso per averne la meglio.

Per osservarli meglio, avanza ancora di qualche passo. I due si rincorrono, si comportano come faceva lui con i fratelli quand’era cucciolo. La loro non è una vera lotta: si prendono e si lasciano senza mai prevalere uno sull’altro.

Sente di non dover temere nulla da nessuno dei due. Sicuro avanza ancora uscendo allo scoperto. Quando lo vedono, si bloccano. Sul momento non hanno reazioni. Poi, quello a quattro zampe si pone davanti all’altro, alza le orecchie, abbassa la coda e con le piccole fauci scoperte inizia a ringhiare. L’altro si mette a fare strani versi con tutto il fiato che ha. Anche così, però, non gli fanno paura. A ogni passo, il profumo di ciò che lo attrae diventa più forte, più invitante, al punto da indirizzarlo verso il buco nella roccia per scoprire di che si tratta. Avanza fin quando dalla roccia esce un’altra creatura senza pelo. Anche lei fa versi strani, più forti di quelli del cucciolo, ma ha addosso i colori del bosco.

Il tempo di riempirsi un’ultima volta i polmoni con quel profumo inebriante, prima di correre a nascondersi tra gli alberi, mentre sente un fortissimo tuono senza nuvole alle sue spalle. I lunghi artigli, però, non lo toccano. Gli passano vicino, così vicino da sentirli fischiare prima di perdersi nel bosco.

Seguito da tutto il gruppo si mette a correre e non si ferma nemmeno quando del fumo che fa venir fame non c’è più traccia.

17.

È tornato nella valle dove è nato.

Il cibo è scarso, ma sufficiente a sfamare tutti.

I cuccioli sono cresciuti da poter far fronte all’inverno. Hanno un carattere fiero e combattivo: c’è da credere che saranno ottimi compagni di caccia. Si sono staccati dalla madre e quando il branco si sposta, si allontanano in esplorazione, incuriositi da tutto quel che incontrano.

Sono proprio i loro versi a richiamare l’attenzione degli adulti.

Vicino a un ruscello hanno trovato della cenere e del legno bruciato. Intorno aleggia un odore simile a quello sentito uscire, una luna prima, dalle rocce dove vivevano le creature con i lunghi artigli.

Meglio allontanarsi.

Quando si volta, però, si accorge che non sono soli. C’è un altro gruppo. Quello il cui capo lo ha battuto e di cui porta ancora i segni sul collo.

Anche loro devono essere stati attratti da quello strano odore: molto meno invitante di quello della volta precedente ma, comunque, inconfondibile. Di cibo, però, non c’è traccia: non c’è nulla per cui valga la pena lottare. Eppure, il loro capo è di nuovo deciso a sfidarlo e, con le fauci scoperte, gli si pone davanti. Questa volta non può fuggire: ha una famiglia da proteggere e l’istinto gli dice che deve lottare per imporsi in quella valle.

Questa volta, l’avversario non gli concede la prima mossa. Quando gli balza addosso, però, è pronto a resistergli: lo schiva e, anziché provare a morderlo sul collo, affonda i denti in una delle zampe posteriori. Con uno strattone, l’altro riesce a liberarsi. È ferito, ma non basta a fermarlo. Più rabbioso di prima, torna all’attacco. Gli balza addosso, ma di nuovo va a vuoto. Ancora una volta evita di puntare al collo e, con una zampata, lo ferisce al fianco.

Fermi, con le fauci scoperte, iniziano a studiarsi.

Non sono i lupi dell’anno prima: uno è invecchiato, mentre lui si è irrobustito. Non ha paura di affrontare l’avversario e, soprattutto, ha molta più esperienza nella lotta. È per questa ragione che, quando decide di attaccare, punta su una cicatrice che l’avversario ha sul costato e che, dal colore, deve essersi rimarginata da poco.

Lo aggredisce, ma è una finta, lascia che lo schivi, poi, evitata una zampata, sfrutta lo spostamento per caricare il peso sulle zampe posteriori e scattare di nuovo in avanti. Appena tocca la ferita, questa si riapre e, mentre cadono a terra, sente l’avversario guaire. Rotola sulla schiena e si rimette in piedi prima dell’altro: è quello il momento per morderlo al collo. Pochi strattoni e il vecchio lupo si getta a terra mostrandogli la pancia: si è arreso.

Molla la presa e gli posa una zampa sul petto.

È lui l’unico capo. Il capo di un unico gruppo. Più grande di quello in cui è nato.

Quella notte ulula alla luna, carico di gioia.

Quando infine smette, si accorge che lei è lì. La femmina che aveva conosciuto vicino al fiume è al suo fianco. È la sua compagna.

18.

Al mattino finisce di conoscere il resto del gruppo.

Uno a uno si annusano, si girano attorno, si studiano. Alcuni gli mostrano subito la pancia, altri lo sfidano con lo sguardo, ma al suo ringhio abbassano la testa e tanto basta.

Sono molto meno di quanti erano la prima volta che li ha incontrati. Hanno lottato. Si capisce dalle cicatrici che portano. Il loro capo lo segue da vicino, ma non gli porta rancore. Quando lo fissa, evita di guardarlo negli occhi.

Si mettono alla ricerca di cibo.

Ora da lui dipendono molte più bocche da sfamare.

Verso la metà del giorno trovano dei cervi. Bastano degli sguardi per intendersi con gli altri. Li circondano e, quando sferrano l’attacco, per loro non c’è scampo.

Le prede giacciono immobili a terra.

Nessuno osa toccarle: aspettano che il capo scelga per primo.

Affonda i denti nella coscia di un giovane maschio e, dopo alcuni bocconi, fa cenno alla sua compagna di avvicinarsi e lascia che condivida quella preda con lui. Piano piano gli altri maschi si fanno avanti e incominciano a mangiare anche loro. Infine, è la volta dei cuccioli. C’è talmente tanto cibo che, quando hanno finito, c’è ancora molta carne attaccata alle carcasse. Passeranno lì vicino la notte e al mattino finiranno di spolparle. L’unico che si tiene in disparte è il vecchio capo che non mangia nemmeno un boccone.

Il giorno dopo tornano tutti a riempirsi lo stomaco, ma il vecchio capo continua rifiutarsi di mangiare. Prima che la carne finisca, prova a spingergliene un pezzo sotto il muso, ma non lo smuove: ostinato, continua a rifiutarsi di aprire la bocca.

Quando il sole è alto nel cielo, si mettono in marcia.

Il vecchio, però, non li segue.

Il nuovo torna indietro e passa il muso contro il suo. Si scambiano degli ululati sommessi, ma il più anziano non è intenzionato a seguirlo. E, mentre iniziano a scendere piccoli fiocchi di neve, comprende che è giusto così. Il suo tempo è finito.

Epilogo

L’inverno è passato.

La neve si sta sciogliendo e i ruscelli s’ingrossano.

Il cibo è di nuovo abbondante e, mentre si rimettono in forza, comprende che la sua compagna sta per mettere al mondo i loro cuccioli.

Sono un gruppo unito e grande. Tutti sono in salute. Eppure, un giorno che promette d’essere di grande caccia si rivela essere l’inizio di una tragedia: nell’aria fredda e cristallina del mattino, riecheggiano i tuoni dei lunghi artigli. Le creature che hanno i colori del bosco li stanno attaccando.

La metà del gruppo cade subito a terra.

Anche la sua compagna è stata ferita. Si muove a fatica e lui non osa abbandonarla. Questo è il suo ultimo pensiero prima di un’altra serie assordante di tuoni. Una fitta di dolore alla schiena lo sorprende e cade a terra in preda a un improvviso torpore. L’ultima immagine che vede prima di chiudere gli occhi è quella della compagna che non dà più segni di vita.

Cerca di resistere.

Sente le creature avvicinarsi. Sono su di lui. Gli ficcano le mani in bocca, gli controllano i denti, lo pungono, mentre, impotente, scivola nell’incoscienza.

È lui il capo branco.

Sì, quello con il graffio sul muso è il soggetto ALFA.

Adesso gli mettiamo una radiotrasmittente al collo così registreremo tutti i suoi spostamenti. E se i lupi si avvicineranno di nuovo al villaggio, potremo intercettarli ed evitare che gli sparino contro.

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