Lèzere intervista Attilio Mauro Caproni – Parte Quarta

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Nel programma Quante Storie trasmesso su Rai 3 e condotto da Corrado Augias, Michela Murgia tiene una rubrica e dedica il mercoledì alla stroncatura. Ha così avuto occasione di parlare di After, scritto da Anna Todd e pubblicato in Italia dalla Sperling & Kupfer. Al di là del valore del romanzo divenuto best seller internazionale, catalogabile come “libro saponetta”, la Murgia ha colto l’occasione per criticare aspramente l’operazione di marketing della casa editrice che è andata a ripubblicare i grandi classici della letteratura d’amore, vedi Cime Tempestose, con la stessa copertina “sbarluccicante” di After e non solo, è andata anche a suggerire agli acquirenti che questi classici fossero strettamente legati, imparentati, con il romanzo della Todd.

Ma al di là del marketing, questa operazione non crea piuttosto l’opportunità per educare i lettori alla narrativa di qualità e, magari, rafforzare il loro rapporto con il libro trasformandoli in lettori tout court?

 

Secondo me a questa tua domanda si potrebbe dare una duplice risposta. Penso che Michela Murgia scriva libri belli e testi colti, perché in essi vi è, anche, una descrizione antropologica del territorio dove ambienta le sue storie. Lei, di sicuro, (almeno lo credo) possiede una visione culturale, rispetto alla società del tempo, forse di vecchio stampo ma che, per fortuna, si basa sull’importanza della letteratura e della grande letteratura. Questo è stato un po’ il canone di tutti gli scrittori del Novecento, senza andare troppo indietro negli anni, in cui i medesimi hanno assegnato una preponderanza maggiore al concetto di sapere, rispetto alla necessità di favorire, probabilmente, la promozione della lettura. Ed è anche la ragione per la quale, per tutto il Novecento, ci si è rammaricati che gli italiani leggessero poco. Tuttavia anche nel Ventunesimo secolo i nostri concittadini continuano a praticare poco o nulla la lettura (e molti non hanno nessuna capacità – o desiderio – di farlo). Presumo perché c’è questo aspetto che il lettore, implicitamente, avverte e immagino che sia un aspetto respingente. Ma il vero motivo alberga nel fatto che tra scrittore e lettore non parte quel principio del dialogo di cui dicevo prima e, soprattutto, non parte il dibattito delle idee tanto che i singoli autori vengono avvertiti come se fossero una razza ingombrante/anomala, oppure una classe superiore. In una società nella quale le classi sociali si stanno riformando (ma nella quale i governanti hanno fatto di tutto per livellarle al ribasso), questo è una realtà che non funziona troppo e, al contrario, bisogna, invece, tentare di favorire questo dibattito delle idee nonostante esso abbia, purtroppo, le stimmate di una società visiva. (Le persone che camminano per strada, che viaggiano sui treni, sul metrò, difficilmente hanno un pezzo di carta in mano, più realisticamente tengono davanti a loro uno smartphone. Un po’ perché è, apparentemente, senza costi – a parte quello della connessione internet –, e un po’ perché sono più attratti da quella che io chiamo “attualità”.) Allora che cosa potrebbe fare un editore che produce libri cartacei? Un esempio potrebbe derivare dalla grafica usata per i testi classici dall’editore nostrano Sperling & Kupfer: egli, sempre da un punto di vista della grafica, ha mutuato quel modello che è ben presente nell’opera After che citavi nella tua domanda.

 

Possiamo dunque affermare che il mancato dialogo che si crea tra scrittore e lettore, quando questi vengono posti su due piani differenti, sia un ostacolo alla lettura. Mi vengono in mente due esempi diametralmente diversi. Il primo riguarda i Wu Ming, collettivo di scrittori italiani che “nascondendo” dalle loro pubblicazioni il proprio nome ed evitando di farsi riprendere in video cercano di abbattere questo muro, costringendo il lettore a confrontarsi direttamente con il testo, non pensando alla persona reale che l’ha scritto.

L’altro esempio riguarda il caso italiano di Fabio Volo che, nel panorama comune, è visto come un uomo comune, un amico col quale è più facile interloquire. Sta qui la forza mediatica del suo successo?

 

Ci sono più piani di risposta.

Chi scrive un libro è, allo stesso tempo, scrittore e persona. Quando il libro è scritto, la persona scompare, essendo temporalmente legata al suo percorso biologico. Quando lo scrittore non c’è più, ciò che resta è il testo, e quando gli scrittori sciaguratamente si credevano essere su di un piano superiore rispetto ai lettori, quegli autori non hanno tenuto conto che loro erano solo la mente e il braccio per scrivere un testo, e immediatamente dopo essi non ci sarebbero più stati poiché per il lettore la fisicità dello scrittore è irrilevante.

Per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda, prendiamo solo il caso nazionale di Fabio Volo. Costui, intanto, è una accreditata persona di spettacolo e coniuga la ricordata scrittura con la ludicità del pensiero e del divertimento. Allora avviene che Volo sembra non scomparire con il testo, proseguendo egli con la sua attività di showman (e non essendo stato mai un vero scrittore, come – di fatto – implicitamente lui sa). Da un’altra angolazione, invece, per esempio, Giorgio Bassani, per molte persone cosiddette comuni, s’identificava (e s’identifica ancora), per la grande parte, con Il Giardino dei Finzi-Contini (di quel romanzo Vittorio De Sica ne fece un film di successo…). Da questa angolazione, allora, Fabio Volo è molto vicino al lettore semplice, cioè alla stragrande maggioranza di quanti non avrebbero mai letto un libro, e lo fanno, probabilmente, perché ne avvertono questa vicinanza e questa fisicità, cioè questa “normalità” di lui che scrive come se fosse, egli, uno di loro.

 

Scrivi?

 

Non scrivo: cioè non scrivo testi letterari, o testi/cose ludiche. Mi sono cimentato, ahimé, con la scrittura di testi saggistici. Non scrivo perché lo scrivere è un’arte difficile e non posseggo un caleidoscopio delle idee… e, magari, nemmeno il suo metodo.

 

In Internet, come nella vita reale, esistono tante comunità di scrittori o aspiranti tali. Luoghi in cui vengono prodotti testi e sui quali gli autori si confrontano, si criticano e si danno consigli, si fanno complimenti. Al giorno d’oggi, poi, spopolano le “scuole di scrittura” nelle quali gli alunni studiano per diventare professionisti della scrittura.

Allora ti chiedo: chiunque può diventare un buon scrittore o è necessario un talento innato?

 

Ciascuno di noi pensa e alcuni provano a scrivere. O meglio: molti pensano, pochi scrivono davvero. Perché scrivere significa mettersi a confronto (mi ripeto nuovamente) con sé stessi e, a volte, il confronto inquieta. E ciascuno di noi, in alcuni momenti della vita, tenta, spesso, di mettere più in evidenza la teatralità piuttosto che la verità della propria esistenza, poiché l’esistenza, cioè il vivere è un’operazione complicata. Personalmente questa forma mi ha dato, negli anni, molte ansie, tante malinconie, vari interrogativi ai quali non ho saputo quasi mai dare una risposta. Parlo, ovviamente di una esperienza personale. In essa ho cercato di mettere più in luce, forse una piccola rappresentazione del mio percorso di vivere, cercando di creare un secondo io che, in un qualche modo, avesse la facoltà di inquietarmi meno: nonostante ciò, però, ci sono riuscito, come dicevo poc’anzi, molto parzialmente. E tante altre cose, molti svariati impliciti pensieri… ancora, proprio perché la lettura, vale a dire l’atto (e il piacere) del leggere determina quella facoltà che io cartellino come: un infinito intrattenimento (per citare Maurice Blanchot). Cartellino che fa sì che sul problema intorno al quale stiamo ragionando non si finirebbe mai di parlare (di riflettere e di proporre).

 

Al termine di questa lunga intervista, mi permetto di dire quanto le tue osservazioni sul futuro della lettura mi abbiano scosso. Appartengo a una generazione cresciuta con lo schermo del pc davanti agli occhi e mai prima d’ora ho percepito Internet come una minaccia. Chiudo allora con un augurio: spero che in un futuro prossimo la società sia capace di usare il mezzo, piuttosto che farsi usare da lui.

 

Questa è la grande scommessa. Per ora la prevalente società è più innamorata della cosiddetta forchetta (cioè la strumentazione informatica), che del pasto. Nel senso che facciamo vedere a tutti la forchetta (che è senz’altro importante), e ci compiaciamo nell’osservarla, poi magari c’è un buonissimo pranzo che aspetta e, magari, si raffredda. Ormai sono decenni che lo dico: quando supereremo l’apologia volta a celebrare il citato monumento alla forchetta, allora, probabilmente, avremo un recupero della mente (della critica del giudizio, ripescando quell’io penso kantiano al quale sono intrinsecamente legato). Al momento, purtroppo, da questo traguardo, ne siamo ancora tanto lontani, né, all’orizzonte, si riesce a intravedere un mutamento dell’antropologia di questo nuovo (ma è davvero ancora nuovo?) secolo.

 

***

 

Tuttavia penso (con molto dispiacere) che la lettura, in questo secolo, del libro cartaceo è, ormai, una storia finita, oppure una storia in procinto di scomparire. Non è, di sicuro, possibile mettere indietro le lancette della storia.

 

* * *

 

In conclusione e ancora a latere del nostro dialogo, Filippo, vorrei ricordarti che ogni qualvolta si ha davanti un testo, anche se è in una forma digitale, ciascuno homo legens avverte una percezione di parole e di immagini che, se proiettate in quel citato testo, il medesimo si confronta con le lettere alfabetiche, e con gli astratti colori dei pensieri, tanto da afferrare la commistione dei piani sintattici e delle prospettive rinascimentali per le quali, il singolo lettore (quello vero), non può che immaginarsi persona tra persone, cioè soggetto fra oggetti. Così per concludere, ancora ringraziandoti caro Filippo, per questo dialogo/intervista sull’affascinante nostro tema, desidererei, infine, sottolineare che ogni atto del leggere (Proust parlava del Piacere del leggere) permette a ciascuno di noi di costruire un suo esclusivo processo d’immaginazione, per tentare di uscire dalla lettura di un libro con un tono differente da quello con cui, in esso, ci si era entrati.

Con la parola tono indico (seppure grossolanamente) una sorta di difesa dalla banalità del pensiero, nonché la modalità di giudicare la qualità delle bibliografiche parole.

Un testo, un’opera, un libro, un qualsiasi scritto permette al singolo lettore di riconoscersi nell’ansia, nell’inquietudine, nella magia e nell’incantesimo del pensare, e quest’ansia diventa il dono del veggente perché da questo dono, come ci ricorda – da una qualche parte – Marina Cvetaeva, si crea il diritto al giudizio della ragione, e si assegna un ordine di bellezza allo scorrere del tempo.

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