Guido Mombello – Geremia

Geremia

 

Geremia aveva un dono. Nella sua piccola bottega di artigiano dava forma a sculture di ogni tipo e dimensione, sapeva riprodurre su qualunque tipo di materiale i soggetti più disparati: dagli esseri umani agli oggetti, dagli dei alla natura morta. Ogni sua creazione era curata nel minimo dettaglio e non presentava mai nemmeno l’ombra di una crepa, non vi era mai traccia di alcuna imperfezione. Tanto che qualsiasi prodotto fuoriuscisse dal suo scalpello ormai assurgeva automaticamente a punto di riferimento per tutti gli altri scultori. La sua fama infatti era talmente grande che numerosi erano i forestieri che venivano in pellegrinaggio nella sua bottega, percorrendo numerose miglia anche a piedi pur di riuscire a strappare un piccolo trucco al Maestro, o anche solo per potersi beare di quelle magnifiche creazioni, tanta era la perfezione che da esse traspariva. Tutti erano concordi sul fatto che, se il potere divino si doveva manifestare agli uomini in qualche maniera, l’arte di Geremia era sicuramente il linguaggio che utilizzava. Tuttavia a differenza di tutti i normali profeti, Geremia non aveva alcun discepolo. Egli era molto selettivo e troppo poco paziente. Coloro a cui concedeva di condividere la propria sapienza non resistevano mai più di una settimana a lavorare con lui, tanto era esigente come precettore. Paradossalmente la cosa che Geremia voleva di più in assoluto era trovare un allievo in grado di apprendere e comprendere appieno tutta la sua arte, ma i più non gli sembravano adatti, vuoi per impegno, vuoi per attitudine. In cuor suo sapeva che l’allievo che tanto sperava di incontrare non bussava alla sua porta, semplicemente perché non esisteva. Soltanto una persona con il suo stesso sangue, con la sua stessa anima, lo poteva comprendere fino in fondo. Soltanto un figlio. Ma anche se Geremia era un uomo di bell’aspetto, alto e prestante, con un naso aquilino e due occhi azzurri incastonati sopra a una folta barba rossiccia, non aveva mai conosciuto nessuna donna fino in fondo. Troppo lavoro da sbrigare e troppo poco tempo.

Durante una notte d’inverno, una falce di luna illuminava un uomo che bussava all’uscio della bottega di Geremia. Il Maestro apriva la porta e faceva entrare un vecchio avvolto in abiti neri, con l’aspetto stanco ma con il fuoco nelle profondità dello sguardo.

«Chi sei tu, vecchio? Perché diavolo vieni da me a quest’ora della notte?»

«Sono un viandante. La mia strada mi conduce da te questa notte, perché così è scritto nell’eterno libro del mondo. Ma non sono qui per recarti disturbo, bensì per dare una svolta alla tua vita.»

«Se non la pianti di parlare per enigmi ti mando ad accomodarti per strada prima del tuo prossimo battito di ciglia.»

«D’accordo, ho capito… Sapevo che non eri un amante della conversazione d’altronde! Arrivo al dunque: so che vorresti un allievo. Io posso procurartelo. Anzi puoi farlo tu stesso.»

«Spiegati meglio!»

«Durante i miei numerosi viaggi ho scoperto un materiale unico ed estremamente raro: è un’argilla particolare, che ha delle proprietà magiche. Se chi la modella la mischia con una goccia del suo sangue può dare vita alla sua creazione. Puoi crearti l’allievo perfetto, il figlio che non hai mai avuto.»

«Che gran fesseria! Ti aspetti che ti creda? Non ti trovo affatto divertente! Vedi di sparire dalla mia bottega all’istante, non ti voglio più vedere!»

«Certo ora vado, sono solo di passaggio… ma ti lascio comunque un po’ di questo materiale. Se non tu chi altri può essere degno di utilizzarlo? Buona notte.»

Con queste parole il vecchio viaggiatore veniva inghiottito dalla notte. Il giorno seguente Geremia, anche se non era il tipo di persona che credeva nel soprannaturale, toccando quella strana argilla sembrava percepire una qualche energia, una sensazione mai provata prima di allora. Stando alle leggende, si dice che da allora ogni notte Geremia faceva delle bozze per progettare la sua creatura definitiva, il suo allievo, suo figlio. Si rinchiudeva nella sua bottega e non ne usciva mai, se non per cibarsi un paio di volte al giorno. Dopo mesi di lavoro il progetto era pronto, e la scultura poteva finalmente prendere forma e, chissà, forse anche vita. Una sera, seguendo le istruzioni del vecchio misterioso, Geremia prelevava una goccia di sangue da un polpastrello e la lasciava cadere nell’argilla, prima di iniziare a modellare la sua creatura. Dopo poco tempo era tutto pronto. Aveva davanti a sé la figura più perfetta tra quelle che aveva creato fino a quel momento. Ma per ora non c’era traccia di vita in quegli occhi vuoti. Geremia, stringendo forte il suo figlio d’argilla iniziava a piangere, avendo ormai perso le speranze. Dopo qualche ora, l’argilla però iniziava a muoversi. Il movimento si faceva sempre più deciso, fino a che non vi era più alcun dubbio: la creatura era viva! L’energia che sprigionava da quel corpo però era talmente forte e intensa che iniziavano già a vedersi delle crepe sulla pelle, e il corpo della creatura si deformava lentamente. Dopo pochi minuti le labbra avevano perso consistenza e si erano mischiate con il resto del volto, così che da quella bocca non usciva alcun suono. L’occhio esperto di Geremia notava ogni singola imperfezione e doveva assolutamente porvi rimedio. Era così vicino dall’avere l’unica cosa che aveva sempre desiderato nella vita che non poteva permettersi che fosse imperfetta. Così si rimetteva subito al lavoro, aggiungendo un’altra goccia di sangue nella speranza di rendere più resistente il materiale. Ma ogni volta che sistemava una parte del corpo, notava che un’altra si disfaceva lentamente…

Ormai da anni non si hanno notizie di Geremia. Nessuno lo ha più visto in giro nel villaggio. Non fa più sculture. Alcuni addirittura lo ritengono morto. Ma altri invece affermano che passando vicino alla sua bottega, in determinate ore della notte, quando una sottile falce di luna compare nel cielo, sentono delle grida.

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