Giovanni Tartaglia – Zeno

Zeno

 

Aveva la mano ferma sul foglio da un paio di minuti, si ritrovò a guardare fuori dalla finestra, alle pozzanghere formatesi dopo il lungo periodo di pioggia che lo aveva visto ad una forzata -quanto benvoluta- permanenza a casa. La punta imbevuta della penna riprese il suo lavoro orizzontale, segnava i suoi pensieri sul foglio, a poca distanza dalla brocca d’inchiostro, dalla quale prelevava colore ogni qual volta il tratto pareva più fine, meno chiaro. La penombra della stanza collideva con i tiepidi raggi di luce provenienti dalla finestra, che delineavano i tratti del suo viso, in parte nascosti dalla barba. L’aveva fatta crescere, che ricordasse, poco dopo l’adolescenza, e da quel momento non aveva più avuto il coraggio di tagliarla, quasi temesse di sembrare diverso, di non essere più se stesso agli occhi degli altri; Pensandoci, non era la prima scelta nella sua vita che faceva in virtù di altri, in realtà, che ne potesse risultare dalla sua memoria, mai aveva avuto la fermezza di prendere una decisione che fosse fermamente propria, sebbene, così facendo, avesse ottenuto esattamente quello che sperava: risultare una persona decisa agli occhi degli altri.

Si ritrovò ad abbassare forzatamente lo sguardo alla sua mano, era invecchiato, e questo era vero, ma non lo aveva fatto come suo padre: a differenza sua le dita erano rimaste sottili, il palmo privo di segni, se non fosse per qualche cicatrice recente, da quando -altrettanto recentemente- si era spostato in campagna. Aveva studiato, lui, o almeno così gli piaceva pensare: aveva vissuto la città e poi era tornato all’ovile, come molti di coloro che sperimentano cose nuove alla ricerca di una realtà ove amalgamarsi bene, una realtà che poi scoprono spesso non essere compatibile alle proprie necessità di uomo. Mai si era trovato pienamente a suo agio con le persone, se non per brevi periodi, era uno di quegli uomini di “facciata” che si stancano presto delle persone, che paiono tenere alle cose il tempo di stringerle, per poi lasciarle cadere.

Anche con quel suo progetto, che ora con tanta dedizione portava avanti, di cui si vantava, quasi si immolasse al lavoro di una vita: quella sua misera biografia, che terminava nel momento stesso in cui essa aveva inizio. Talvolta si soffermava a pensare se esistesse davvero un buon motivo per scrivere di sé stessi, un gesto così consapevolmente egoista da risultare stupido, oppure estremamente profondo. Si sollevò dalla sedia, lasciando rumoreggiare il legno della seduta contro la pavimentazione di medesima composizione: indossava una vecchia camicia grigia, un pantalone largo, di quelli comodi, il tutto a fasciare un corpo atletico, nella norma. In effetti non aveva particolarità fisiche d’eccezione, non fosse per quell’ispida barba grigio-nera (che era finalmente riuscito ad ottenere ora che si avviava alla vecchiaia, dacché in gioventù mai aveva superato una certa misura) e la sua smodata passione per i cappelli, che mai, in passato, aveva avuto il coraggio di mettere, e che ora si concedeva, a mo’ di liberazione, come elegante simbolo di vecchiaia. Ne portava uno di paglia, nelle giornate di sole come quelle, sebbene passasse ben poco tempo all’aperto, se non durante la mattinata, quando andava al villaggio, inventandosi motivi validi per farlo.

Il più delle volte passava la giornata a ricordarsi di quello che era stato, combattendo il senso di colpa con le poche cose che considerava di aver fatto nel modo giusto. Era perennemente in conflitto con se stesso, il suo passato e il suo futuro, ma mai si interessava attivamente del suo presente. In determinati giorni, quelli migliori, si sentiva carico di una grande ambizione e spirito per il quale scriveva qualche pagina del suo racconto o usciva fuori a lavorare sulla palizzata in legno che stava realizzando, per il resto, gestiva le proprietà lasciate in eredità dalla sua famiglia e pensava, in maniera quasi ossessiva, quasi fosse l’unica attività che valesse la pena svolgere.

Era nato fortunato, da un punto di vista economico, eppure mai si era curato di rendere produttiva quella fortuna: si accontentava del poco che la vita gli offriva, quella vita agrodolce di cui faceva fatica a percepire l’amaro, forse conscio che, se l’avesse fatto, tutto sarebbe crollato.

Di recente, aveva pensato nuovamente alla possibilità di trovare una donna, dopo aver abbandonato quell’idea nella fase “romantica della sua vita” (in quanto uomo di letteratura, così come amava definirsi, si sentiva sempre in dovere di interpretare la propria vita con correnti letterarie diverse, quasi fossero parti del suo carattere che, da solo, faticava a determinare) – ora aveva raggiunto la lenta consapevolezza della propria solitudine, e gli si era instillato il pallino di cercare una “signora” che facesse al caso suo. Del resto, non era nemmeno un uomo sgradevole alla vista, la vecchiaia lo aveva altresì inasprito nell’aspetto, sebbene questo non fosse distante dal carattere burbero che aveva maturato negli anni, forse accentuato dal suo marcato narcisismo. Quando parlava con le persone, aveva come l’insicura necessità di mostrarsi come lui pensava dovesse essere: un uomo di cultura che esprimesse autorità. Alcune volte riusciva a trasmettere quest’idea, altre, appariva semplicemente goffo, un po’ ridicolo, specialmente quando citava brani che aveva imparato a memoria, o ricordava del suo passato accademico.

Prima che potesse completare il quinto rigo della cinquantesima pagina del suo libro (a cui lavorava ormai da mesi) si accorse che fuori stava già facendo buio, ed era il caso di andare a chiudere il cancello. Nonostante vivesse solo da anni, ormai, non si era ancora abituato a stare di notte in quella casa, quindi prendeva tutte le precauzioni del caso, per evitare che qualcuno disturbasse il suo -già leggerissimo- sonno. Chiuse la finestra, con calma, avvolgendosi in un cappotto e avviandosi alla porta di casa, sulla quale lo aspettava Charlie, il suo pastore maremmano.

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