Lèzere intervista Wu Ming 2 – Parte Prima

– Ehi, lunedì sono stato a Bologna per la prima volta!

– Figo! Cosa hai visto?

– Beh, la casa di Wu Ming 2, bellissima!

 

Già, abbiamo contattato i Wu Ming per un’intervista e loro hanno accettato di buon grado. Il collettivo di scrittori bolognesi ha sfornato romanzi come Q, quando ancora si firmavano Luther Blissett, e Manituana. Sono attivi nel panorama culturale italiano con iniziative dirette sul territorio e con il loro blog Giap.

Per la chiacchierata programmata ho incontrato Wu Ming 2, in una calda e assolata giornata di giugno e sì, mi sono fatto una bella sudata vagando per i portici bolognesi. Quello che segue è il risultato del nostro incontro.

 

Iniziamo con un piccolo aneddoto che può sembrar polemico: quando ho detto alle persone che mi circondano che avrei intervistato i Wu Ming, qualcuno mi ha chiesto se avrei fatto l’intervista in inglese.

Questo può essere ricollegato al fatto che meno di un italiano su due ha dichiarato di avere letto almeno un libro nell’ultimo anno, mentre gran parte dei lettori rientra nella categoria dei lettori deboli (non più di tre libri letti in dodici mesi).

Da scrittori, vi siete mai posti il problema della non lettura nel nostro paese e, nel caso, come l’avete affrontato?

 

Sì, sicuramente è un problema che ci siamo posti. Anche perché attraverso le nostre narrazioni, i nostri libri e i nostri racconti cerchiamo di sostenere un progetto che va oltre la letteratura e la narrativa, che è anche un progetto politico e di presa di posizione sulla realtà del paese e, più in generale, sulla realtà. Chiaramente, non è che i nostri romanzi siano veicoli di propaganda di nulla, però il problema di quel tipo di messaggio contenuto all’interno della confezione letteraria narrativa a quante persone arriva è un problema che ci poniamo.

Una delle soluzioni che abbiamo cercato di trovare, visto che per noi il punto, più ancora che la letteratura, è il raccontare storie, è quella di provare a raccontare con ogni mezzo necessario, cioè provare a differenziare gli strumenti che utilizziamo per diffondere le storie che raccontiamo. Quindi, sia mantenendo la forma scritta ma non per forza la forma libro e, quindi, attraverso il nostro blog, attraverso articoli su riviste online, attraverso siti dedicati ai nostri libri (intorno ai quali si coagula del materiale differente da quello contenuto dentro i libri), sia differenziando proprio il mezzo e quindi trasmettendo le nostre storie attraverso concerti, reading, spettacoli, qualche volta abbiamo collaborato anche con il teatro, con il cinema. Insomma, abbiamo cercato di aprire più porte di ingresso al tipo di lavoro che facciamo.

Per esempio, a me è capitato con un reading come Razza Partigiana, che è uno spettacolo di parole e musica che racconta la storia dell’unico partigiano italo-somalo che ha combattuto nella resistenza italiana, di essere chiamato a farlo in tante situazioni di festeggiamento del 25 aprile, o di altri anniversari del genere, dove l’esibizione era inserita all’interno di una scaletta di altri gruppi musicali che suonavano. In questi contesti è capitato, molto spesso, di avere rappresentato quello spettacolo davanti a ragazzi e ragazze che erano venuti per ascoltare musica, ma che molto naturalmente si sedevano, dopo aver ballato fino al gruppo prima, e ascoltavano quella storia che poi, magari, sono andati a cercare nei libri. Una storia scritta non da noi e poi anche ripresa da un libro scritto da noi che si chiama Timira. E qualcuno, a Timira, ci è arrivato così, perché ha visto Razza Partigiana su un palco e allora gli è venuta l’idea di leggersi un libro. Forse, se non ci fosse stato quel palco, in libreria non ci sarebbero andati.

 

Insomma vengono aumentate le possibilità.

 

Esatto.

 

Con Lèzere abbiamo avuto modo di intervistare il professore Attilio Mauro Caproni. A proposito della scarsa attitudine italiana alla lettura ha individuato uno dei problemi nella distanza che spesso intercorre tra scrittore e lettore. Lui afferma che “tra scrittore e lettore non parte quel principio del dialogo e, sopratutto, non parte il dibattito delle idee tanto che i singoli autori vengono avvertiti come se fossero una razza ingombra/anomala, oppure una classe superiore.”

La vostra scelta di chiamarvi Wu Ming (Senza Nome), di non mostrare le vostre facce sui mass media e quindi di concentrare l’attenzione sui vostri scritti, può essere visto anche come un colmare la distanza tra lettori e scrittori?

 

Penso di sì, sopratutto se si tiene conto del fatto che a fronte di questa sottrazione dai media c’è poi una frequente attività di incontro con i lettori. Noi, anche per il bisogno di trovare un canale di diffusione per promuovere i nostri libri, non avendo la televisione, non avendo le interviste con le grandi foto nelle principali testate, siamo in un certo senso costretti (e siamo contenti di esserlo) a camminare, a pedalare, a metterci i libri in spalla e portarli in giro. Questo significa poi che con i lettori si viene a creare un rapporto molto più diretto, proprio perché non siamo preceduti da uno status creato dal fatto che ci hanno visto in televisione da Fazio, o ci hanno visto in posa da scrittore su una rivista patinata, ma quando arriviamo, sì magari siamo preceduto dall’apprezzamento per i nostri libri, dal fatto che chi viene a partecipare a un incontro spesso ci conosce, però quell’aura che lo spettacolo crea non c’è, e c’è un rapporto più diretto. Tra l’altro, poi, i nostri incontri si svolgono spesso in condizioni piuttosto informali. Alla fine è come un circolo vizioso: lo scrittore che va in televisione viene chiamato anche nel festival dove c’è da fare presenza con un volto noto, che spesso è un festival dove comunque, anche se c’è una presenza, viene ribadita una distanza tra lo scrittore e il lettore. Uno scrittore come noi, che non ha una sua dimensione mediatica di quel tipo, viene invece chiamato in una piccola libreria, in un centro sociale, in un circolo di lettori dove, per forza di cose, spesso ci si siede assieme in una stanza e si condivide.

Poi devo dire anche, da questo punto di vista, che il modo in cui abbiamo cercato di utilizzare Internet ha costituito uno strumento di dis-intermediazione, nel senso che l’abbiamo sempre usato con un blog gestito direttamente da noi, nel quale noi stessi interveniamo nelle discussioni, rispondiamo a chiunque faccia commenti. Negli ultimi tempi questa forma è un po’ meno diffusa, cioè abbiamo l’impressione che questo tipo di scambio si sia spostato forse su Facebook. Abbiamo avuto, da quando il blog esiste, periodi in cui le discussioni molto più facilmente si animavano nei commenti ai post; oggi i post, molto più spesso, vengono condivisi su Facebook o su altri social e lì discussi. Noi che, anche per ragioni di invisibilità della faccia, non abbiamo Facebook, un po’ questa dimensione l’abbiamo smarrita. Però rimane una mail molto accessibile, attraverso la quale le persone ci contattano e grazie alla quale si sono creati anche dei gruppi di persone che scrivono e collaborano con il blog sulla base dell’interesse per delle cose che noi abbiamo pubblicato lì sopra. Quindi ecco, la nostra sensazione è che pian piano il collettivo Wu Ming si sia come allargato, sia diventato una specie di galassia nella quale c’è un nocciolo che è quello dei (attualmente) tre che scrivono assieme, però poi, a seconda delle attività, a seconda dei laboratori, a seconda degli articoli che vengono pubblicati, ci sono collaborazioni diverse. Insomma, ci sembra di avere una dimensione un po’ più orizzontale.

 

Tornando al discorso del problema della lettura in Italia. Personalmente penso che per risolverlo ci sia bisogno di cooperazione tra tutti i soggetti coinvolti nel mondo del libro. Spesso, però, i rapporti sono pregiudizievoli e conflittuali.

Cito solo un avvenimento recente: qualche mese fa, nel corso del programma Quante Storie condotto da Corrado Augias, Michela Murgia ha avuto occasione di attaccare una strategia di marketing della Sperling&Kupfer. La casa editrice ha ripubblicato dei grandi classici della letteratura d’amore, come Cime Tempestose, rilegati con delle copertine sbarluciccanti e correlati da una fascetta che li identificava come parenti stretti del best seller After di Anna Todd (un romanzo erotico-adolescienziale alla stregua delle 50 sfumature). La Murgia ha avuto una reazione indignata e ha parlato di scrittori che si rivoltano nella tomba.

Io dico, è certamente un’operazione di marketing, ma non è forse anche l’occasione per far avvicinare alla lettura, alla buona lettura, persone che altrimenti mai l’avrebbero fatto?

 

Secondo me il presupposto è quello di non mentire. Nel senso, se poi il lettore trova qualcosa che, rispetto all’aspettativa che era stata creata, lo delude, forse abbiamo perso un lettore potenziale. Quindi, io sono d’accordo che le strategie di marketing non sono qualcosa su cui bisogna sputare sopra a prescindere e, appunto, se uno scrive su una fascetta: “Hai letto After? Questo libro sicuramente ti piacerà!”, lo trovo, diciamo, una forma di massa del classico consiglio del libraio. Magari quella frase lì te la poteva dire il libraio, ma non tutti hanno la fortuna di avere un libraio sotto casa, non tutti hanno la fortuna di conoscere una libreria, a qualcuno forse arrivi anche in quel modo lì. Se millanti che ci sia effettivamente un legame che poi non c’è (alla fine non ho letto esattamente il testo delle fascette) lì il rischio invece è più elevato, il rischio che il lettore si senta preso in giro perché in realtà il legame realmente non c’è.

Io devo dire che sono dell’idea che tutte le volte che si legge siamo molto vicini ad avere un vantaggio. Che siano i libri allegati ai giornali, che siano graphic-novel, che siano anche libri di scarsa qualità, secondo me l’importante per un paese come l’Italia, messi come siamo messi, è che sempre più gente scopra che si possa tenere un libro in mano, che in casa delle persone entrino dei libri. Ci sono non soltanto i dati rispetto a quanti libri hai letto, ma case nelle quali non c’è un libro, è uno sconosciuto, e anche questo si ripercuote sui figli, perché un ragazzino che cresce in un ambiente senza libri molto difficilmente diverrà lettore, forse se è trasgressivo, ma è comunque molto faticoso. Nei limiti, chiaramente. Ogni tanto, quando vado in autogrill, mi scappa da ridere rispetto a certe fascette che decantano milioni di copie vendute in tutto il mondo, quando sappiamo la verità. Noi su questo, fin dall’inizio, abbiamo fatto un’Operazione Glasnost in cui pubblicavamo sul nostro blog i dati di vendita reali, rendicontati dalla casa editrice a luglio di ogni anno, e con un disclaimer in cui dicevamo: “Quando la nostra casa editrice dà delle cifre sulle vendite dei nostri libri, non dovete credergli, perché queste son le cifre vere.”

 

Parlando del vostro blog abbiamo già accennato al tema della prossima domanda. Possiamo dire che tra gli scrittori siete stati dei pionieri dell’Internet. Rendete disponibili al download le vostre opere e questo si collega alla filosofia del copyleft che avete fatto vostra. Nel nostro paese il libro è visto da tanti (non lettori) come un oggetto di lusso. Può essere la pratica del copyleft, oltre che una scelta etica, anche un mezzo per combattere questa tendenza di pensiero e diffondere la lettura come bene primario?

 

Io penso di sì, nel senso che sicuramente, all’interno della filosofia che noi volevamo sperimentare (perché si è trattato di un esperimento di filosofia pratica), c’era l’idea che il togliere barriere alla diffusione della lettura facesse bene alla cultura stessa, che non potesse che tornarne un vantaggio. È stato un esperimento pratico perché noi contavamo anche di coniugare questo con il fatto di vivere dei proventi delle vendite dei nostri libri. Il fatto che questo sia successo, cioè che un libro come Q continui a vendere ogni anno tra le 10 e le 15mila copie, nonostante sia scaricabile dal 2000, da 17 anni, e ogni anno faccia migliaia di download, è una dimostrazione del fatto che le due cose possono stare assieme, possono andare di pari passo e che, forse, si alimenta anche un circuito virtuoso per cui chi legge scaricando, ovviamente se poi pensa di aver letto qualcosa di valido, forse poi comprerà delle copie per regalarle agli amici. A volte abbiamo avuto anche tantissimi casi di persone che ci hanno detto: “Io avevo voglia di leggerlo quel libro, l’ho scaricato, l’ho letto, mi è piaciuto, nel momento in cui mi sono ritrovato che avevo quei 20 euro in tasca per comprarlo, l’ho comprato.” Quindi, anche le stesse persone che l’avevano letto scaricandolo su schermo, poi avevano piacere di tenerlo in casa.

Devo dire che un rovescio della medaglia c’è. Nel senso: è vero che quando con molta facilità ottieni una cosa, gratuitamente, ti bastano due minuti per fare un cilck e scaricare, in un mondo dove invece tutto deve avere un valore che è espresso in termini di quanto costa e quanto tempo ci vuole per ottenerlo, il rischio che questo svaluti quello che stai offrendo c’è. Noi il problema ce lo siamo posto. Nel momento in cui abbiamo reso disponibile al download gratuito il nostro lavoro di tre anni, ci siamo posti la domanda: “Non potrebbe passare anche il messaggio di beh, in fondo questa cosa non vale poi così tanto?” Noi abbiamo molto sottolineato i motivi per cui facevamo questo, penso che si siano capiti, però è vero che il problema c’è. A me capita con la musica, o meglio mi capitava prima di Spotify, di scaricare tantissimi mp3. Delle volte, devo dire, andavo a guardare nei blog e nelle riviste, che io ritenevo più autorevoli come valutazioni delle opere, e poi sulla base di quelle mi facevo un elenco, quel mese lì, di una dozzina di dischi che volevo ascoltare. Me li scaricavo, gratuitamente e non sempre li ascoltavo tutti. Finivo di scaricare più di quanto effettivamente avrei potuto ascoltare, con una sorta di indigestione, di voglia di abbuffarmi, perché era talmente facile… Se avessi dovuto comprarli, quei CD, sarei stato più attento…

 

Già per il fatto di aver speso…

 

Sì, già per il fatto di spendere. Ecco, da un lato avrei ascoltato meno musica e questo, secondo me, per la musica è un male: più la gente ascolta musica, più va ai concerti, si interessa etc. Dall’altra parte, però, magari l’avrei ascoltata più attentamente. Cioè quel CD al mese che mi potevo permettere di comprare quando ero ragazzo, cazzo, me l’ascoltavo una volta al giorno e avevo un ascolto molto attento, molto approfondito. Con quello scaricarmene dodici-quindici al mese, a volte, era una cosa forse più superficiale. Il problema me lo sono posto.

 

L’intervista continua QUI.

2 pensieri riguardo “Lèzere intervista Wu Ming 2 – Parte Prima

Lascia un commento