Lèzere intervista Wu Ming 2 – Parte Seconda

Trovi la prima parte di questa intervista cliccando QUI.

 

Hai avuto occasione di paragonare la libera distribuzione dei testi su Internet al ruolo che è stato ricoperto nella storia dalle biblioteche. Cito brevemente un estratto da una tua intervista sul blog La Chiave di Sophia: “Il libero download di un testo non è altro che un libero proseguimento, con gli strumenti digitali, della stessa logica.

Ma nell’oceano dispersivo dell’Internet, non è che i libri li vanno a cercare solo i lettori interessati e manchi, almeno per l’Italia, un luogo dove tutti sanno di poter trovare il libro, come la biblioteca lo è nel mondo reale?

 

Sì, questo è un problema che, diciamo, si pone per qualunque dato/documento che in realtà si trovi nell’archivio digitale: rimane un bisogno di mediazione, sopratutto nei confronti di chi non è specializzato. Quindi, così come per chi non sa cercare un documento in un faldone o in un archivio, è fondamentale quando si presenta all’Archivio di Stato che ci sia un archivista, una persona formata che gli chiede brevemente quali sono i suoi bisogni e lo indirizza, gli tira fuori i faldoni giusti, perché lui non lo saprebbe fare e questo permette un uso più pubblico, democratico, dell’archivio. Sicuramente anche su Internet il rischio di quella che sembra una dis-intermediazione, quindi una maggiore democraticità dell’archivio, si traduca invece in un maggiore elitismo perché in un archivio così vasto, alla fine, quelli che si sanno cercare le cose sono in pochi. Sicuramente in altri paesi, dei portali, dei siti, dei luoghi dove le persone sanno di poter cercare delle indicazioni rispetto ai libri da leggere, non influenzate dalle case editrici, non influenzate dalle varie parrocchie, dai vari scambi di favori, ci sono. In Italia questo c’è soltanto in parte. Nel senso che ci sono sicuramente dei blog molto interessanti, che indicano e danno suggerimenti di lettura, sui quali io, per esempio, scopro libri da leggere. Però spesso sono blog settoriali, già con un entry point piuttosto alto. L’equivalente di una biblioteca forse non c’è… Liber Liber, il sito dei libri del pubblico dominio, delle traduzioni liberamente scaricabili dove ci sono anche i nostri libri, è anche quello un vasto archivio, però, se non sai che autore andarti a cercare, non trovi.

Quindi credo che sì, questa funzione qualcuno la dovrebbe svolgere, costruendosi chiaramente l’autorevolezza per svolgerla, perché quello poi è tutto: la credibilità. In alcuni settori ci sono stati dei periodi dove questo è emerso. Per esempio, c’è stato un periodo in cui nel fantasy c’erano due o tre blog italiani dove effettivamente si facevano recensioni ben fatte dei libri e dove uno come me, che di quel genere letterario non conosce tanto, grazie a quei blog poteva trovare delle indicazioni. Si sono purtroppo poi persi in rivalità reciproche, scazzi tra recensori, eccessiva valutazione di sé, quindi hanno iniziato a fare delle recensioni iper-tecniche, godendo di più nel fare stroncature della tanta monnezza che esce nel settore e che forse a un esperto del settore fa innervosire (ma noi, per esempio, come scelta abbiamo fatto quella di non fare mai stroncature: se un libro ci piace lo suggeriamo, se non ci piace stiamo zitti). Questi siti si sono buttati un po’ in questo e si sono persi. Alla fine, sono diventati un luogo di riferimento per haters contro l’autore di turno, magari esordiente che provava a farsi le ossa e invece veniva bastonato in pubblico.

 

Ti cito ancora. In un’intervista rilasciata a Three Faces – Antidoti Narrativi, hai parlato della scrittura e della narrativa all’epoca dei social media: “La letteratura serve a rallentare l’informazione, a creare una specie di bacino dove i flussi di informazione possano convogliarsi e rallentare, e quindi essere osservati in modo differente.

Personalmente condivido e abbraccio questa lettura. Detto questo, considerando ancora il numero esiguo di lettori in Italia e, di contro, il gran numero delle persone che subiscono la lettura da social network, non pensi che l’italiano sia talmente assuefatto dalla società dell’immagine e dai social da essere inadatto alla lettura tout-court?

 

Beh, sì io ho la tendenza a cercare di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, devo dire (ride, ndr).

Effettivamente lì parlavo di letteratura e forse il discorso si potrebbe generalizzare alla narrativa, cioè la forma narrativa ha questa possibilità, in qualche modo, di rallentare l’informazione e quindi di lasciarla decantare, prendere le cose e metterle all’interno di un’architettura, farne vedere il posto, in qualche modo. A volte può bastare anche una struttura narrativa molto semplice e molto social, come può essere uno storify ben fatto. Io mi ricordo che ne facemmo uno, ormai tre-quattro anni fa, sulla situazione nel nord della Siria: Kurdistan, Rojava etc. Ai tempi c’era molta poca informazione e molta confusione sulla questione. Mettemmo un po’ in ordine la storia di quei luoghi e di cosa stava succedendo e fu uno storify molto condiviso, che tantissimi hanno letto, attraverso il quale in tanti hanno scoperto e hanno cominciato a orientarsi un po’ di più all’interno della questione. Oggi, ovviamente, la cosa si è ulteriormente complicata e andrebbe rifatta da capo, però allora aveva svolto proprio quella funzione lì, di rallentare: hai un continuo flusso in cui ti arrivano nomi (YPG, PKK, Iraq, Iran, Rojava, Siria del Nord, Esercito di Liberazione della Siria), non ci capisci più niente, ti metto in fila le cose con un’architettura semplificata ma narrativa e questo ti permette di trovare un posto per ciascun tassello dell’informazione, come in un mosaico ben organizzato. Quindi, questo è un tipo di cosa che forse ha una possibilità di approccio più immediata rispetto a un libro.

Però è chiaro che tutto questo non viene fatto per le grandissime masse di persone. Anche se c’è poi un muoversi per cerchi concentrici. È vero che magari il libro che racconta quella determinata storia e che permette di leggere con maggiore attenzione determinati dati, lo leggono magari in poche migliaia di persone. Però è anche vero che, forse, tra quelle poche migliaia di persone ce ne sono anche alcune che poi, nelle rispettive comunità di appartenenza, nelle rispettive cerchie di amici etc., sono anche quelle che su certe cose sono un po’ più influenti, hanno le idee un po’ più chiare, sono quelli a cui le persone vanno a chiedere un parere, hanno un’opinione un po’ più ascoltata. Quindi, in realtà, diciamo che l’infezione si propaga.

 

E magari chi non sarebbe mai arrivato al libro da sé, va a leggerlo perché ha visto che quello ne sa di più perché l’ha letto…

 

Sì, questo almeno è quello su cui si conta.

 

Ancora a proposito di Internet e lettura. Il già citato professor Caproni, nella nostra intervista, ha ragionato sul fatto che sia stata imposta una nuova tipologia di lettura, una lettura partecipata. Ovvero, se con il libro cartaceo lettore e scrittore stavano in uno stretto e solitario rapporto, con la lettura su Internet avviene un fenomeno particolare per cui è come se ci siano più lettori concentrati simultaneamente su uno stesso testo. Questo si riflette nei commenti e/o nelle reazioni (se parliamo di Facebook) che vanno a condizionare il punto di vista del singolo lettore, a volte de-localizzando l’attenzione dal testo principale ai commenti stessi. Il confronto tra lettori viene anticipato e, forse, de-naturalizzato. Che conseguenze ha tutto questo? È un bene o un male?

 

Anzitutto, sicuramente la lettura su Internet e anche la lettura a schermo hanno caratteristiche diverse rispetto a quella cartacea. C’è anche un bell’articolo di Marco Belpoliti su Doppio Zero (Perchè non ricordo gli ebook? ndr) che analizza proprio le differenze, partendo dal suo caso personale, tra i libri che ha letto in pdf o in ebook e i libri che ha letto su carta. Lui ne fa una questione di due dimensioni contro tre dimensioni. Nel senso che il libro su carta è tridimensionale, il libro su schermo in qualche modo è solo a due dimensioni. Belpoliti dice: “La nostra esperienza del mondo e quindi la nostra capacità, in fondo, di ricordare è legata a esperienze tridimensionali, quando leggo un testo a tre dimensioni me lo ricordo di più di quando lo leggo a due dimensioni. Se penso ai libri, alle pagine di alcuni libri, alle loro frasi, quelle che mi ricordo meglio sono quelle di libri che ho avuto in mano, di carta, e molte delle cose che leggo a schermo me le ricordo anche meno.

A me succede la stessa cosa, devo dire. Mi ricordo più di aver letto i libri cartacei che non quelli in ebook, forse perché li dispongo sulla libreria e ogni tanto ci passo davanti e li rivedo.

 

È anche un’esperienza sensoriale…

 

Si è un’esperienza sensoriale-visiva differente. Se devo andare a trovare una frase dentro a un libro cartaceo, manualmente, la trovo piuttosto in fretta. Sull’ebook uso il tasto search perché se dovessi sfogliarlo immaterialmente non riuscirei a trovarla, ogni pagina è uguale all’altra. Mentre nel libro cartaceo senti il volume delle pagine da una parte e dall’altra che diminuisce o aumenta via via che procedi con la lettura.

Ma questo è una considerazione più generale. Poi c’è la cosa che dicevi tu, che forse è indipendente anche dal fatto del dove leggi il libro. Nel senso che io lo legga su schermo o che io lo legga su carta, comunque c’è questa dimensione della lettura partecipata, della comunità dei lettori, della possibilità di andare su aNobii e leggersi le recensioni, postare una recensione, andare su un sito e leggersi i commenti e, come nel nostro caso, fino a interagire direttamente con gli scrittori.

Mi ricordo una cosa, abbastanza divertente, sul sito di Manituana. Per un nostro romanzo avevamo costruito un intero sito di materiali spuri, aggiuntivi etc., dove spesso intervenivamo dentro alle discussioni dei lettori scrivendo: “Beh, noi da lettori pensiamo che…” Insomma, come se in qualche modo, una volta scritto il libro, noi andassimo a rileggerci le cose anche con gli occhi dei lettori stessi e ci volessimo inserire nella discussione come uno che ha letto.

Questa dimensione c’è sicuramente. Ora, è una dimensione che impatta sulla valutazione estetica di un’opera, nel senso che il fatto di poter fruire di un libro, o anche di un film, in questo modo cambia anche la nostra valutazione del libro e del film. Mi spiego: da un lato, per esempio, io posso andare a vedere un film di cui ho già sentito molto parlare, al di là dello spoiler, però magari già mi sono fatto un’idea in una maniera veramente veloce. Oggi ormai non ti capita più di andare al cinema e dire: “Beh, quel regista lì lo conosco, vado a vedere il nuovo film di…

A me non succede più, io prima di andare a vedere un film mi sono visto il trailer, mi sono letto un paio di recensioni, un paio di commenti di gente, ho saltato degli spoiler ma magari sbirciando un po’. Quindi tutto questo, chiaramente, crea un’aspettativa e un modo di interagire col film stesso ancora prima di averlo visto. Poi c’è tutta la dimensione del dopo: quando torno su quei siti a fare ulteriori commenti una volta visto il film. Ma ancora prima è come se il film avesse dei confini diversi da quelli che aveva stabilito il suo autore. Per esempio con il sito di Manituana, nel quale noi avevamo messo dentro tutta una mappa Google Earth dei luoghi del romanzo, con immagini, foto dei personaggi, racconti preliminari che noi avevamo scritto per esercitarci su quel tipo di modalità narrativa, per fare delle prove, per vedere un po’; poi c’era una graphic novel disegnata da un lettore che creava un prequel per il romanzo. In qualche modo il romanzo finiva per avere, appunto, dei confini diversi da quelli stabiliti dal libro.

C’è chi questo lo considera un aspetto negativo. Per esempio David Bordwell, un critico cinematografico che fa l’esempio di Hitchcock, la sua grandezza era la sua capacità di essere una specie di dittatore narrativo: ti dava le informazioni che ti doveva dare nel momento in cui voleva lui e ti teneva avvinto a quelle informazioni nella sequenza che lui decideva.

O, più in generale, fa l’esempio di una fotografia o di un quadro: buona parte del loro valore estetico è la scelta dell’inquadratura, i confini e la cornice che l’autore dà all’opera. Se tu gli allarghi e mi fai vedere cosa c’era fuori dall’inquadratura fatta dal fotografo Tal dei Tali, beh, il messaggio cambia parecchio. Supponiamo che il fotografo Tal dei Tali abbia fotografato una bellissima cascata omettendo che di fianco c’è una centrale nucleare, allargo l’immagine e in qualche modo mi dice qualcosa dell’autore (è uno che omette delle informazioni importanti) e mi cambia la percezione di quella sua foto, completamente. Quindi c’è chi dice, come Bordwell, che questa cosa sottrae potere all’autore e questo è un male perché in qualche modo il potere dell’autore è importante per l’opera.

Io credo di no. Io sono convinto che invece questa partecipazione, questo scambio con il lettore, che lo coinvolge maggiormente nella riscrittura dell’opera, sia interessante perché offre al lettore anche la possibilità di porsi di fronte all’opera non soltanto come uno che può dire like oppure no. Diceva Roland Barthes che è terribile quando la lettura viene ridotta a un referendum, mi piace, non mi piace; il lettore dovrebbe essere invitato a fare molto più di questo, quasi a riscrivere l’opera insieme all’autore. Ecco, io penso che questi strumenti diano questa possibilità al lettore. Ovviamente, da parte dell’autore, le cose un po’ cambiano. Nel senso che tu sai che scriverai una cosa che verrà utilizzata in un modo differente. Ma questo è normale, è sempre successo, per esempio quando le storie sono passate dall’essere raccontate oralmente all’essere stampate su un libro, è chiaro che questo cambiamento tecnologico ha prodotto una trasformazione anche nel modo di scrivere: potevi scrivere qualcosa nel quale era previsto che il lettore potesse tornare indietro e rileggere le ultime tre pagine che non aveva ben capito. Uno che ti racconta una storia oralmente questo non lo può fare.

Quando si sono diffusi i videoregistratori e i DVD, si sono cominciati guarda caso a diffondere anche dei film narrativamente più complessi, molto intricati, che quasi invitavano a essere visti una seconda volta, che tu uscivi dal cinema e dicevi: “ma che cacchio ho visto?!”, tipo Inception o The Prestige. E molto del piacere, anche cognitivo, di vedere quelle cose era rimontarli, magari questo ti spingeva anche a comprare il DVD. Quando uscì Twin Peaks, non ci fosse stato il videoregistratore, forse parte del grande interesse che quella serie suscitò si sarebbe perso, perché in buona parte era dovuto al fatto che la gente se la videoregistrava e poi la metteva in moviola per cogliere dei particolari, che Lynch suppostamente avrebbe nascosto nelle scene, che permettevano di capire chi aveva ucciso Laura Palmer. E io mi ricordo che era una cosa così e non c’era ancora Internet. Però ce lo si comunicava lo stesso.

Ovviamente, sapendo che un fruitore può fare questo, un autore può mettere dentro tutta una serie di dettagli che in un film degli anni ’50 forse non avrebbe messo, perché chi poteva coglierli guardando una pellicola per due ore al cinema, magari mentre mangiava i popcorn? La stessa cosa penso che valga per il libro: sicuramente ci spinge a scrivere libri diversi, ma non credo che sia affatto uno svantaggio.

 

Abbiamo già accennato a Giap, il vostro blog che, possiamo dire, si è aperto a un tipo di lettura partecipata. Il fatto che i vostri articoli, almeno quelli con temi più spinosi, vengano ibernati (non sono aperti ai commenti) per alcuni giorni è anche un modo per incentivare la riflessione solitaria ed evitare di essere trascinati via dal fiume delle opinioni?

 

Sì, in buona parte anche per assolvere a quella funzione, che dicevo prima, di rallentare l’informazione, in parte per cercare di produrre dei commenti più ragionati, non sull’onda immediata della cosa. Sicuramente, rispetto a quella minor mole di commenti che adesso ci sono su Giap, questo ha influito, nel senso che alcuni post, se non avessimo scelto quella modalità, forse avrebbero generato una discussione da cento commenti, invece tre giorni dopo ne è partita una da cinquanta. Però la qualità dei commenti è sicuramente alta. A me è capitato in alcuni casi, dovendo scrivere degli articoli su delle questioni che avevamo già dibattuto sul blog, di andarmi a recuperare i commenti. Ma non per vedere che cosa avevo scritto io, ma anche per vedere che cosa avevano scritto altri e che cosa avevamo risposto noi, perché mi poteva servire nell’elaborazione di un articolo. È un tipo di cosa che penso difficilmente si farebbe con Facebook, dove il commento è pensato tutto sommato per essere visto, fruito e dimenticato nel giro di dieci minuti, nel giro forse di una giornata. Giap in qualche modo, con questa caratteristica, diventa anche un archivio delle discussioni, che rimangono lì, continuano a essere fruibili e lo sono proprio perché non sono un botta e risposta.

C’è anche un altro strumentino su Giap, che è quello che vieta di fare commenti più brevi di un certo numero di lettere e che se lo fai ti compare una scritta che dice: “Il tuo commento sembra un po’ breve, sforzati di più.” Ecco, magari può sembrare un atteggiamento a tratti respingente, però pensiamo che sia, anche solo simbolicamente, un esempio utile di come si potrebbero evitare un certo tipo di commentari, senza però chiudere completamente i commenti. Altri siti, anche di giornali, sono passati dai commenti aperti, dove chiunque può commentare senza bisogno di fare un iscrizione, al chiudere completamente i commenti. Mi pare sia successo anche su Internazionale. Su Giap, invece, almeno il primo commento è in moderazione, ti devi iscrivere etc. In genere, sui diversi siti che trovi online nessuno viene bannato, mentre su Giap ogni tanto, se uno fa il troll, arriva Saint Just e gli taglia la testa.

Noi avevamo tenuto per circa un annetto un piccolo blog su Internazionale, dove ogni settimana pubblicavamo un piccolo articolo, i commenti erano completamente aperti e non li potevamo moderare come facevamo su Giap. A un certo punto abbiamo smesso di tenerlo proprio per questo motivo, perché avere la nostra modalità (quando uno commenta, fa un’osservazione, gli rispondo) in una dimensione così, nella quale il primo che arrivava, anche in una sola riga, poteva buttare lì una cosa, era molto molto impegnativo. Quindi non continuammo a farlo l’anno dopo e mi pare che adesso tutto il sito sia impostato in modo che non ci siano più commenti. Mi vien in mente il microfono aperto tipo Radio Radicale, quando tenevano le telefonate in diretta e c’era gente che chiamava e urlava “Terroni di Merda!” e poi metteva giù; era un fluire continuo e, forse, come performance artistica per un mesetto fu divertente, però poi era diventata una cosa terrificante. Ecco, se uno vuole andare oltre la performance del flusso di parole e, invece, provare a dire delle cose, va trovata una via di mezzo.

 

È anche un incentivo per usare virtuosamente il mezzo, se non metti paletti è difficile educare culturalmente all’utilizzo del mezzo…

 

Per certi versi è anche un po’ come valorizzarlo. In fondo il blog è uno spazio pubblico, però è uno spazio pubblico con dei gestori, come potrebbe essere un bar. Se nel tuo bar può entrare chiunque, sia quello che insulta, spacca bottiglie per terra, tratta male le altre persone, sia chi vuole discutere, beh forse dopo un po’ chi vuole discutere in quel bar lì non ci torna. Qualcuno devi tener fuori se vuoi che le cose funzionino.

 

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