Lèzere intervista Wu Ming 2 – Parte Terza

Questa è la terza e ultima parte dell’intervista a Wu Ming 2, trovi la prima parte QUI e la seconda QUA.

 

Cambiamo leggermente discorso. Avete definito il vostro lavoro come guerriglia culturale. Personalmente mi è stata molto di ispirazione questa spinta a cambiare le cose attraverso la cultura. Ma in cosa consiste questa guerriglia, come le cose possono cambiare e che risultati avete raggiunto fin’ora?

 

Allora sui risultati sinceramente non saprei (ride, ndr). Perché poi la guerriglia culturale era definizione già dai tempi di Luther Blissett, fin da tempi molto lontani. Beh, per fare un esempio, in quel caso noi cercavamo attraverso beffe mediatiche (allora non c’era praticamente la rete, quindi erano altri i mezzi per farlo) di far pubblicare ai giornali, ai quotidiani, notizie false per poi rivendicarle e spiegare attraverso quali meccanismi eravamo riusciti a far arrivare in prima pagina o in terza pagina quella determinata notizia, e dicevamo che questo era una specie di metodo omeopatico. Insomma un’alternativa al reagire all’idea che i quotidiani raccontano balle semplicemente lamentandosi, oppure facendo le classiche contro-inchieste: loro dicono bugie, noi le smontiamo e ti diciamo la verità, che in qualche modo comporta anche il rischio di assumersi poi il ruolo di chi racconta l’altra verità, la verità alternativa, la verità oltre il complotto, mentre oggi sappiamo che questo ha anche tanti risvolti negativi come atteggiamento.

Il nostro obbiettivo era quello di dire: “No, invece tu reagisci a queste menzogne dei giornali mentendo anche tu ai quotidiani; anche tu puoi pubblicare la prossima notizia in prima pagina, basta che impari come funziona. E in questo imparare come funziona, in qualche modo, ti vaccini dalle prossime di false notizie, perché questa diventa una specie di scuola nella quale tu capisci, sulla base di quali caratteristiche i giornalisti abboccano più o meno facilmente, che cosa cercano, che cosa gli interessa”. E la stessa funzione pedagogica assumeva anche la rivendicazione delle beffe. Nel senso, noi due giorni dopo facevamo sapere che quella notizie era falsa, era stata diffusa da Luther Blissett, in quel modo lì etc. È la differenza fondamentale rispetto alle cosiddette fake-news di oggi, che non vengono rivendicate, anzi vengono utilizzate in un altro senso.

La guerriglia culturale, da questo esempio, si intuisce che cosa vuole essere: un utilizzare le narrazioni, le storie, i romanzi come palestre per i lettori. Non tanto come (mi verrebbe da dire) chiese, nelle quali vai per ricevere dall’alto una verità: “La storia della rivoluzione americana mi è stata raccontata male, fammi leggere Manituana dei Wu Ming che così capisco come è andata.”

Ecco, noi cerchiamo di respingere questo atteggiamento, non a caso poi mettendo spesso anche i titoli di coda nei nostri libri, cerchiamo di stimolare invece un atteggiamento per cui: “La rivoluzione americana come me l’hanno raccontata è una grossa menzogna. Leggiamo il romanzo di Wu Ming per provare a capire quali storie alternative ci potrebbero essere sotto e che tipo di sguardo potrei utilizzare per vederla in un altro modo e costruirmi, io, una visione differente.”

Quindi il lettore non viene messo comodo sulla poltrona, dicendogli: “Ti consolo! Gli altri ti hanno detto balle, adesso ti consolo con la verità e d’ora in poi tu sarai tra quelli che la sanno, potrai fregiarti di questo.” No. Non ti metto seduto in poltrona, non ti metto comodo, ti dico: “Proviamo insieme a smontare questa storia, che suona palesemente falsa e vediamo come la si potrebbe rimontare. Però è un gioco a cui devi partecipare anche tu. È un gioco di costruzioni, lo facciamo insieme. Poi io la costruisco così, ma tu se vuoi puoi spostare dei pezzi e vederla in un altro modo.”

Questo, chiaramente, è un tentativo (se vuoi dirla con una parola sola) di seminare spirito critico. In fondo è questo l’obbiettivo della guerriglia culturale in buona parte; e in buona parte c’è l’idea che la cosiddetta sovrastruttura, cioè la dimensione dell’immaginario, la dimensione della cultura, possa retroagire anche sulla struttura, quindi sui rapporti tra le persone, sulla vita reale e non soltanto viceversa, che è la teoria più classicamente marxista per cui è la struttura (sono sempre i rapporti economici di produzione etc.) che influenza la cultura: se tu cambi la struttura, cambi anche la cultura. Però, siccome non sempre hai la forza di cambiare la struttura direttamente, mentre cerchi di cambiare anche quella (senza arrenderti su quel piano), forse ti può aiutare anche agire sul piano sovrastrutturale ti può.

Risultati… Con i libri, con i romanzi, con la letteratura direttamente non te lo so dire. Sicuramente sono stati degli attrattori per cominciare a ragionare su cose e raccogliere persone capaci di ragionare su questioni come, per esempio, adesso su Giap fa un gruppo che si chiama Nicoletta Bourbaki che fa inchiesta, indagine, sull’uso della estrema destra di Wikipedia. Cerca di de-costruire, smontare, la guerriglia culturale (perché di questo si tratta) che fa l’estrema destra su Wikipedia manipolando voci, presidiandole, tenendole con un certo punto di vista. È chiaro, non qualunque studente di liceo che si approccia a Wikipedia, che magari deve fare una ricerca sulla resistenza, ha sentito parlare del fatto che deve stare in occhio alle voci. Però sicuramente si è creato un dibattito che ha dato fastidio a quella task-force di estrema destra che presidiava quelle voci, che ha cominciato a essere più visibile e altri, su Wikipedia, hanno iniziato a mettere in discussione le cose. Insomma, il lavoro di Nicoletta Bourbaki ha seminato un po’ di spirito critico (di nuovo).

Oppure, altro esempio, quanto abbiamo fatto sulla celebrazione del Giorno del Ricordo, quindi della questione delle foibe e dell’esodo istriano. Lì, per esempio, cominciammo con degli articoli che mettevano in dubbio i numeri che vengono dati di solito e, sopratutto, anche il modo di celebrare quell’anniversario. Poi abbiamo pubblicato una dozzina di foto che di solito vengono usate per parlare di foibe e in realtà mostrano crimini di guerra italiani nelle terre della ex-Jugoslavia.

Dopo due-tre anni di quel lavoro, uscì su Internazionale uno speciale nel Giorno del Ricordo che, secondo noi, riprendeva tanti errori, stilemi del discorso patriottardo che viene fatto in quei casi. Scrivemmo una lettera a Internazionale dicendo: “Guardate, noi siamo tre anni che produciamo articoli su questo, proviamo a raccontare in un altro modo quello che è successo, a rendere più complesso il quadro della questione del confine orientale. Ci piacerebbe, se vi interessa, il prossimo 10 febbraio, avere uno spazio per complicare un po’ il quadro.” Internazionale ce lo ha dato e noi abbiamo invitato vari storici a scrivere. Insomma, quella comincia a diventare una piattaforma, un palcoscenico dal quale tanti traggono informazioni e che a tanti ha dato fastidio.

Insomma, questi sono i risultati visibili. Poi ce ne sono tanti invisibili, che ovviamente non posso valutare.

 

Quando vi incontraste in seno alla cellula bolognese del progetto Luther Blissett, per dar vita a quel percorso di scrittura collettiva sfociato con Q, eravate tutti piuttosto giovani. Un gruppo di universitari che finisce per sfornare uno dei pilastri della narrativa storica italiana del ‘900 non è qualcosa di tutti i giorni. Pensi che attraverso la scrittura collettiva si possa maturare più velocemente sia come scrittore che come persona?

 

Ah, la fai alla persona sbagliata questa domanda. Nel senso che sì, per me è stata un’esperienza formativa insostituibile quella di scrivere con altre persona ed è tutt’ora un’esperienza fondamentale, non soltanto lavorativa, ma di vita proprio, nel senso che difficilmente potrei pensarmi altrimenti che così, cioè come uno che scrive insieme ad altri letteratura. Ovviamente formativa anche, diciamo, al di là della scrittura stessa. Nel senso che, per me, ha voluto dire avere un ambito collettivo di confronto con altre persone, adesso ormai da più di vent’anni, più volte alla settimana, e non è una cosa che tutti hanno la fortuna di avere. Quindi per me è stato davvero molto importante. Poi sì, cerco di diffondere la scrittura collettiva anche in altri ambiti perché penso che in qualche modo la narrativa, il raccontare storie, sia uno strumento di indagine, di ricerca. Cioè, ad alcune interpretazioni, ad alcuni significati delle cose, se vogliamo ad alcune verità che non riesci ad afferrare in altro modo, ci arrivi raccontando una storia: metterla in forma narrativa ti permette di capirla. Farlo insieme ad altre persone è particolarmente interessante perché, appunto, ti permette di analizzare una situazione attraverso uno strumento che non è quello della teoria e dell’analisi sociale, o della filosofia, ma uno strumento apparentemente più alla portata, più semplice da usare. Sto pensando, per esempio, a un laboratorio di scrittura collettiva che ho fatto con un gruppo di lavoratori e lavoratrici milanesi iscritti alla FIOM, al sindacato dei metalmeccanici. Lì si trattava appunto di scrivere dei racconti collettivi che avessero da fare con la fabbrica, col lavoro, con la loro esperienza, però racconti e non semplici testimonianze. La narrativa non è stata solo uno strumento di espressione: il lavoro in fabbrica spesso lo racconta chi in fabbrica non ci lavora, stavolta lo raccontiamo noi che ci lavoriamo, quindi è stata una presa di parola. Ma non è stato solo questo, è stato anche un modo per confrontarsi su alcune questioni con un linguaggio diverso rispetto al classico sindacalese, o alla classica analisi sindacalista-sociale, dovendo porsi il problema di raccontare una storia. Questo confonde le carte, fa sì che si discuta anche più liberamente, per certi versi, senza determinate strutture, e ha permesso alle persone (credo) di confrontarsi in una maniera nuova, inedita e di scoprire anche delle cose che non erano venute fuori attraverso altri tipi di confronto. Quindi sì, sono convinto che la scrittura collettiva, da questo punto di vista, offra uno strumento in più di analisi.

 

Hai in parte già risposto a un’altra domanda, che era proprio in riferimento al fatto che avete organizzato laboratori di scrittura collettiva. Avete spronato le persone a farsi scrittori, ma a che fine? Chiunque può diventare scrittore?

 

Allora io penso che chiunque può raccontare una storia in maniera piacevole. Poi diventare scrittore vuol dire farlo in maniera sistematica, ponendosi sistematicamente tutta una serie di problemi, di interrogativi, ponendosi la questione di non ripetersi sia nella forma che negli argomenti. Quindi, chiunque può raccontare una buona storia, non tutti forse possono raccontare cento buone storie: raccontarne cento diverse, in maniera diversa, variando il linguaggio, non ripetendosi, questo già diventa un mestiere. Ma fino a raccontare attraverso l’italiano, la forma scritta, una buona storia che sia piacevole da leggere ci può riuscire chiunque, senza per questo diventare uno scrittore. Ma dall’altra parte, per tornare a una delle prime domande, abolendo quel gradino che sembra esserci tra lo scrittore e il lettore. Quell’aura per cui, appunto, l’operaio metalmeccanico dice: “Beh, io del mio lavoro posso dare un’esperienza, posso testimoniarlo, se qualcuno mi intervista sì, posso raccontare com’è il lavoro in fabbrica, ma scrivere un racconto basato su questo no, non sono capace perché non sono uno scrittore.”

Quindi uno degli obbiettivi di questi laboratori collettivi è anche portare persone che di solito vengono marginalizzate attraverso la testimonianza, alle quali viene quasi sempre solo chiesto di essere testimoni, ma raramente di impostare il loro racconto da soli, di invece fare questo e di farlo collettivamente. Perché è chiaro che, in fondo, le domande sulle quali poi si basa la testimonianza te le fa un altro e di solito questo vuol dire che la cornice all’interno della quale quella testimonianza si inserisce la stabilisce qualcun altro. E di solito questo viene fatto proprio con i gruppi dai quali si vuole trarre un racconto ma che in fondo non si vuole rendere protagonisti. Se pensi ai migranti, il più delle volte c’è qualcuno che gli fa domande: “Come è stato il tuo viaggio? Come hai vissuto? Com’erano i trafficanti?” E lui deve rispondere a quelle domande lì e, in quanto tale, è un testimone se vuoi anche valorizzato, ma lui magari ti vorrebbe raccontare un’altra roba, ti vorrebbe raccontare invece di cosa ha pensato quando è arrivato in Italia, altre cose… Ma non lo decide lui. Se invece fai raccontare, ecco: “Che cosa racconto, lo decido io.” E questo insomma è un po’ l’obbiettivo. Se poi questa voce la uso anche collettivamente a me vien da dire, sopratutto per i gruppi marginali, diventa un modo di avere una voce più forte, che non è più quella del singolo, un po’ come ai tempi di Don Milani, Lettere a una professoressa era scritta collettivamente da vari studenti e per questo ebbe anche una forza maggiore rispetto a se fosse stata scritta da uno solo.

 

Avete da sempre approfondito il rapporto tra letteratura e musica. Noi, con Lèzere, abbiamo portato i racconti ai concerti per cercare di favorire l’incontro con i potenziali lettori. Voi avete fondato il Wu Ming Contingent. Come è stata questa esperienza? La musica può essere un modo per diffondere la lettura?

 

Sì, sicuramente può essere un modo per diffondere la lettura. Ma in tanti modi, anche soltanto attraverso una citazione inserita in una canzone, qualcuno si va a leggere un libro. Io stesso, penso di aver letto Le porte della percezione di Aldous Huxley perché The Doors si chiamavano così, perché era The doors of perception. O ancora, mi raccontava un amico di aver letto Lo straniero di Camus perché aveva ascoltato la canzone dei Cure in Boys don’t cry: “I’m the stranger killing an arab.” Parla di quello, aveva poi letto in un’intervista che era ‘sto libro, non l’aveva mai letto, l’ha preso e alla fine si è letto Lo straniero di Camus, hai detto poco… Attraverso una canzone dei Cure, attraverso un album, arrivi a quello.

Però, chiaramente, la letteratura e la narrativa possono entrare anche in maniera più preponderante nella musica, appunto attraverso il testo che viene cantato, o declamato, o intonato sulla musica stessa che può essere più o meno letterario, più o meno colmo di riferimenti letterari, più o meno narrativo. Quindi attraverso la musica si possono anche raccontare storie, oltre che appunto far arrivare ai libri.

Wu Ming Contingent è stato il cristallizzarsi di questa esperienza. Noi per una decina d’anni, prima di quello, avevamo comunque tratto dai nostri romanzi spettacoli di musica e lettura dal vivo, a volte che raccontavano storie collaterali rispetto ai nostri romanzi; per dire, Pontiac era uno spettacolo di quel tipo, che raccontava una rivolta di nazioni indiane avvenuta nei futuri Stati Uniti dieci anni prima degli eventi raccontati in Manituana. In Manituana, Pontiac viene citato solo a un certo punto, c’è uno che dice: “Ah, come ai tempi della rivolta di Pontiac!”. Il legame tra lo spettacolo e il libro era soltanto lì, però non è detto che non ci sia chi ha visto lo spettacolo e attraverso quello ha poi scoperto, magari sul banchetto, che c’era anche un libro. E poi a volte gli spettacoli stessi diventano libri, perché sia Pontiac che Razza Partigiana sono diventati libretti più CD. Oppure in alcuni casi, sempre Razza Partigiana, la storia di Giorgio Malincona partigiano italo-somalo nella resistenza italiana, era stata raccontata in un saggio storico che ricostruisce la sua vita, con tutti i crismi del saggio storico, da due ricercatori Carlo Costa e Lorenzo Teodonio che hanno pubblicato questo libro per Iacobelli. Molto probabilmente il libro è ancora in circolazione, adesso è stato ristampato con allegato il CD dello spettacolo anche grazie al fatto che quella storia che, appunto nella forma saggio storico forse avrebbe raggiunto soltanto un certo tipo di lettori, raccontata sul palco in maniera più narrativa, più immediata, ha spinto poi molti a dire: “Cavolo, questa storia non la conoscevo, mi vado a comprare il libro.”

Quindi sì, sicuramente c’è questo legame e io penso che la musica sia uno strumento, come del resto anche l’immagine, sulla quale abbiamo fatto meno lavoro e secondo me sarebbe interessante indirizzare anche un po’ di prossimi sforzi: penso alle graphic-novel, penso ai libri illustrati, sono sicuramente un veicolo importante per la lettura.

 
 

Bologna, 19 giugno 2017

 

Wu Ming 2

 

Filippo Puddu

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