Lèzere intervista Piero Innocenti – Parte Prima

Sono andato a Roma e non ho fatto il turista. Cosa strana per un sardo che non vive nella Capitale. I tempi stanno cambiando e le distanze si accorciano. Andare a Roma da Firenze costa meno in termini di soldi e tempistiche rispetto ad attraversare la mia Isola. Così, in modo molto professionale, mi sono ritrovato in Vaticano, una calda mattina d’autunno, per incontrare una delle massime personalità nel campo bibliografico italiano: Piero Innocenti. Col professore ci separano 45 lunghi anni di vita, così il confronto sulla lettura e sulla scrittura è stato, per me, ancora una volta sorprendente nella sintesi che si è creata nell’incontro tra esperienza e nuovi orizzonti.

 

 

Una vita passata sui libri. Che cosa ha significato nella sua vita la lettura?

 

 

Leggere non è una finalità, è un mezzo. Da ragazzo (una vita fa), volevo studiare, informarmi, e per farlo l’unico modo era leggere, leggere, leggere, per quanto riguarda quelle che allora si chiamavano le scienze dello spirito. Leggere, frequentare laboratori e/o sedi di osservazione sperimentale era invece la strada di quelle che allora si chiamavano scienze della natura. Quindi, leggere era il mezzo per “imparare a”… qualcosa. Il fine era quel qualcosa.

 

 

Cosa può portare la lettura alla società italiana di oggi? Cosa può significare vivere in una società di lettori? Quella che attualmente non è…

 

 

Appunto, quella che attualmente non è: un ambiente più civile, più colto. Vivere con maggiori opportunità, con più chiara consapevolezza di quanto sta accadendo, e non dietro l’angolo di casa: nel mondo.

 

 

Eppure l’Italia è un paese che non legge. È facile dare la colpa alle distrazioni che una persona qualunque incontra oggi nel 2017 (penso a Internet, televisione e qualsiasi cosa al di fuori della lettura) ma questa giustificazione non regge al confronto con i vicini europei. Cosa abbiamo noi italiani di sbagliato?

 

 

(Ride ndr.) Beh, si dovrebbe rispondere “il nostro passato”: perché nel Nord Europa l’analfabetismo era minimizzato o scomparso ai primi dell’Ottocento, cioè duecento anni fa. Ma il nostro passato è anche il nostro punto di forza, quindi sarebbe una risposta sbagliata.

Il tasso percentuale analfabeti/alfabeti certamente è uno dei fattori di arretratezza, ma più un sintomo che una causa. Dovremmo forse ricordare altri fattori: l’atteggiamento religioso, ad esempio. La religione che è stata egemone in Italia ha proibito la lettura diretta della Bibbia, libro fondante, fino a poco più di un secolo fa, quando Papa Leone 13., il 13 Dicembre 1898, ammise i fedeli alla lettura diretta del testo biblico. Le religioni dello stesso ceppo, che della Bibbia hanno fatto il loro fondamento quotidiano, scelsero 500 anni fa (esatti: 1517-2017) la separazione da Roma non ammettendo il buon credente a leggere la Bibbia, ma obbligandolo alla buona conoscenza del suo testo: un’inversione di atteggiamento di centottanta gradi.

 

 

In base alla sua esperienza professionale, che rapporto ha avuto con la promozione della lettura e quanto possono essere state efficaci le azioni che ricorda?

 

 

Ma, senta, la mia esperienza professionale è stata molteplice: ho fatto il funzionario editoriale, poi il bibliotecario, poi il direttore di biblioteca, poi il professore di università. Tutte attività che hanno ovviamente a che fare col leggere, ma da angolature diverse. La promozione della lettura in quanto tale, decontestualizzata, non trovo che abbia molto senso.

Devio per un momento. Dire: “camminate per andare dal punto A al punto B”, ha un senso; dire: “muovete le ginocchia”, ne ha meno: è la differenza che Aristotele istituisce tra causa finale e causa efficiente.

Bisogna forse vedere “perché leggere” e “leggere cosa”. Certo, per imparare a leggere va bene qualunque cosa, anche compitare il cartellone di quell’insegna pubblicitaria davanti a noi e, se non si sa leggere il tabellone dell’orario dell’autobus a quella fermata, non si va da nessuna parte. Sarebbe difficile però trarne la conclusione che è utile, senza finalizzazione, passare il tempo a leggere cartelloni e tabelloni.

Del resto, lei prima citava quasi sullo stesso piano la Internet e la televisione, due cose però abbastanza diverse. Nella televisione è prevalente la comunicazione attraverso l’immagine, a parte i sottotitoli e il televideo non c’è niente da leggere. Nella Internet il rapporto è invertito, essa è basata in grandissima parte ancora sulla capacità di leggere parole e frasi, le immagini sono un corredo marginale o un supporto paralinguistico; c’è un’integrazione: si potrebbe persino sostenere, con qualche fondamento, che poiché si sollecita la capacità di “leggere” segni scritti e di “leggere” sequenze d’immagini, la Internet è anche un potente volano di lettura. (La Grammatica del vedere di Kanizsa ha già descritto tutto questo, sistematicamente, nel 1980, sulla base di ricerche presentate alla comunità scientifica nel 1955, quando la Internet era di là da venire.)

 

 

Lei ha affermato: bisogna vedere cosa si legge. Esiste una cultura di serie A e una di serie B? In altre parole: consiglierebbe mai a un non lettore di approcciarsi al mondo del libro con uno scritto di Fabio Volo? (Autore i cui libri da molti sono considerati di basso livello letterario).

 

 

Lei mi cita un autore che non ho letto, su questo punto non rispondo.

A questa domanda, in ogni caso, fu risposto probabilmente una volta per tutte nell’autunno del 1856, quando Gustave Flaubert per pubblicare Madame Bovary (romanzo che come pochi altri scandaglia la potenza delle letture maldigerite in un contesto di vita di secondo piano) scelse la forma di puntate, comparse in un giornale a larga diffusione: veicolo “popolare” (la cultura di serie B di allora) per un testo psicologicamente complessissimo ma scritto in una lingua cristallina. Esistono, sì, culture diverse, ma classificarle ad albero per costruirne una gerarchia è errore pericoloso. L’ha fatto un’antropologia della fine dell’Ottocento che ha portato dritta dritta al sostegno del colonialismo: non è, secondo me, un buon approccio. Vanno classificate probabilmente a faccette, dove la relazione istituibile è quella di “tutti con tutti”: che esistono culture diverse è un dato di fatto; cercare di capirle è un esercizio di solito remunerativo.

Nella lettura e nel leggere c’è, in ogni caso, anche un obiettivo blandamente auto-ipnotico, che tutti apprezziamo di tanto in tanto; in attesa dal medico, dal dentista, dal barbiere, dal commercialista non farei mai, né consiglierei, una lettura di serie A, va da sé che in quegli ambienti ti aiuta una lettura, appunto, blandamente auto-ipnotica, di preparazione. Poi, definire che cosa è bello e che cosa è brutto (termini un po’ antichi) è dato in gran parte dalla sensibilità personale (è bello ciò che piace, e fine del discorso) e solo in parte da mestiere critico, lontano dall’analisi della lettura; inversamente, lettura non è solo leggere letteratura: attività affascinante, ma minoritaria rispetto al complesso enorme di azioni pratiche specializzate che senza saper leggere non sapremmo svolgere. Il controllo del traffico aereo, ad esempio, richiede una lettura veloce, precisa, olistico/analitica, sequenziale e intuitiva nello stesso tempo: è arida forse quanto a bellezza, ma è finalizzata a produrre eventi positivi, prevenendone di non positivi.

 

 

Non sempre in Italia si è avuta la consapevolezza che tutti i soggetti che operano più o meno direttamente nel mondo del libro perseguono un comune obbiettivo, così che spesso si sono accesi conflitti tra librerie, biblioteche, case editrici, associazioni e via dicendo. Esistono comunque realtà, si pensi solo a Lìberos, che operano per armonizzare il lavoro dei vari attori e rendere più efficace l’impatto del libro sulla società. Lei pensa che si possa arrivare a risultati concreti in termini di ampliamento della platea dei lettori anche senza un consistente aiuto statale e solo con l’attività indipendente di questi soggetti?

 

 

Beh, che siano tutti soggetti che hanno a che fare col mondo della lettura è un dato di fatto; è anche un dato di fatto che agiscono con modalità e sotto condizioni profondamente diverse. È evidente che lettura e leggere intesi come fatto educativo non possono che prescindere dal ritorno in termini di conto economico; viceversa un editore, anche il più grande, il più liberale, il più aperto e con la più generosa politica editoriale che si possa immaginare, deve far i conti col mercato, deve stare sul mercato altrimenti va a fondo. Quindi parliamo di realtà eterogenee. Per l’azione educativa, appare ovvio l’aiuto pubblico inteso o come impegno diretto di entità istituzionali o come attento meccanismo di sponsorizzazioni con vantaggio fiscale (siamo sempre in ambito economico, ma con una visione di società più ampia del mero statalismo): nessuna biblioteca, nessun museo, per non parlare della scuola, possono reggersi producendo da sé le risorse necessarie. La base, anche etica, è la fiscalità pubblica, di tutti. Se la scuola è di tutti e deve essere goduta da tutti, deve essere pagata da tutti, in proporzione al proprio reddito, alle proprie capacità economiche, nel rispetto della democrazia, del senso civico e di tutto quello che si ritenga doveroso, ma comunque un grande cantiere pubblico. L’editoria finanziata dal pubblico, viceversa, sarebbe strumento al servizio di un totalitarismo: di fatto, nella storia lo è stato.

 

 

Tornerei ancora sul discorso della promozione della lettura. Per lei ha senso concentrare l’educazione alla lettura verso la popolazione adulta?

 

 

No.

 

 

Del resto è un’attività più efficace se applicata fin dall’infanzia, per un percorso che si concentra sull’abitudine alla lettura.

 

 

È ovvio. Io adoro la musica ma, alla mia età, non posso imparare a suonare il pianoforte, forse a cinque anni avrei imparato. La lettura non è così diversa.

 

 

Lei pensa che, se su dieci adulti, nove non leggono, è impossibile farli incontrare con la lettura?

 

 

No, questo è un altro discorso. Verso chi per varie ragioni legate alla sua biografia (povertà o difficili condizioni di vita) non ha avuto questo accesso è evidente che occorre anche fare azioni di promozione, di educazione degli adulti, come molto presto è stata chiamata – non in ambito italiano – questa attività. Ma dovrebbe trattarsi di attività residuale, dopo che, si sia partiti dalla organizzazione della scolarità coi processi di allevamento, educazione (anche civica), istruzione, secondo i vari successivi gradi. Prima ho fatto il paragone con la musica perché godimento e pratica della musica e godimento e pratica della lettura, sono, ripeto, meno lontani di quanto possa sembrare. Si basano su due principi.

Il primo è la rigidità del testo: accedo con la lettura a un testo fissato in quella particolare forma attraverso una scrittura (a mano, a stampa, a tastiera, non ha importanza).

Il secondo è la rinnovabilità della esecuzione. La musica è fissata in uno spartito, ma viene ricreata tutte le volte che un solista o un’orchestra la suonano; il testo scritto viene ricreato tutte le volte che un lettore lo legge. Siamo in presenza di due attività che riescono a coniugare la fissità del durare con l’hic et nunc, il qui e ora, che si ripete tutte le volte che si verifica. Se guardiamo alla tempistica di esecuzione di direttori grandissimi di grandissime orchestre che hanno suonato e suonano la stessa partitura, è difficile trovare due tempi di esecuzione che combacino al minuto e al secondo, eppure sono tutte esecuzioni grandissime ed è sempre la Quinta di Beethoven, o quello che stiano suonando; non è che stanno cambiando qualche cosa: stanno ricreando. Per la lettura è la stessa cosa.

Il parallelismo è assoluto quanto alla esperienza della fruizione: solo l’immersione nella musica e/o nella lettura abitua l’orecchio alla distinzione dei suoni e della loro armonia, delle parole e della loro armonia.

 

La seconda parte dell’intervista è online QUI.

 

 

Piero Innocenti

 

Filippo Puddu

 

Roma, 3 ottobre 2017

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