Lèzere intervista Piero Innocenti – Parte Seconda

La prima parte dell’intervista è online QUI.

 

Personalmente credo che eventi tanto esaltati quali occasioni di promozione della lettura in realtà non svolgano questo compito, penso ai festival letterari frequentati più che altro da già lettori. Che ne pensa di azioni più originali e capillari come quelle del M.E.P., di un Ivan Tresoldi poeta di strada, di quelle portate avanti (nel nostro piccolo) da noi di Lèzere (Racconti in Cassetta, Racconti in Ristorante, Racconti in Concerto)?

 

 

Anche ciò che lei dice ha a che fare, di nuovo, anche con l’esperienza musicale. Quante cose grandissime nascono a partire della musica di strada, dall’improvvisazione. Il Concerto di Colonia di Keith Jarrett, un capolavoro, nacque da un ‘improvvisazione in mezzo a un pubblico caldo, quasi un happening: ogni sua ri-esecuzione torna lì. Ma fermiamoci alla poesia.

Qui siamo già all’interno di una modalità diversa dal semplice leggere, siamo nel leggere cosa. La poesia è una lettura tecnica, così come è una lettura tecnica leggere un romanzo, un saggio di fisica o di filosofia, o un qualsiasi altro testo di comunicazione scientifica. Questo fatto da solo rende la poesia una lettura di grado superiore alla semplice alfabetizzazione; fa leva sulla musicalità delle sillabe e delle parole e, quindi, forse può essere una via di approccio all’amore per il leggere, a patto che non si pretenda troppo dal lettore principiante, per esempio che sia necessariamente in grado di coglierne tutte le sfumature; se il lettore è il primo critico, non è però subito un critico. Non è molto importante, imparerà dopo. Del resto, quante volte, affascinati da una lettura fatta nell’adolescenza, rilettala vent’anni dopo si scopre che era una boiata, o che comunque non interessa allo stesso modo. E viceversa, naturalmente. Per questo, come è bello riascoltare la stessa musica, è bello rileggere lo stesso testo.

 

 

La poesia tradizionalmente intesa è letta da una ristretta élite di lettori. Realtà già citate come il M.E.P. e Ivan Tresoldi hanno dato nuova collocazione alla poesia, cercando di dare nuova linfa alle parole e ai messaggi veicolati. Ma la domanda è: per i giovani d’oggi cos’è la poesia? Parola allo stato puro o parola miscelata con altri supporti? De André, Guccini, Battiato, tanto per fare un esempio, vengono spesso considerati poeti (e io stesso considero poeti diverse personalità del cantautorato italiano); lei trova giusta questa declinazione?

 

 

Mi lasci aggiungere un ricordo generazionale: e chi può negare che Bob Dylan, Patti Smith, e prima di loro Boris Vian, siano stati grandi poeti del Novecento?

 

 

Del resto Bob Dylan ha vinto anche il Nobel per la Letteratura…

 

 

Purtroppo, ha vinto il Nobel, il che forse lo costringe dentro una gabbia (dorata). Lui stesso è stato esitante prima di accettarlo (Jean-Paul Sartre, nel 1964, lo rifiutò…), perché rischia di costruirne l’epitaffio prima del tempo; certamente però ne riconosce l’habitus di grande poeta.

Torniamo alla domanda, molto interessante perché la poesia consiste ovviamente in parole che raggiungono uno stato puro, e perché cerca di esprimere il massimo della musicalità dall’accostamento di parole.

Fermiamoci ai poeti italiani che lei ha menzionato, De Andrè, Guccini, cui magari aggiungerei anche Pasolini, forse non molto musicale ma pieno di ciò che intendo dire. I grandi poeti sono caratterizzati dal saper cogliere il valore di ciò che la società in cui vivono sta mettendo da parte, scartando. Così è per Dylan, per Smith, per Vian, per non parlare di Pasolini, coscienza critica di almeno venticinque anni di brutta Italia. Quindi sarebbe azzardato pensare che anche se hanno scritto parole-versi, nel caso dei primi due anche musica, sublimi, tutto ciò è astratto, è puro. No, è impuro. Estremamente impuro. La loro arte nasce dalla materia lurida della vita, della società con cui hanno interagito, in cui hanno vissuto, si consegna al futuro e lo spiega. Noi, oggi, capiamo meglio noi stessi e la società in cui siamo vissuti e stiamo vivendo attraverso le parole (e la musica) di personaggi come questi. Sarebbe azzardato pensare che seguono soltanto il suono (delle parole, nel loro caso). I grandi musicisti seguono prima di tutto la matematica delle note, di cui il suono è frutto. Beethoven ha scritto da sordo, il suono non lo sentiva.

 

 

Vorrei ancora insistere sui giovani e la poesia. Il tema di maturità d’Italiano del 2017, con traccia inerente al poeta Giorgio Caproni, ha fatto emergere reazioni che hanno palesato l’ignoranza dei giovani d’oggi riguardo la cultura e la letteratura italiana del secondo Novecento. Da cosa deriva, secondo lei, questa mancata conoscenza?

 

 

Beh, le cose si imparano bene a scuola. Se la scuola è buona si impara bene (ho detto, sia chiaro, la scuola buona, non la buona scuola…)

 

 

Io stesso mi ricordo che, quando ero al liceo, avevo una bravissima professoressa di italiano, eppure il secondo Novecento l’abbiamo affrontato di corsa negli ultimi giorni di quinta superiore giusto per prepararci all’esame di maturità, quindi non in modo approfondito.

 

 

Senta, c’è un discreto intervallo di anni fra me e lei. Ma in questo frattempo credo che la scuola non sia cambiata quanto sarebbe stato bene lo fosse. Io, nel mio percorso scolastico, elementari, scuola media… m’interrompo un momento. Al mio tempo l’obbligo scolastico si fermava a undici anni; alla scuola media si entrava con un esame di ammissione (duro) dopo il compimento delle elementari. La media era già una scuola di élite: fa orrore dirlo, ma era così: inferiore, di tre anni; poi la media superiore di cinque, divisa a sua volta in un biennio e un triennio. In questo arco scolastico si studiava seguendo gli aborriti “programmi”, ricominciandoli da capo a ogni cambiamento di ciclo. All’università, finalmente, si andava a studiare quello che persone che avevano studiato certe cose, ma non altre, ti insegnavano quelle, e non altre, ed era un altro respirare. Alle scuole elementari, alla media inferiore, alla media superiore, per tre volte sono ripartito dai Sumeri e dagli Accadi e dall’antico Egitto. Come si faceva ad arrivare all’età contemporanea ripartendo sempre da capo? Pensavo questo si facesse un po’ meno, ma a quanto lei mi dice…

(Quando mi sono dimesso dall’Università, nel 2010, me ne sono andato da un luogo che varie “riforme” erano riuscite in grande misura a licealizzare: regno di fotocopie, e non di trasmissione di esperienza e metodologia di ricerca. Non so come vadano le cose adesso, vedo che un collega più giovane di me di un quarto di secolo ha scritto nel 2016 un intelligentissimo atto d’accusa contro l’Università italiana: Federico Bertoni, Universitaly: la cultura in scatola, per cui non sono molto ottimista. Posso solo fare tanti auguri a lei, che deve ancora uscirne.)

Tornando a noi. Mi chiedo se non basterebbe riflettere che il percorso che la vita ti fa seguire, consiste nel guardarsi intorno e cercare di costruire su questo una prospettiva che dia ordine: “com’è che è nata questa piazza?” (siamo in Piazza del Risorgimento, a Roma, ndr.), e poi, di gradino in gradino, arrivi anche fino ad Adamo ed Eva, se ci riesci… Il processo, voglio dire, forse è inverso, è la ricostruzione da ora verso il passato che sola ti può dare il rispetto della storia. Si chiama destratificazione. Perché se parti dai Sumeri parti da un’astrazione. I Sumeri non li tocchi, ma l’Italia umbertina la tocchi guardando quella facciata e pensandola coeva all’età matura del mio bisnonno, che quando era ottantaduenne, 1950, m’insegnò a leggere i nomi dei mesi sul calendario di Frate Indovino.

 

 

Come vede l’evoluzione della lettura, e quindi anche della scrittura, nel nuovo millennio? Siamo nell’era di Internet, della digitalizzazione, dei dispositivi mobili che paventano la sostituzione del cartaceo.

 

 

Però vedo che lei mi sta facendo le domande da un manoscritto… (ride n.d.r.) e così mi regala una buona metafora. È ovvio, sono forme che convivono. Finché si scrive su un supporto, il che comincia con l’atto di nascita e finisce con il certificato di morte, esistono la scrittura e la lettura. Non lo so se al tempo dei romani lo si facesse sulle tavolette di cera, ma rimane un atto di nascita e un atto di morte, cioè una trasmissione di informazione, in questo caso utile all’organizzazione della vita civile, nel caso della letteratura utile alla produzione culturale, all’elevazione delle attività intellettuali e così via. Ma questo l’ha già detto Platone (la battaglia senza tregua fra parlato e scritto, nel Fedro…), non ce lo stiamo inventando noi. Finché vengono in mente delle idee si comunica, parliamo; per fissare le idee e riadoperarle scriviamo. Per trasmetterle a chi è lontano da noi gli facciamo leggere lo scritto; magari via e-mail, certo, ma sempre scrittura/lettura è…

Tutte le volte che parliamo dicendo la stessa cosa la diciamo in modo leggermente diverso (il massimo lo fa l’attore, che recita le battute fisse del copione, ma le interpreta…), tutte le volte che leggiamo cose che sono fissate, come dicevamo, ci scopriamo qualcosa di nuovo o ripensiamo a ciò che abbiamo scoperto. Le forme convivono e s’interconnettono, e con ciò generano nuove forme.

 

 

Io pensavo ai miei nipotini, nati tutti negli inoltrati anni Duemila, che crescono con il tablet in mano. Quindi penso impareranno a scrivere sui dispositivi elettronici. Mentre io ho imparato a scrivere su carta. E qui noto la differenza. Abbiamo vent’anni e più di differenza e già le cose sono radicalmente cambiate. Non la spaventa questo passaggio?

 

 

No, per niente. Se è un’evoluzione porterà cose buone, se non serve ad evolvere, Darwin insegna, si estinguerà.

 

 

Guardi, io la vedo esattamente come lei. Eppure esiste molta letteratura riguardo i pericoli della digitalizzazione della scrittura, che si concentra per lo più sulla perdita del ricordo, dal momento che i supporti digitali non sono affidabili come il supporto cartaceo, che a sua volta non era affidabile quanto la pergamena.

 

 

Capisco, ma questo significa solo che non appena il suo nipotino, o il mio nipotino o il nipotino di chiunque, perderà il suo primo tablet imparerà a surrogare, oppure imparerà il testo a memoria, o persino scriverà a mano. Voglio dire: cerchiamo di cogliere nelle cose nuove anche l’aspetto di sfida, di affinamento delle proprie capacità. Il rischio di qualunque innovazione è di ubriacarsi dell’innovazione stessa, abusandone. Succede con tutte le sostanze psicotrope: caffè, alcol, droghe… L’arte dell’uso con discrezione delle risorse che la natura mette a disposizione te la insegna la cultura, per adoperarle al meglio. Non c’è una ricetta, credo. Se un ragazzino impara a quattro anni a usare un tablet, ha manifestato delle intelligenze, poi si tratta di continuare da parte degli adulti (finché non diventa maggiorenne e ci penserà da sé) ad addestrarlo prima, poi a educarlo che è qualcosa di più. Addestrare significa insegnare che si fa così e basta, educare vuol dire abituare a prendersi le proprie responsabilità. È complesso: davanti ad una chiamata di responsabilità, rispondere sùbito “non è colpa mia” è più facile. Se ci sono più strumenti, anche il lavoro di educazione alla responsabilità viene agevolato.

 

 

È anche indubbio che il nuovo strumento, e quindi la digitalizzazione, influisca sulla lettura e sulla scrittura. Ragionando con Mauro Caproni, il professore ha parlato di una nuova tipologia di lettura, che possiamo definire partecipata. Per spiegare meglio: al tempo di Internet ormai ci sono più lettori concentrati nello stesso momento su un medesimo testo. Si va un po’ a perdere quel rapporto solitario tra lettore e scrittore. Qual è il suo giudizio? Si tratta di una realtà con cui fare i conti o una degenerazione da combattere?

 

 

Senza dubbio, però teniamo presente che mentre c’è una maggiore quantità di persone che si applicano alla stessa cosa, c’è una quantità almeno pari di persone che si applicano, attraverso le modalità di Rete, a produrre e a far circolare nuovi prodotti testuali che dovranno alimentare il circuito, velocizzato da questa cosa. Quindi il dato non è soltanto negativo. Della Internet piuttosto spaventa l’immagine di chi si isola in un percorso soltanto personale e non comunicante, il che può portare a situazioni psicologiche devianti o addirittura ad azioni criminali nell’uso della Rete (accade). Ciò porta a ragionare su un altro fatto, che nella vita e nella storia umana tutto ciò che è stato in qualche modo partecipato è stato così sottoposto a un controllo e a un confronto reciproco, che è sempre un fattore di crescita, o quanto meno di riflessione. Le riflessioni in solitario, non so, ci sono certamente momenti in cui è utile la solitudine, però la vita è confronto: vivere con gli altri porta ad accettarne le lezioni molto più spesso di quanto capiti di dare o fare delle lezioni. Si impara. Facendo text-mining sulla mole di testi prodotti attraverso i così detti social media e correlandoli all’indirizzo digitale di chi li produce, probabilmente si troverebbero tanti dati interessanti…, ed anche utili per una vita più sicura.

Comunque, a proposito dell’inizio della sua domanda, io ho vissuto un’esperienza del genere nell’insegnamento, quando c’è stato il grande passaggio di massa, intorno al 1984-1987, dai grandi calcolatori a quelli che oggi si chiamano PC = Personal Computer. Qualche anno dopo, nei primi Novanta, i sussidi elettronici sono entrati nell’insegnamento, con la proiezione a schermo dei dati e dei passaggi di ricerca simultaneamente alla ricerca stessa: ricerche via Internet in aula. Quindi verso la fine dei Novanta e l’inizio dei Duemila, è cominciato a essere significativo fra gli studenti il comportamento di cercare di fregarti con un sagace uso del copia-incolla. Lei non ha idea di come era divertente fare le ricerche sul primo abbozzo di tesi e scoprirlo copiato mediante il tale o tal altro motore di ricerca, quando intere sequenze di locuzioni e frasi venivano direttamente da un’altra fonte, facilmente identificata spiando la presenza di errori comuni e/o di grafemi caratterizzanti, e le devianze o lo scarto dalla norma linguistica. Mai era stato possibile spiegare così bene la filologia dei testi e la loro stemmatica. Era un primo approccio: in quella fase il primo abbozzo della tesi di laurea che lo studente portava, lo appallottolavo e buttavo nel cestino, sotto gli occhi dell’autore esterrefatto. Quasi sempre era l’inizio di un buon rapporto, amichevole, e sempre la miglior lezione che potesse capitare sulla differenza che c’è tra materiali grezzi e necessità di uno stile nell’usarli.

È ovvio che fare una tesi di laurea, lei lo sa meglio di me, significa prendere da qua, da là, da sopra, da sotto, metterci dentro qualche idea o ragionamento in più e confezionare il tutto come si deve. La ricetta sta in quel come si deve. Consiste di quanto che lei ci mette personalmente, non lo può copiare da nessuna parte, anche volendo: perché non sarebbe suo…

 

La terza parte dell’intervista è online QUI.

 

Piero Innocenti

 

Filippo Puddu

 

Roma, 3 ottobre 2017

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