Lèzere intervista Piero Innocenti – Parte Terza

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Continuando il nostro discorso, è indubbio comunque che la discussione culturale si stia spostando via via nel mondo dei Social Network. La stragrande maggioranza delle persone non utilizza più i canali tradizionali per l’informazione come giornali, telegiornali, riviste specializzate. Piuttosto, nei loro rari momenti di lettura, vengono rimandati da Facebook ad articoli di dubbia provenienza e non solo: talvolta non è l’articolo in sé oggetto di discussione, quanto la discussione, o meglio l’indiscriminato botta e risposta, che si sviluppa nei commenti in calce all’articolo. È una sorta di eccessiva democrazia dove ogni singolo si sente in diritto di dire la sua, senza alcun filtro e spesso senza un necessario grado culturale a sostegno delle tesi propinate. Siamo condannati a questa deriva o crede che in un futuro prossimo si riuscirà a trovare una sintesi benefica tanto per la nostra cultura che per la nostra società?

 

 

Bella domanda… Ovviamente non so rispondere, non so cosa potrà accadere.

È una domanda che in questi termini poteva essere posta anche a uno studente di liceo dell’Italia degli anni Trenta che si fosse basato soltanto sulla lettura delle pagine dei giornali, all’epoca orientate secondo linee di regime, le così dette “veline” (all’epoca non ragazze in veste succinta, ma copie-carbone in carta, appunto, velina diramate dalle autorità). La necessità di una certa coscienza critica c’era anche in situazioni del genere. La cultura, la preparazione culturale, la capacità di individuare nelle fonti le cose non vere o false, chi lo sa quali vere e quali false… però attendibile e non attendibile è già una formula sulla quale è più facile addestrarsi, e anche auto-addestrarsi. In effetti la prima lezione che ho fatto da professore di Università (all’epoca si chiamava prolusione, ed era abbastanza solenne, la si faceva in toga e in Aula Magna, alla presenza del Rettore e di buona parte del corpo accademico) s’intitolava Il paradigma della spia e verteva esattamente su questo aspetto. Ne ho ancora un buon ricordo.

Di per sé, che tutti abbiano il diritto di parlare non è certo un vizio o un difetto. Che ciò ci condanni ad ascoltare di tanto in tanto anche cose sciocche, è ovvio. La risposta non può consistere in una limitazione delle libertà, piuttosto in una “sorveglianza” più attenta, intesa in senso molto specifico. Cioè: deve essere meno possibile di quanto sia possibile oggi utilizzare lo strumento in modo deviato, fino all’uso criminale, ovviamente da contrastare. In questo momento la comunicazione via Internet è assimilata alla comunicazione postale; le leggi, non applicate, italiane (non dico degli Stati Uniti…), sui reati postali, sono severissime. Quindi le leggi ci sono, rispettiamole e facciamole rispettare (è una banalità: l’hanno già detto, meglio, in tanti, da Eraclito a Manzoni). Ovviamente questo è un capitolo a parte. A noi interessa invece che l’utilizzo di queste tecniche e tecnologie per lo scambio di informazione non può che essere benefico perché l’informazione più è veloce più è democratica, più si espande meno è soggetta a essere falsificata, e in ogni caso è più facile ricostruire i passaggi della falsificazione. Può essere adulterata dal cretino che vuol regalarci il suo commento (ma in realtà ascolta sé stesso), non c’è dubbio, ma la risposta è: impariamo a riconoscere il cretino, non: limitiamo il suo diritto a parlare. Se un cretino parla tra persone che lo sanno giudicare, rimane inascoltato, e forse prima o poi si stufa di parlare; oppure lo ascolteranno altri cretini: siamo tanti al mondo, c’è posto per tutti. E se la sua stupidità lo porta a delinquere, entra, come si è detto, in un’altra fattispecie di trattamento.

 

 

Certamente, ma io penso anche ad altro. Ho parlato dello scambio culturale che si sposta sui Social Network. Gli ho dato una definizione alta: dovrebbe e potrebbe essere uno scambio culturale, a volte lo è, però, per fare un esempio: se è presente un articolo di una testata giornalistica che appare su Facebook con titolo e link di rimando al testo in un sito esterno, molti leggono semplicemente il titolo e si fiondano nei commenti con un testo di poche parole, dando vita a un battibecco corredato da insulti. La maggior parte delle discussioni che si trovano sui Social hanno questo aspetto.

 

 

Guardi, prima ho parlato del mio bisnonno come fonte sapienziale. Il mio nonno invece, che è morto nel 1956, era solito dire: “Quello, dei giornali, legge solo il titolo. È un cretino.” Insomma, a questo livello è sempre stato così. Nella discussione, se uno si lancia sul titolo, siamo fra pari e al livello minimo. Siamo perfettamente d’accordo. Ma insegniamogli come si fa una discussione, a scuola e anche all’università, nelle attività di utile pubblico: leggete il testo fino in fondo e rileggetelo se non avete capito, se necessario mandatelo a memoria.

A scuola non siamo fra pari, perché il rapporto è diverso; fa parte dell’addestramento al discutere. Platone polemizzava con i Sofisti, che praticavano i dissòi lógoi (o discorsi doppi) in cui, per esercizio, due scolari dovevano esercitarsi a sostenere uno la tesi e l’altro l’antitesi, argomentando retoricamente: nel polemizzare, si rendeva conto perfettamente, penso, di essere lui stesso un grande sofista. Nelle scuole anglosassoni, uno degli insegnamenti della padronanza dell’inglese consiste in un esercizio che è qualcosa del genere: discussione in pubblico di un argomento dato, fra due interlocutori, come se uno dei due fosse uno quello che noi chiamiamo il pubblico ministero e l’altro l’avvocato difensore.

La discussione ha una sua tecnica; se partiamo dal presupposto che se io dico bianco tu dici nero, finisce lì. Se l’obiettivo (il punto d’arrivo) deve essere condiviso, dobbiamo ambedue cercare di relativizzare il punto di vista per trovare la sintesi, e non è detto che sia possibile trovarla. Ma avere percorso quella strada è di per sé un processo culturale e psico-retorico, all’interno del quale ognuno si prende la responsabilità e il diritto di tradurre in atto la propria opinione.

 

 

Ho avuto occasione di parlare di questo argomento anche con Wu Ming 2. I Wu Ming gestiscono il blog di nome Giap, nel quale prestano grande attenzione ai commenti e alle discussioni che si scatenano in calce agli articoli lì pubblicati. Tanto che molte conversazioni hanno fatto da base per nuove pubblicazioni. WM2 ha fatto l’esempio del bar: se l’avventore ubriaco che spacca le bottiglie e disturba in continuazione il prossimo non viene cacciato, il cliente tranquillo sarà portato a non frequentare più quel bar, che finirà per farsi una cattiva nomea. Da qui la necessità di scacciare e impedire l’ingresso all’ubriacone che manda tutto in caciara.

Quindi dico: non potrebbe essere utile un approccio del genere da parte di chi gestisce i vari luoghi dell’Internet?

 

 

Probabilmente sì.

 

 

Nel senso, c’è bisogno di una educazione alla discussione, ma anche di un controllo successivo?

 

 

Capisco, la parola controllo evoca la censura. Eppure non è questione di censura. Continuo nell’esempio tratto dalla professione. È chiaro che in classe, sia a scuola sia all’università, si ha diritto di parola durante la lezione, perché è il luogo entro al quale si scambiano opinioni, ma è ovvio che si chiede la parola alzando la mano, è ovvio che si parla nell’ordine in cui le mani si sono alzate, è ovvio che per nessun motivo si interrompe mai chi sta parlando, ma ci si limita appunto ad alzare la mano per chiedere la parola a propria volta ed eventualmente contraddire. Ed è non meno ovvio che l’insegnante, non perché controlla, ma perché sta facendo il suo mestiere, fa il moderatore, il presidente della discussione, cioè controlla in quale ordine si sono alzate le mani, dà la parola in quell’ordine e naturalmente toglie la parola se uno la sta buttando in caciara o, peggio ancora, insulta.

Seguendo l’informazione europea in altre televisioni, si rimane esterrefatti per la diversità di comportamento rispetto alla televisione italiana, anche quella di servizio pubblico, durante le discussioni: non esiste che qualcuno interrompa chi sta parlando; se qualcuno ci prova, il regista semplicemente isola il microfono. Tutt’altra cosa, come sappiamo, da noi. Messa in questi termini accetto senza timori la definizione di controllo, è chiaro che chi insulta è lecito tacitarlo. Ne vedo solo gli aspetti positivi. Se tutto è fatto in forma controllata, o come è più tenue dire, in forma educata come dovrebbe essere, nella peggiore delle ipotesi abbiamo assistito a una discussione stupida ma ordinata. Pazienza, abbiamo perso un po’ di tempo. Non stiamo facendo passi indietro, semplicemente non abbiamo fatto nessun passo avanti. Ci può stare: qualcosa resta sempre.

 

 

Vorrei chiudere questa intervista spostandomi su una strada da lei frequentemente battuta. Oggi, negli inoltrati anni Duemila era dell’Internet, la bibliografia ha ancora senso o si è inevitabilmente fermata nel Novecento?

 

 

Una premessa: se prima ho detto male del nostro servizio pubblico radiotelevisivo, ora vorrei dire bene di sue parti che funzionano. Abbiamo, e dovremmo esserne orgogliosi, rispettivamente in Rai3 e Rai5Classica per la radio e Rai5 per la televisione, il miglior servizio di informazione ed educazione musicale di tutta Europa. Splendido da ogni punto di vista: fedeltà ai grandi appuntamenti, capacità di acquisizione tempestiva dei diritti di riproduzione, trasmissioni didattiche (come Lezioni di musica, ispirate e siglate da una idea di Benjamin Britten), molto efficace. Ciò premesso, le rispondo. L’altro giorno, alla fine dell’ascolto di una di queste trasmissioni, sento il consueto annuncio: “si può riascoltare in streaming, e sulla pagina del sito si trova l’elenco degli articoli sulla base dei quali è stata fatta la scelta dei brani”. Questo è un esempio, Ottobre 2017, della più antica forma di bibliografia: l’elenco di referenze in calce al testo; ovvero le fonti, per dire che un lavoro si è basato su questi e non altri riferimenti. È l’essenza stessa della bibliografia, col che torniamo all’inizio: la lettura è un mezzo e non un fine. Pensare che la bibliografia sia lo scandaglio di chi sa quale profondità possibile, è semplicemente folle: è una tecnica, che può anche limitarsi ad essere la semplice nota dei supporti scritti serviti per arrivare all’elaborazione di un determinato, ulteriore testo. Ampliandola in sede istituzionale, descrive formalmente i supporti scritti e ne analizza il contenuto. L’una e l’altra attività sono espresse in linguaggio standardizzato e algoritmico, comprensibile in qualunque lingua e in qualunque parte del mondo. Se usa i segni dell’alfabeto latino è leggibile in tutti i paesi che lo usano; se usa l’alfabeto cirillico è leggibile in tutti i paesi in cui lo si usa, e così via. Nella procedura giuridica si chiamano prove testimoniali, nella rierca storica si chiamano allegazioni documentarie. Nell’àmbito della produzione di supporti a stampa, è stata elaborata in questa forma circa cinquecento anni fa, in conseguenza dell’invenzione della stampa, ed era innovativa per l’epoca. È stato uno sforzo di standardizzazione su memoria esterna, in sostituzione alla mnemotecnica soggettiva, in modo da rendere il più universale possibile la circolazione dell’informazione.

Ridotta a questo minimo termine di struttura, non morirà mai: non puoi fare un’affermazione senza dichiarare le tue fonti, perché perdi credibilità e non sarai ascoltato: questa formula è alla base dell’ascoltarsi. Il supporto su cui si fissa il processo non ha molta importanza. Mi permetta un ricordo: il 2 Maggio 2017 se ne è andato per sempre, ad Hannover, novantenne, il più grande teorico novecentesco di questa posizione bibliografica, Wilhelm Totok, non a caso studioso di Leibniz, matematico e filosofo.

Da questo punto di vista, ha perfettamente ragione Caproni quando dice: stiamo parlando, a proposito del nuovo digitale, di strumenti già cambiati radicalmente nel periodo di tempo abbracciato dagli ultimi venti anni della nostra memoria; non possiamo immaginare che forma avranno fra cinquanta. È futile pensare di poterli fissare in uno screenshot, in un’istantanea: è materia mutevole. La loro caratterizzazione no: correttezza, autenticità, diffusione estesa e capillare dell’informazione mediante un testo, senza adulterarlo: sono esigenze di base e sono ancora quelle di Lorenzo Valla quando parlò della donazione di Costantino come di un falso storico, sgretolando così la base giuridica del potere dell’allora Stato della Chiesa.

 

 

Così, completando il cerchio, siamo tornati all’inizio della conversazione (del resto, le mele non cadono mai lontano dall’albero), segno che effettivamente è giunto il momento di concluderla. La ringrazio dunque della opportunità di questo scambio di idee, che per me, spero anche per lei, è stato utile, oltre che piacevole.

 

Piero Innocenti

 

Filippo Puddu

 

Roma, 3 ottobre 2017

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