Lèzere intervista Giovanni Solimine – Parte Prima

Nel suo sito Internet, Giovanni Solimine si presenta come uomo impegnato nella ricerca e didattica universitaria e nelle battaglie civili per promuovere la partecipazione culturale. Scorrendo le informazioni sulla sua carriera si nota come da sempre sia stato attivo nel mondo del libro, ricoprendo cariche e impegni diversi, tant’è vero che da circa un anno è il presidente della fondazione Maria e Goffredo Bellonci, quella che organizza il Premio Strega.

Io l’ho conosciuto leggendo il suo libro L’Italia che legge, mentre scrivevo una tesi sulla promozione della lettura. Un testo per me tanto fondamentale che è stato naturale contattarlo per un’intervista. La chiacchierata è avvenuta via email, per questo non smetterò mai di ringraziare i progressi della tecnologia, che se ben sfruttati, fanno miracoli di cui, ormai, non ci rendiamo conto.

Buona lettura!

 

Lei è un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla lettura. Quando e come è sbocciato il suo amore per il testo scritto?

 

Il mio impegno – mi riferisco agli aspetti professionali e civili, non tanto ai gusti personali, che credo non abbiano nessun interesse per gli altri – nasce direttamente dal mio lavoro di docente di biblioteconomia, che pratico dal 1992, e prima ancora dal mio lavoro di bibliotecario, iniziato nel 1978. Opero in questo settore ormai da quarant’anni e per tanto tempo ho cercato di capire il perché del ruolo marginale delle biblioteche nella società italiana: è una marginalità che riguarda sia la funzione di studio e ricerca (le nostre biblioteche universitarie e specializzate sono poco usate, spesso relegate a una funzione di mero contenitore e sala di lettura) sia le biblioteche pubbliche di base, in cui prevale spesso la funzione, pur importante, aggregativa e di presidio sul territorio, piuttosto che la funzione di servizio di accesso ai libri. Per questi motivi ho cominciato a studiare le dinamiche della lettura, intesa sia come studio funzionale all’apprendimento, sia come forma di intrattenimento e uso del tempo libero.

 

È ormai storico il suo impegno per la promozione della lettura. Quali pensa siano i benefici che si ricavano dalla lettura per la singola persona e per la società intera?

 

Sono convinto che la lettura sia un modo per acquisire competenze linguistiche ed espressive, per sviluppare capacità di riflessione e di attenzione rispetto ai contenuti di ciò che si legge: vale sia per un testo argomentativo e saggistico, sia per un testo di fiction, che ci consente di cogliere le sfumature nella descrizione di ambienti, storie, personaggi.

La “lettura profonda”, come è stata definita da Maryanne Wolf, richiede concentrazione ed è un’attività faticosa, tutt’altro che naturale e che, oggi più che mai, richiede determinazione. Nel momento in cui tutto avviene all’insegna della velocità e della facilità, leggere un libro richiede lo stesso tempo che era necessario due o tre secoli fa. Per questo la lettura può apparire incompatibile con gli stili di vita contemporanei. Ed è proprio per questo motivo che sono convinto che ai benefici individuali potrebbero aggiungersi i benefici collettivi che deriverebbero da una maggiore consapevolezza, da una migliore capacità di guardarsi intorno e leggere la realtà.

 

Nel 2010 ha pubblicato il libro L’Italia che legge, sebbene, mi permetto di dire, sarebbe meglio affermare “L’Italia che non legge”, non a caso nel 2014 lei ha pubblicato Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia. Quali sono, secondo lei, i motivi principali dello scarso consumo culturale in Italia e, in particolare, della scarsa tendenza alla lettura?

 

Con l’editore Laterza discutemmo a lungo sul titolo da dare al libro sulla lettura e la mia proposta era proprio L’Italia che non legge. Poi concordammo per l’altro titolo, riferito in generale al fenomeno della lettura in Italia, che comprende anche il tentativo di analizzare le motivazioni della non lettura. Così come quel libro voleva rappresentare un ampliamento di orizzonte rispetto alle mie pubblicazioni precedenti incentrate sul servizio bibliotecario, allo stesso modo Senza sapere è la ideale continuazione del volumetto sulla lettura, perché propone una riflessione sulle conseguenze della scarsa dimestichezza degli italiani con i servizi di accesso alla conoscenza e con le diverse forme di partecipazione culturale.

A volte si pensa che ci sia una contraddizione tra le gloriose e antiche tradizioni culturali del nostro Paese e la sostanziale estraneità degli italiani alla vita culturale. A mio avviso, invece, non bisogna stupirsi. Alle eccellenze nella nostra produzione culturale non ha mai corrisposto, infatti, un’ampia diffusione dei consumi culturali: si pensi, tanto per fare un esempio, all’enorme ritardo con cui abbiamo sconfitto l’analfabetismo rispetto al resto d’Europa o ai livelli di istruzione molto più bassi in confronto a quelli di Paesi paragonabili al nostro. Come ho avuto occasione di dire altre volte, temo che in Italia manchi il “ceto medio” della cultura: da una parte abbiamo grandi artisti e letterati e, sul versante opposto, ampie quote della popolazione del tutto impermeabili alla fruizione culturale. In mezzo fra questi due estremi c’è poco. Posso comprendere i motivi per cui questo accadeva un secolo e mezzo fa, quando tre quarti degli italiani era analfabeta, ma è meno facile da capire il motivo per cui alla indubbia crescita economica del secondo Novecento non ha corrisposto un’affermazione dei valori legati alla cultura: credo dipenda dal modello di sviluppo che abbiamo scelto, non fondato sulla conoscenza, ma sulla piccola e media industria, su un settore terziario non votato all’innovazione, sul piccolo cabotaggio, sulla furbizia, sul clientelismo.

 

Ha più volte puntato il dito, nei suoi scritti, contro la mancanza o l’inadeguatezza di politiche culturali e di investimenti pubblici in Italia. Ricordo un’affermazione di Sergio Dogliani che spronava a far meglio con le poche risorse in mano (nel caso specifico) alle biblioteche, in modo da evidenziare al mondo politico la loro essenzialità1. Lei pensa che ora si possa far a meno della politica per raggiungere risultati concreti in termini di diffusione della lettura?

 

L’attuale stato delle cose è una diretta conseguenza di quello che ho appena detto sul nostro modello di sviluppo, che non prevede una crescita e un ascensore sociale legato alla conoscenza. E la lettura rappresenta la prima e più “basica” forma di accesso alla conoscenza.

Anche nell’ultimo decennio, caratterizzato da una crisi profonda da cui si poteva cercare di uscire puntando sul capitale umano e intellettuale, l’unica “risorsa naturale” di cui disponiamo, la politica ha deciso di disinvestire in cultura, istruzione, ricerca. Non esiste un’alternativa all’investimento pubblico in questi settori strategici, non esiste un’alternativa a un disegno di sviluppo che vada in questa direzione. Eppure continuiamo a farci del male: si pensi che nel corso dell’ultima legislatura, che è durata cinque anni e ha goduto di una certa stabilità, non si è riusciti ad approvare, ma neppure a far discutere in un solo ramo del Parlamento, una proposta di legge presentata ad agosto 2013, che conteneva una organica proposta di promozione della lettura. Per questo motivo, non riesco ad essere ottimista neppure per la XVIII legislatura.

 

Da anni lei è impegnato nel campo della promozione della lettura. Cosa significa, per lei, promuovere la lettura? Quali attività possono essere annoverate nella promozione?

 

La lettura va promossa essenzialmente in quei territori, in quegli ambienti dove ci sono forti carenze infrastrutturali, dove il tessuto delle librerie e delle biblioteche è più debole. Ovviamente è importante l’attività di promozione nelle scuole, senza ridurla a un’attività ancillare e para-scolastica: quando dico “nelle” scuole. mi riferisco al fatto che gli insegnanti non possono continuare a dire che la lettura è importante e poi confinarla nel tempo libero degli studenti, chiedendo loro di leggere durante le vacanze o di pomeriggio; se la lettura è importante, bisogna considerarla una pratica educativa e bisogna trovare spazio e tempo per i libri all’interno dell’orario scolastico. Ma è ancora più importante che il primo contatto con i libri avvenga prima che i bambini comincino ad andare a scuola, anche per evitare che la lettura venga inconsciamente considerata come un’attività legata solo all’esperienza di studio, e quindi da abbandonare quando si esce dal circuito formale dell’istruzione: per questo motivo credo molto nei progetti rivolti alla prima infanzia, come “Nati per leggere”.

Ma la promozione della lettura può riguardare tutte le fasce d’età. Pensiamo, per esempio, agli anziani, che ormai hanno un livello di istruzione medio-alto, molto tempo libero e per i quali il libro può costituire un modo per riempire la solitudine.

 

Mi sa fare esempi concreti di successi nell’abito della promozione della lettura? Attività che hanno avuto un reale impatto nella popolazione di riferimento?

 

Mi vengono in mente due tipi di esempi, in entrambi i casi risultato di attività svolte con costanza e in modo continuativo. Uno è riferito agli eventi culturali e un altro ai servizi permanenti.

Tra le ferie e i festival di cui è straricco il nostro Paese ce ne sono alcuni che a mio avviso hanno prodotto effetti duraturi, che vanno ben oltre l’evento. Mi riferisco al Festivaletteratura di Mantova, a Pordenonelegge e al Salone di Torino: nel primo caso possiamo ricordare i settanta e più gruppi di lettura operativi nel territorio della provincia di Mantova, che aggregano centinaia di persone, che si riuniscono – spesso all’interno di biblioteche – e che lavorano per tutto l’anno; nel secondo e nel terzo caso penso alle tante librerie presenti in città (circa un centinaio nel capoluogo piemontese), molte di più di quante ne troviamo in altre località di dimensioni simili. A Mantova, a Torino e a Pordenone il libro è presente nella vita quotidiana, è forse diventato addirittura una delle componenti identitarie di quelle comunità.

Un altro esempio su cui bisognerebbe riflettere è la Sardegna. Analizzando attentamente i dati Istat sulla lettura per aree geografiche, emerge una evidente “anomalia” in quell’isola. In Sardegna si registrano dati non paragonabili al resto del territorio insulare e meridionale, addirittura superiori alla media nazionale: il 56,6% della popolazione sarda legge quotidiani e il 45,7% legge libri. Per fare un confronto con l’altra grande isola, vediamo che in Sicilia le percentuali sono rispettivamente del 30,6 e del 25,8. Non possiamo spiegarci questo fenomeno se teniamo conto solo di parametri socio-economici e neppure se facciamo ricorso a indicatori più facilmente correlabili alla lettura: in Sardegna il livello di istruzione è addirittura inferiore, anche se di poco, a quello siciliano; lo stesso si può dire per la dispersione scolastica e per numero di laureati, mentre in entrambe le regioni più di un quarto dei quindicenni non raggiunge competenze di lettura sufficienti. Due soli elementi possono aiutarci a comprendere l’enorme differenza nella quota dei lettori fra le due isole. Da decenni la Regione Sardegna destina risorse significative ai servizi bibliotecari: il livello delle biblioteche pubbliche sarde è in molti casi di ottima qualità, mentre gran parte delle biblioteche siciliane sono in uno stato di desolante abbandono; del resto, i dati quantitativi sono molto eloquenti e ci dicono che in Sardegna è operante una biblioteca ogni 5.109 abitanti, mentre in Sicilia il rapporto è di uno a 18.499. La “prossimità” dell’offerta di servizi bibliotecari è essenziale, specie in aree caratterizzate dalla presenza di molti piccoli comuni e da un precario sistema di trasporti. L’altra causa degli alti indici di lettura in Sardegna può essere individuata nell’abitudine a collaborare che da tempo si è affermata tra librari, bibliotecari, insegnanti e altri operatori della filiera del libro.

 

Per leggere l’ultima parte dell’intervista cliccate QUI!

 

 

1A me viene da dire che i soldi sono importanti, ma non sono tutto. Dico questo non per rassegnazione, ma perché credo fermamente che stia a noi portare avanti con convinzione un discorso di maggiori investimenti nella lettura, perché finché si raggiungono livelli di utenza così bassi, qualsiasi governo sa di poter imporre tagli sapendo che non ci saranno grandi rivolte tra cittadini. Se ci fosse invece un’utenza del 50% della popolazione, come in alcuni paesi, non sarebbe così facile chiudere le biblioteche. Allora, come si può alzare l’utenza nonostante i fondi limitati? Sicuramente non facendo come in alcune città, dove si è deciso, tragicamente a mio parere, di risparmiare smettendo di acquistare libri nuovi – l’ossigeno vitale senza il quale le biblioteche non sarebbero altro che mausolei. Piuttosto cominciamo con il rivedere come si spendono i pochi soldi a disposizione. Allora, analizziamo criticamente i bilanci dove c’è una sproporzione eccessiva di spesa tra personale a contatto con il pubblico (di base, di solito efficiente) e quello negli uffici (manageriale, meno efficiente); siamo più elastici con gli orari, pensiamo alle esigenze dell’utente e non del personale – usiamo il monte ore a disposizione (anche se modesto) con più creatività, non aprendo, per esempio, solo dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 19. Denunciamo direttori che spendono 15 euro per la catalogazione di un tascabile che ne costa 5 – e questo non alla Biblioteca Nazionale, ma in minuscole biblioteche di provincia, con quattro scaffali e pochissimi libri.

Si veda: Sergio Dogliani, Idea Store in Italia? Incominciamo a rivedere criticamente come si usano le risorse delle biblioteche

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