Lèzere intervista Giovanni Solimine – Parte Seconda

Se vi siete persi la prima parte dell’intervista, cliccate QUI!

 

Il tasso dei lettori in Italia continua a calare, legge appena circa il 40% degli italiani secondo quegli ultimi dati ISTAT che considerano lettore anche chi afferma di aver letto appena un libro negli ultimi dodici mesi. Questo nonostante gli sforzi dei vari soggetti attivi nel mondo del libro per promuovere la lettura. Non è che si sta sbagliando qualcosa? Dovremmo forse ripensare ai modi e ai mezzi?

 

I dati dell’ultimo anno si prestano a una doppia interpretazione. C’è un dato economico positivo: il mercato librario sta ricominciando a crescere, dopo anni di arretramento. Cresce come numero di libri venduti e come fatturato, quest’ultimo determinato anche da un aumento del prezzo di copertina (poco più di un euro). Non bisogna sottovalutare questo dato, che consente a editori e librai di tirare il fiato dopo anni di difficoltà acute. La loro sopravvivenza, il ritorno in molti casi a un segno positivo nei loro conti, sono aspetti fondamentali, perché senza editori e senza librai, e senza gli autori ovviamente, non ci sarebbero i libri e quindi tutte le nostre analisi e le nostre discussioni non avrebbero senso.

Ma c’è anche un dato di segno contrario: i lettori continuano a diminuire e siamo tornati indietro di 15 anni, al livello del 2001. Questo dato mi preoccupa, perché a quel 60% di italiani che non prende mai un libro in mano farebbe un gran bene leggere un libro e al Paese intero farebbe bene che tutti leggessimo un po’ di più.

Dopo esserci illusi che la lettura fosse un fenomeno anticiclico, impermeabile alle congiunture economiche negative, ed aver dovuto invece prendere atto che questa volta la crisi dei consumi aveva trascinato verso il basso anche i dati dell’acquisto dei libri, potremmo ammettere che la leggera ripresa delle vendite registrata nell’ultimo anno è dovuta non a una riscoperta della lettura ma al fatto che i lettori forti, appartenenti a quel ceto medio penalizzato dalla crisi economica, ora stanno un po’ meglio e hanno comprato qualche libro in più. Se diminuiscono i lettori ma aumentano i libri venduti non c’è, a mio avviso, altra spiegazione.

Ma c’è un’altra considerazione da fare. L’obiettivo di una politica culturale dovrebbe essere quello di allargare le basi sociali della lettura e ciò corrisponderebbe anche a ampliare e rafforzare un mercato in cui editori e librai potrebbero prosperare.

 

Che ne pensa di iniziative quali quelle portate avanti dai poeti di strada, Ivan Tresoldi e il M.E.P. giusto per fare qualche esempio. O ancora delle iniziative portate avanti da noi di Lèzere?

 

Tutte le occasioni per far uscire i libri dalle biblioteche o dalle librerie, per mettere i cittadini in condizioni di incontrare i libri e la parola scritta vanno bene. Tutte le occasioni per mettere in relazione autori e lettori sono importanti. Ci possono essere iniziative che in una località funzionano benissimo e in un’altra funzionano meno, e ciò può dipendere da tante circostanze.

Se l’obiettivo è quello di incuriosire e stimolare le persone, di raggiungere chi spontaneamente non metterebbe mai piede in una libreria, se promuovere il libro e la lettura ha lo scopo di indurre le persone a porsi domande e a leggere dentro il proprio io, va bene tutto.

 

Pensa che Internet e i Social Network abbiano influito in maniera negativa sulla lettura?

Sebbene usare Internet come giustificazione non regge in confronto alla realtà dei nostri vicini europei.

 

Internet non è il demonio, ma dobbiamo renderci conto che ha modificato radicalmente i comportamenti delle persone. La vera causa di queste trasformazioni, a mio parere, non è Internet di per sé, ma la connessione in mobilità, che nell’ultimo decennio ha riempito tutti gli spazi vuoti del nostro tempo e rubato l’attenzione che fino a poco fa dedicavamo ad attività che richiedono concentrazione e tempi lunghi, come la lettura di libri. È superfluo sottolineare che questo cambiamento incide in misura maggiore nelle abitudini di vita delle generazioni più giovani, dove si assiste a una vera e propria mutazione digitale della specie. Se, però, vediamo le statistiche sulla diffusione dei libri elettronici, abbastanza modesta e non tale da compensare il calo della lettura dei libri cartacei, ne potremmo ricavare la convinzione che un’intera generazione di lettori non stia passando dall’analogico al digitale, ma si stia semplicemente perdendo. Stanno diffondendosi nuovi stili conoscitivi, che non passano più attraverso la parola scritta. I giovani preferiscono l’apprendimento per immagini, che paiono destinate a diventare la fonte primaria non solo per l’intrattenimento ma anche per lo studio. Ho il timore che il libro, che per secoli è stato il principale strumento della comunicazione culturale, possa perdere o quanto meno vedere appannata questa sua funzione.

Ma, se si trattasse solo di questo, potrebbe essere naturale una trasformazione epocale di questo tipo. Dopo tanti secoli ci può stare. Mi preoccupa il rischio di una perdita della complessità: parlavo prima della ricchezza della “forma libro”, che ha bisogno dei suoi tempi e dei suoi spazi per poter esprimere questa complessità, argomentando i temi che affronta, presentando tutte le sfumature di un testo narrativo. Se a tutto questo si sostituiranno i frammenti di sapere che possiamo trovare in rete, andremo incontro a un impoverimento. Non è ineluttabile che ciò avvenga, ma la rapidità e la facilità con cui la rete risponde a ogni nostro elementare quesito potrebbe farci credere che la conoscenza sia fatta di frammenti, che non ci sia bisogno di altro. Invece per impossessarsi della conoscenza bisogna sviluppare le competenze per mettere insieme questi frammenti, per stabilire relazioni, per “cuocere” gli ingredienti che la rete ci offre.

 

Non pensa che Internet, Social Network compresi, possano essere un mezzo per diffondere ed educare alla lettura?

 

Appunto, l’impoverimento non è inevitabile. Dobbiamo possedere le capacità necessarie per sfruttare in modo ottimale ciò che la rete ci mette a disposizione, compresi tanti testi da leggere. Non è corretto dire che oggi si legge meno, ma dovremmo andare a indagare le nuove forme di lettura, che pure esistono e che conosciamo molto superficialmente: per fare solo un esempio, cosa sappiamo della lettura dei blog, un nuovo veicolo di comunicazione che va a collocarsi a metà fra la rivista, il giornale e il libro?

Ma c’è anche un’altra cosa che i social network possono fare in favore della lettura. Penso alle comunità che si possono creare in rete. I social network sono un canale attraverso il quale si può manifestare il bisogno di socialità. Spesso, ed erroneamente, si sostiene che la lettura sia un’attività individuale, solitaria, che quindi si addice in particolare a chi ha difficoltà a interagire col prossimo. Ma la lettura è anche una forma di partecipazione culturale. Risulta sempre più evidente l’importanza di comunicare le sensazioni e le riflessioni che scaturiscono dal rapporto con i libri: parlavo prima dei gruppi di lettura, che incarnano, forse più di altre forme di aggregazione tra lettori, la natura stessa di bene collettivo e sociale della lettura, del modo di fare comunità attorno ai libri e all’esperienza di lettura. Anche questa dimensione partecipativa si trasforma per effetto del diffondersi delle tecnologie di rete, che stanno azzerando tante barriere e ci consentono di essere perennemente inclusi in uno spazio globale, all’interno del quale ci possiamo connettere con persone che vivono dall’altra parte del pianeta e avviare uno scambio con loro. Questa nuova idea di prossimità è molto affascinante e credo che dovremmo guardare con attenzione al fenomeno del social reading e ai social network specializzati sulla lettura che si sono diffusi negli ultimi anni.

 

Non crede che oggi sia ormai più opportuno parlare di educazione alla cultura, educazione alla lettura, piuttosto che di promozione?

 

Servono entrambe le cose. Serve la promozione della lettura perché bisogna allargare il perimetro della lettura. Ma non si legge abbastanza anche perché leggere è un’attività faticosa e chi fa fatica a leggere è inevitabilmente portato ad allontanarsi dalla lettura.

Per questo serve anche l’educazione alla lettura. Non capisco perché vengano create tante scuole di scrittura e quasi nessuna scuola di lettura. Imparare a leggere, a leggere bene, a scegliere i libri da leggere, a entrare in tutte le pieghe di un libro, a coglierne i contenuti, a impossessarsi criticamente della ricchezza che una storia può regalare non è affatto facile.

Leggere “bene” è il solo modo per far diventare la lettura un’attività piacevole.

 

Roma – Firenze

2 – 24 febbraio 2018

Giovanni Solimine

Filippo Puddu

 

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