Lèzere intervista Luca Ferrieri – Prima Parte

La prima volta che ho sentito parlare di Luca Ferrieri, il suo nome veniva accostato al “titolo” di guru della lettura in Italia. Così, con un po’ di scetticismo e arroganza, mi sono avvicinato ai suoi libri. Ecco, non so esattamente se il Ferrieri sia un guru, quel che è certo che la sua conoscenza e le sue idee sui temi che andiamo a trattare qui su Lèzere sono tanto profonde da farci impallidire: non si smette mai di essere ignoranti e non si finisce mai di imparare. Non potevamo fare altro che chiedergli un’intervista. Ecco a voi il risultato delle domande che, come suo nuovo adepto, gli ho rivolto. Buona lettura!

 

Luca Ferrieri è un bibliotecario e saggista che, nella sua vita, ha dimostrato l’amore incondizionato che nutre per la lettura. Ma come è nato questo amore e l’idea di doverlo trasmettere, sotto forma di contagio, al prossimo?

 

L’amore direi che è nato, come ogni amore, da una miscela ad altissima volatilità di caso, bisogno e predisposizione. Col tempo mi convinco sempre di più che la nascita di un (vero) lettore è un fatto eccezionale e le mie idee al proposito seguono lo stesso altalenante andamento di quelle degli scienziati sulla presenza di vita intelligente nell’universo: dall’entusiasmo probabilistico alla prudente complessità di un’analisi multifattoriale. C’è la possibilità che siamo soli a leggere… e questo non fa che aumentare l’importanza della risposta alla seconda parte della domanda. Deterministicamente potremmo dire (e sappiamo però quanto il determinismo sia un cattivo consigliere) che per quanto sia difficile riprodurre quella miscela, quando essa raggiunge una certa massa critica, un punto di non ritorno, la reazione è quasi inevitabile.

La lettura può essere, e spesso è, pratica solitaria, segreta, irriducibilmente singola e singolare. Ma l’amore per la lettura non è completo senza una prospettiva di moltiplicazione. Per quanto anch’esso possa nutrirsi di egoismo e narcisismo, arriva sempre un momento in cui, anche inavvertitamente, sente il bisogno di toccare un altro, di lasciare un segno. Come civiltà umana, come ogni civiltà che abbia a cuore la sua sopravvivenza, abbiamo il dovere di approfittarne. E garantisco che è la prima e ultima volta che apparirà questa parola, così gravida di obbligazioni, nella storia di “una” lettura (mi riferisco a Manguel e alla sua “rivoluzione copernicana” nel campo della lettura).

 

Eppure viviamo in Italia, paese di non lettori. Perché in Italia non si legge? Vi sono fattori legati alla nostra storia e alla nostra cultura?

 

Sì, penso che vi siano molte cause, educative, sociali e storiche, anche se la tendenza a fare del mondo un grande “libro di lettura” e la evidente globalizzazione dei fenomeni culturali, tendono a relativizzare questo discorso e a omologare gli scenari. Tra le cause educative la prima è sicuramente il fallimento della scuola in quanto madre e matrice di lettura, oltre alla scarsa cittadinanza che la lettura per ora si è conquistata nelle pratiche di educazione diffusa, di educazione “nel corso della vita” (lifelong learning), che sono subentrate al monopolio educativo della scuola obbligatoria. In sintesi: la scolarità per leggere scrivere e far di conto ha prodotto spesso processi di rifiuto e disaffezione alla lettura, l’educazione diffusa non ha ancora imparato a leggere.

Tra le cause sociali le principali mi sembrano quelle legate alle barriere anti-lettura che lastricano anche le buone intenzioni della retorica promozionale. Città, scuole, mezzi di trasporto, case, luoghi di cura e di divertimento, arredi, supporti, accessori, ecc., non sono pensati e costruiti a misura di lettore. Le maggioranze non leggenti spesso neutralizzano, ridicolizzano, ostracizzano il contagio delle minoranze di lettori. La grande editoria pensa a vendere merci più che a creare lettori; più che a fidelizzare i clienti punta a renderli dipendenti, passivi, plasmabili.

Come causa storica citerei, tra le tante, l’assenza della Riforma protestante in Italia, che nel resto d’Europa svolse, come noto, una funzione essenziale per la diffusione della lettura, attraverso il principio della lettura individuale delle Scritture come contatto diretto con Dio e attraverso il principio del libero esame (su questo si veda Jean-François Gilmont, Riforma protestante e lettura in “Storia della lettura nel mondo occidentale”, a cura di Guglielmo Cavallo e Roger Chartier, Roma-Bari, Laterza, 1995).

 

In Italia non si investe sulla cultura e tanto meno sulla lettura (i finanziamenti pubblici sono irrisori così come le politiche di promozione, per non entrare poi nel campo dell’istruzione). La classe politica che ci governa fa perno sull’ignoranza del paese e, quindi, non è interessata a una società di lettori?

 

In Italia la classe politica ha dimostrato e dimostra continuamente uno scarso interesse ai problemi e alla diffusione della lettura. Basta vedere lo spazio che il tema occupa nelle campagne elettorali e nei programmi delle forze politiche. Ma più ancora di questa evidenza tangibile, conta l’assenza di una politica della lettura anche nelle istituzioni che su di questa dovrebbero fondarsi, e tra queste metto anche e prima di tutto le biblioteche. La politica della lettura non è un semplice programma di cose da fare per favorire la lettura (che sarebbe già molto). Con parole di Michel de Certeau, “una politica della lettura deve articolarsi su un’analisi che, descrivendo delle pratiche da lungo tempo effettive, le renda politicizzabili”. Quindi in qualche modo essa deve prevedere anche il percorso inverso, quello che dalla lettura porta al potere, al governo dei saperi. E in questo percorso è decisiva la capacità della lettura di prefigurare, immaginare nuovi rapporti sociali e nuove forme di democrazia.

L’ignoranza dei cittadini è sempre stato un fondamentale strumento di potere e di gestione del potere, oltre che di divisione dei governati; oggi ad essa si aggiunge spesso anche l’ignoranza dei governanti, il che consegue una sorta di quadratura del cerchio verso il basso. Un punto di riferimento importante su questo punto è l’opera di Giovanni Solimine, in particolare Senza sapere, Roma-Bari, Laterza, 2014.

 

Tempo fa, nel corso del programma Quante Storie, in onda su Rai3 e condotto da Corrado Augias, la scrittrice Michela Murgia, che lì teneva una rubrica, ha avuto occasione di attaccare una strategia della Sperling&Kupfer. La colpa della casa editrice è stata quella di pubblicare dei classici della letteratura mondiale, come Cime Tempestose, corredati da una copertina sbarluciccante del tutto simile a quella del bestseller erotico-adolescenziale After di Anna Todd. La Murgia ha parlato di autori che si rivoltano nella tomba. Io, invece, ho pensato: non può essere questo un modo per avvicinare delle persone (le giovani) a una lettura di qualità, a quei classici che altrimenti non avrebbero mai ricercato e letto? La Murgia è caduta nell’errore di imbalsamare la grande letteratura?

 

Penso che la Murgia intendesse attaccare un errore opposto: quello di pensare che la grande letteratura, i classici, debbano essere in qualche modo diminuiti, addomesticati, “abbassati”, ridotti (anche testualmente), per essere “portati al popolo”, alle masse. Resi simili al potenziale lettore. Ma in realtà il lettore, l’aspirante lettore, cerca nella lettura anche ciò che non gli assomiglia, ciò che non ha avuto, ciò che desidera, ancora prima di conoscerlo. Cerca un sogno, un esempio, un altrove. Non si tratta quindi di ripristinare una sacralità del testo letterario che per fortuna è caduta per sempre, ma di proporre i classici come quei libri “che non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire”, come recita una delle dieci definizioni di classico proposte da Calvino. E per far questo è necessario anche tradurre la classicità in contemporaneità, e qui le soluzioni, anche editoriali, possono essere molte, e vanno valutate, e criticate, caso per caso. Se la copertina sbarluccicante significa questo ed è efficace allo scopo, che sbarluccichi pure.

 

Si è soliti puntare il dito contro la scuola italiana quando si va alla ricerca delle cause dei bassi tassi di lettura. Qual è il problema della nostra scuola? Cosa si può realisticamente fare oggi per porre rimedio?

 

Molte cose, ma la principale mi sembra creare spazi di lettura libera, autofinalizzata e sottratta alla valutazione scolastica anche dentro l’istituzione scolastica. Un angolo del tappeto che parta dall’asilo e arrivi all’università. E chiudere con certe pratiche farsesche e controproducenti come il libro di lettura “uguale per tutti”, le letture delle vacanze, le schede di lettura infilate come il prezzemolo in ogni vagito lettore, gli zaini scolastici e scoliotici pieni di libri che non ha letto neanche l’insegnante. Lavorare sull’esempio, sul contagio, sui consigli, sul passaparola, sui gruppi di lettura.

 

In Italia si legge poco e allo stesso tempo viene pubblicata una grande mole di titoli. La quantità supera la qualità. Ma in una società visiva come la nostra, molto più legata alla tv e ai social network che alla lettura, come spiega il fatto che dalla politica allo sport, i “vip” finiscono (quasi) sempre per pubblicare un libro? Il libro è diventato, per certi versi, una sorta di monumento a consacrazione dell’ascesa del personaggio?

 

La critica della contraddizione (che in realtà è, però, una reciproca funzionalità) tra bassi livelli di lettura e iperproduzione libraria viene sempre liquidata, soprattutto dagli editori, come una sorta di snobismo intellettuale. Invece dal punto di vista di un’ecologia della lettura è un nodo emblematico. Oltre un certo livello, la quantità è inversamente proporzionale alla qualità. Molti bestseller, molti instant book, molti libri d’occasione, di sfoggio e di struscio, come quelli, appunto di vip e di politici che non hanno molto da dire, nuocciono alla salute del lettore. La critica dello sviluppo culturale e dello sviluppo diseguale è parte fondante di un’ecologia della lettura e di una critica dell’industria culturale (due punti di vista che devono convergere). Io non credo che sia vero che “più libri più liberi”, come recita il titolo e lo slogan di una delle molte fiere editoriali italiane (peraltro, un’ottima fiera). “Più libri liberi” sarebbe meglio.

 

Ma se un non lettore è attratto dal libro del suo idolo, non è positivo il fatto che così, almeno, si avvicini alla lettura?

Pensa che un non lettore possa essere sedotto dalla lettura con un libro di David Foster Wallace piuttosto che con uno di Fabio Volo?

 

Sì, può darsi che sia positivo, per lui. Non ho nulla contro l’idolatria come vizio, o scelta, privata. Salvo sapere che in genere i percorsi della lettura sono altri. Non nascono dall’idolatria, dal tifo o dal fanatismo, nemmeno nei confronti dell’autore amato. Se mai si arriva a questo esito, sempre temperato dalla autocoscienza lettrice, è a prezzo di una dura battaglia. La scena che si presenta sull’arena della lettura è quella di una lotta. Il rapporto tra autore e lettore si configura inizialmente come una “prova di forza”, altro che idolatria: il primo butta intero sulla bilancia il peso della sua auctoritas (che, al di là di ogni valutazione di merito, è inizialmente presupposta in forza della sola asimmetria costitutiva dell’esistenza del testo), il secondo mette in moto forme consapevoli o inconsapevoli di resistenza. È solo alla fine del duello (che può essere interpretato come una forma della dialettica hegeliana servo-signore) che scattano il riconoscimento e la fraternità che sono alla base del patto di lettura.

E comunque io non sono per il travestitismo della lettura né per la lettura ad ogni costo. Essa esiste veramente solo se è una libera scelta e ne paga il prezzo (Etsi omnes ego non).

Sul secondo punto della domanda non sono in grado di pronunciarmi. Le vie della lettura sono infinite o almeno impreviste e a volte imprevedibili. L’importante è che non ci sia sopraffazione, non ci sia manipolazione, che ci sia la capacità di cambiare spesso genere, menu, modalità. Una dieta variata. E’ importante essere politeisti, più che idolatri. Ampliare continuamente l’orizzonte, non restringerlo. Andare sempre più in profondità, cercare la differenza, apprezzare le sfumature, imparare a distinguere, alimentare la propria capacità critica senza diventare cinici, senza perdere mai la speranza.

 

Leggendo il suo libro La lettura spiegata a chi non legge, ho notato come mette in dubbio l’esistenza del lettore medio, ovvero di una persona che sta a metà strada tra l’essere un non lettore o un lettore forte. Mi sembra che per lei o si è lettori o non lo si è. Cos’è, allora, che rende tale un lettore?

 

Più che altro quella che volevo colpire era la medietà statistica, l’idea stessa che la sociologia della lettura debba esaurirsi in una operazione statistica, il clima da stadio che circonda, tra gli addetti ai lavori, le rilevazioni Istat. La figura cardine di questa mitologia, il “lettore di almeno un libro” è una convenzione artificiale, non ha nulla a che vedere con i lettori in carne e ossa. Comunque, c’è del vero nella Sua osservazione. Se questo lettore medio dovesse esistere, avrebbe un corpo da lettore e una testa da non-lettore, o viceversa. Alla base di questa analisi c’è la mia contrarietà, forse un pregiudizio, al gradualismo, all’evoluzionismo, all’idea che una pagina dopo l’altra si diventi un lettore, per accumulo, per inerzia, per destino. No, lectura facit saltus, al contrario della natura secondo Leibniz; la lettura è una successione di rotture, di rivoluzioni (in senso kuhniano), di errori e di sconfitte. Questo non significa negare l’evidenza, ossia che tra bianco e nero, tra lettura e non-lettura, esistono tante sfumature di grigio.

 

Perché si auspica una società di lettori? Sappiamo che la lettura non rende automaticamente una persona migliore.

 

Mah, alla fine questo è il nodo di tutto. Non ho certezze, al riguardo. Ho qualche ipotesi. Pencolo e pendolo. Da un lato questo automatismo mi pare insostenibile, anzi la storia ha dimostrato e dimostra continuamente il contrario: alla sera leggono Rilke e ascoltano Bach, alla mattina si recano al proprio “lavoro” ad Auschwitz (George Steiner in Linguaggio e silenzio, Milano, Rizzoli, 1972, p. 11-12). D’altro lato se la lettura fosse del tutto ininfluente sui comportamenti delle persone non avrebbe senso quell’etica della lettura cui lo stesso Steiner ha dedicato tante pagine. E infatti poco più avanti egli scrive: “Chi ha letto il Libro XXIV dell’Iliade – l’incontro notturno tra Priamo e Achille – o il capitolo in cui Alioscia Karamàzov s’inginocchia alle stelle, chi ha letto il capitolo XX di Montaigne (Que philosopher c’est apprendre l’art de mourir) e l’uso che ne fa Amleto, senza esserne modificato, senza che la sua concezione della vita cambi, senza guardare, in qualche modo sottile e tuttavia sostanziale, in maniera diversa la stanza in cui si muove o le persone che bussano alla sua porta, costui ha letto soltanto con la cecità della vista fisica”. Quindi non è vero che la lettura renda automaticamente migliori, ma è vero che in certe circostanze può farlo e lo fa. Senza questa speranza la lettura non sarebbe nulla.

 

Si può essere cattivi lettori? Non intendo far riferimento a persone che, pur leggendo, restano malvagie, né sto parlando della qualità delle letture. Mi riferisco piuttosto a un fenomeno ora evidente su Facebook, nei “gruppi” di lettori: molte persone si vantano della velocità con cui leggono, dei tanti titoli letti in un anno, un mese, una settimana. Ha senso ed è produttivo divorare i libri, spinti dall’ansia di aggiungerne un altro alla propria personalissima collezione? Non stiamo parlando di qualche sorta di patologia?

 

Non faccio il medico o il giudice, non dispenso ricette né etichette. La lettura è stata giustamente rivendicata come un vizio, visto da vicino nessun lettore è normale… Una certa bulimia può far parte del gioco, così come non c’è lettore che non abbia attraversato il deserto dell’anoressia, la perdita dell’appetito e del desiderio. Ma sicuramente sono contrario alle logiche dell’accelerazione, dello stakanovismo e del taylorismo applicate alla lettura. La lettura accelerata produce sempre una non lettura di ritorno. L’analisi formulata da Hartmut Rosa (Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica nella tarda modernità, Torino, Einaudi, 2015) ci dice che la lettura è al centro della questione temporale, della lotta per la riappropriazione di tempo liberato, e l’accelerazione in cui viviamo si dimostra nemica non solo dell’efficacia ma anche della stessa velocità.

Trovate l’ultima parte dell’intervista qui!

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