Lèzere intervista Luca Ferrieri – Seconda Parte

Trovate la prima parte dell’intervista qui!

Appurato che la lettura è un bene e una risorsa sulla quale tutti dovrebbero fare affidamento. Passiamo allora alla necessità di una sua promozione. Ma cosa significa promuovere la lettura? E che tipo di lettura si dovrebbe promuovere?

 

Ho cercato di spiegare molte volte perché la promozione è una brutta parola per qualcosa di molto importante (per questo ho sempre molto apprezzato che, con riferimento alla lettura, i francesi abbiano spesso usato il termine furore e gli spagnoli quello di fomento). Ma non ne voglio fare una questione nominalistica. Per essere utile la promozione dovrebbe uscire dalle molte ambiguità che ne hanno contrassegnato la storia. Sarò breve… Innanzitutto la caratterizzazione emergenziale, che dal fatto che esista in Italia un’emergenza lettura trae la conseguenza che anche la strategia per affrontarla debba essere saltuaria, improvvisata e spesso retorica, mentre è vero esattamente il contrario. Poi c’è il vizio scolastico, intendo l’idea che si debba sempre insegnare qualcosa, che la promozione sia una missione (e non che abbia una mission, come tutte le azioni volte a uno scopo), che i lettori siano “superiori” ai non lettori, che li debbano “redimere”, ecc. E infine c’è la commistione con il marketing, che può produrre cose buone ma anche molto cattive, visto che nel caso della lettura non c’è nulla da vendere, solo un mondo da conquistare. È difficile oggi pensare a qualcosa che possa evitare il contatto con il mercato e le sue regole, ma l’appiattimento sulla dimensione economica in questo caso produce un’incertezza anche sul brand: si confondono la promozione del libro, quella delle biblioteche, quella della lettura, usando strumenti simili quando le realtà sono molto diverse.

 

Ancora nel suo libro ha evidenziato come sia determinante, per un non lettore, essere iniziato alla lettura da una persona di riferimento che fa parte della sua vita. Lei mette in dubbio il ruolo delle istituzioni, o chi per loro, nel promuovere la lettura. Come possiamo allora pensare di mettere in atto efficaci azioni di promozione della lettura?

 

Beh le istituzioni dovrebbero preparare il terreno, attrezzare la scena, rimuovere gli ostacoli – non è poco – e poi ritirarsi dietro le quinte. A quel punto entrano in azione i protagonisti che, in genere, per la realizzazione del contagio, sono due, perché anche le forme massive di iniziazione (è di questo che ora stiamo parlando) sono in realtà prolungamenti e moltiplicazioni di un ambito duale. L’iniziazione è un rapporto io-tu, dove c’è qualcuno che sa qualcosa di più perché ne ha già fatto esperienza, ma non assume un ruolo didattico o imperativo, si limita ad accompagnare, a mostrare, a toccare, e cammina sempre un passo avanti e un passo a lato. Per questo l’epoca privilegiata delle iniziazioni alla lettura è l’infanzia, e la dimensione, il linguaggio, sono quelli amorosi. Ma per fortuna la componente infantile è presente in tutte le fasi della vita, soprattutto nell’ultima, quindi l’iniziazione, come la lettura, non ha età.

 

Si fa spesso riferimento al “buon esempio” quando si parla di promozione (più o meno consapevole) della lettura. Una persona che cresce in una casa dove vi è una forte presenza di libri e lettori, sarà (probabilmente) portata a diventare essa stessa lettrice. Tuttavia, noi italiani viviamo in una società di non lettori che crescono figli non lettori. Dobbiamo allora pensare agli adulti che non leggono, ma in che modo possiamo far entrare la lettura nella loro routine?

 

Sì, l’esempio è un fattore chiave nella promozione-iniziazione, perché come potrebbe uno credere se non ci crede l’iniziatore? È il caso di quegli insegnanti che dovrebbero, o vorrebbero, trasmettere il piacere della lettura senza amarla effettivamente, e amare vuol dire godere ma anche soffrire con essa. Poi, siccome quello della lettura è un ecosistema, ecco l’importanza dell’ambiente, dell’oikos, della nicchia: dove è importante l’approvvigionamento (i libri capaci di stimolare, di incuriosire), ma anche il clima, quel delicato mix di intimità, dipendenza e autonomia, ozio e perfino noia che favorisce la macerazione e la sedimentazione delle abitudini, nella lentezza di certi pomeriggi estivi. Ma è solo una pigrizia dell’immaginazione che traduce tutto ciò in un bel quadretto familiare: l’iniziazione alla lettura avviene in circostanze diversissime, ad opera dei personaggi più svariati. È disperante che la lettura sia ancora di fatto un bene ereditario, e questo avviene proprio perché la promozione, in tutti i suoi sensi, è monca, corriva, confusa con l’educazione parentale, e perché sussistono ancora condizioni di diseguaglianza culturale cui non si è posto rimedio. Tra le varie statistiche, infatti, la più vera (nel senso che corrisponde a un’esperienza quotidiana), ma anche la più inquietante, è questa: leggono il 65% dei ragazzi con genitori lettori e il 27% di quelli con genitori non lettori.

 

Lei ha avuto occasione di affermare che il modo migliore per promuovere la lettura è la sua narrazione: “raccontare ad altri, magari a chi non legge, che cosa ‘succede’ leggendo.” Ma come si promuove la lettura in questo modo? Sa farmi degli esempi?

 

Ho pensato che una delle modalità con cui la promozione può sfuggire ai rischi che ho descritto prima sia quella narrativa. L’altra è quella che ho definito omeopatica. In realtà i due ambiti si sovrappongono e quindi li unisco nel fare alcuni esempi. Raccontare delle storie non è solo la modalità di leggere e tradurre un libro a dei bambini piccoli, è una vera e propria declinazione dell’esperienza di lettura che riguarda anche gli adulti e perfino la lettura di opere saggistiche. I gruppi di lettura, per esempio, la usano molto: non si discute solo di un libro, ma si racconta quello che si è letto e come lo si è letto, entrando anche nelle dimensioni posturologiche, topologiche, temporali dell’atto di leggere. La lettura ad alta voce, la conversazione, sono le forme di questa declinazione narrativa. Il racconto della storia descritta nel libro si fonde con il racconto della storia della lettura stessa. E questo è un fattore di promozione eccezionale, perché mette in gioco tutti gli aspetti della lettura, quelli cognitivi, quelli emotivi, quelli fisici, corporei ecc.

Si tratta anche di una promozione omeopatica, non solo perché si basa sulle piccole dosi, senza pretendere conoscenze enciclopediche, o sottoporre i lettori a bombardamenti testuali, ma soprattutto perché si fonda su due principi fondamentali: la inoculazione (nel senso che qualcosa deve uscire dal cervello di qualcuno, autore o lettore, e entrare nel cervello di un altro; e questo deve avvenire in un contesto “sperimentale”, nell’ascolto dell’effetto che si produce); e la succussione (la promozione àgita il libro, lo scuote dal suo stato inerziale: il libro parla attraverso la voce dei lettori). Qui ci sarebbe anche da seguire il filo che lega promozione e biblioterapia, ma sarebbe troppo digressivo.

 

Leggendo il suo libro, così come altri testi di Proust e di Pennac, ho potuto notare come venga esaltato il potere della “proibizione”. Quando il Codice Da Vinci di Dan Brown venne pubblicato in Italia, in quell’anno ci fu un sensibile aumento della percentuale di lettori. Pensa che, al di là del boom mediatico, giocò un ruolo importante anche l’opposizione e la polemica della Chiesa?

Inoltre, secondo questa logica, la censura dovrebbe essere sempre evitata, anche se siamo di fronte a fenomeni di intolleranza, razzismo, fascismo. Oppure esistono delle eccezioni?

 

Comincio dalla fine: sì, secondo me la censura dovrebbe sempre essere evitata, anche quando, ma è solo un calembour, si trattasse di una censura contro la censura. Non per caso le biblioteche pubbliche ospitano nelle loro collezioni anche opere antidemocratiche, come La mia battaglia di Hitler, tanto per fare un esempio, meglio se in edizioni critiche. L’effetto attrattivo della proibizione su una certa categoria di lettori, che vogliono sfidare il comune senso del lecito e dell’illecito, o che, semplicemente, sono curiosi come è giusto che siano, è da tenere in conto. Ma non credo si possa optare per una sorta di promozione rovesciata, che sfrutta il fascino e il maledettismo del libro proibito per spingere a leggere. Intanto perché questo effetto potrebbe riguardare, in democrazia, solo una piccola percentuale di libri, e di lettori, che difficilmente potrebbero agire come fattori scatenanti di una passione più generale. E poi perché gli effetti negativi del proibizionismo, anche nella sfera della lettura, sarebbero alla lunga più nocivi dell’immediato e relativo vantaggio.

 

Ancora sul tema della proibizione. Molte persone e illustri scrittori, tra i quali i già citati Proust e Pennac, ricordano come da piccoli l’amore per la lettura sia sbocciato in seguito a una reazione alla proibizione (“Posa quel libro! Vai a giocare all’aria aperta!”). Oggi, questa opposizione alla lettura è scomparsa e qui pare individuarsi uno dei motivi della scarsa tendenza alla lettura. Eppure, a me non pare che in passato si leggesse di più rispetto a oggi. Lei che ne pensa?

 

Qui in realtà siamo un po’ fuori dall’ambito della proibizione propriamente detta (che riguarda per esempio i libri considerati inadatti a certe fasce di età). Siamo piuttosto nel regno dello stereotipo e della sua capacità di condizionare la crescita, il modo di pensare e le abitudini di lettura. Quando si dice, da parte di alcuni parenti, “smettila di star chiuso nella tua stanza a leggere e vai in giardino a giocare con i tuoi coetanei”, si trasmette, più che una proibizione, un pregiudizio che bolla la lettura come attività intellettuale, inutile, quasi morbosa, se non è diretta a scopi pratici, come imparare, progredire, studiare. Tra parentesi non è che questi stereotipi siano del tutto scomparsi, anzi. In genere convivono più o meno armoniosamente con la celebrazione retorica della lettura virtuosa (quella strumentale, quella di indottrinamento, ecc.). Un’inchiesta di molti anni fa condotta da una società demoscopica sui non-lettori (Aipe, «Orgogliosi di non leggere mai un libro», Milano, 1995) aveva mostrato come i lettori venissero considerati da questi degli incapaci di godersi la vita, dei pusillanimi, dei “cacadubbi”. Non credo che oggi questo atteggiamento sia cambiato, anzi.

Per quanto riguarda l’atteggiamento passatista e nostalgico per cui “ai miei tempi si leggeva di più”, credo che esso sia un classico abbaglio percettivo, nella migliore delle ipotesi, se non il tentativo di inculcare regole educative sorpassate con l’apparente sostegno dei tempi andati.

 

Con il digitale sta prendendo piede un tipo di lettura, diversa da quella tradizionale e “solitudinaria”, che chiamerei “collettiva”. Non mi riferisco semplicemente alla facilità di leggere i commenti a un articolo postato su Facebook, o chi per lui, che influenzano il nostro ragionare sul testo scritto, ma a piattaforme social che offrono una lettura di testi complessi. Si veda il caso di Wattpad, dove si può leggere un romanzo (al di là della sua qualità) e, passo per passo, leggere le opinioni e le impressioni di chi l’ha letto prima di noi. Come vede questo fenomeno? È un danno per la lettura?

 

In questo caso potrebbe effettivamente trattarsi di una (nuova) forma di lettura collettiva, che è cosa ben diversa dalla lettura condivisa quale è quella, per esempio, dei gruppi di lettura, come ho cercato di dimostrare qui e qui. Vi sono, infatti, dei tratti tipici della lettura collettiva: la coralità, perfino la ritualità, la presenza di tratti larvatamente autoritari, l’istanza di controllo, associata a un certo voyeurismo della lettura. Si tratta, però, di una lettura collettiva che si è separata da ogni esplicita finalità di alfabetizzazione e in cui la componente strumentale (la subordinazione a uno scopo esterno) è molto meno evidente. La presenza della moltitudine cui la lettura collettiva è diretta si esprime virtualmente in una platea che occhieggia dalle sottolineature, dai commenti. La spettacolarità della lettura collettiva, che in passato si manifestava nella sua forte oralizzazione e nel ricorso alla lettura ad alta voce, si è quindi piegata alle specificità del nuovo medium. Come in tutto il fenomeno della lettura digitale, sono presenti fattori positivi e negativi, sul cui complesso bilanciamento non è ancora possibile, a mio avviso, pronunciarsi in modo conclusivo. Certamente è positivo che la lettura lasci delle tracce e che queste tracce siano visibili a molti più lettori di quelli che prima potevano beneficiarne. Che il rapporto e il confronto tra lettori sia più facile, immediato, indipendente dalle distanze. In questo modo l’interattività e l’intertestualità escono dal limbo degli algoritmi per farsi pratiche concrete di lettura. Potenzialmente la lettura digitale consente una lettura più approfondita, dialogica, fino a poter parlare di lettura aumentata, i cui successivi strati aggiungono documentazione e interazione con altri lettori. E tuttavia qui siamo in presenza di un brusio della lettura, per dirla in termini barthesiani (Barthes parlava di brusio della lingua, ma il discorso non cambia), che potrebbe violare, anche pesantemente, gli spazi di libertà e di intimità del lettore. Anche se non attiva la funzione dei commenti, anche se spegne l’ebook, lui sa che, mentre legge, è presente/assente il coro silenzioso di chi è venuto prima o verrà dopo, di chi, semplicemente, guarda la sua lettura attraverso lo spioncino del social. Il teatro della lettura ha degli spalti potenzialmente infiniti, potenzialmente incancellabili. Nel bene e nel male la lettura ha raggiunto lo statuto della scrittura.

 

Il digitale può essere uno strumento in più di promozione della lettura? In che modo?

 

Il digitale può essere un efficace strumento di promozione solo se riuscirà effettivamente ad essere utile alla lettura, non solo tecnicamente – il che è comunque importante, perché ricordiamo che la lettura è anche una questione di tecnica, arte o artigianato, termini che in questo caso si incontrano -, ma anche ambientalmente (in senso ecosistemico) e culturalmente. Quindi vanno bene ausili che favoriscano l’approvvigionamento rapido e mirato, la possibilità di ottenere libri in qualunque lingua e da qualunque angolo del mondo ad un colpo di clic, la lettura intertestuale, interstiziale, lo scambio di idee e consigli di lettura, l’associazionismo dei lettori, ecc.ecc., ma quello che è decisivo è lavorare sulle cosiddette “interfacce di lettura”, creare ambienti ibridi dove il lettore possa muoversi con la stessa dimestichezza e agilità che ha maturato, in secoli di apprendistato, con il libro cartaceo. Ambienti immersivi, ma anche protetti; stanze digitali, dove uno ha il (proprio) mondo a portata di mano ma può anche rimanere solo con se stesso: un cuarto propio conectado, dice Remedios Zafra, e peccato che la traduzione italiana (Sempre connessi. Spazi virtuali e connessioni dell’io, Giunti, 2012), abbia fatto emergere il significato contrario, dimenticando il riferimento woolfiano (una stanza tutta per sé) del titolo spagnolo. Ovviamente si tratta di un orizzonte tutto da costruire, anche in controtendenza rispetto all’uso mainstream del mezzo digitale, che è oggi prevalentemente di tipo invasivo e coloniale.

 

Vi è anche una tendenza che punta il dito contro le nuove tecnologie e parte dai rappresentanti del mondo del libro. Lo scorso 5 febbraio è uscito, su “Il Foglio”, un articolo di Alfonso Berardinelli dall’emblematico titolo: “Il tramonto della lettura”. Che la lettura debba fare i conti con le distrazioni che ci tentano durante la quotidianità è un insegnamento che ci aveva dato anche Calvino, ma davvero possiamo affermare che le possibilità di svago, di rapida informazione, che ci offrono le nuove tecnologie siano nemiche della lettura?

Se ci azzardiamo a fare affidamento sulle statistiche internazionali, pare proprio che la maggiore diffusione di Internet ci sia nei paesi con i più alti tassi di lettura. Qual è la sua posizione in proposito?

 

Di tramonti (in particolare della lettura, della carta, del libro, delle biblioteche e ora anche dell’ebook…) ne sono stati annunciati tanti. Ma la lettura è come la nottola di Minerva, vola sul far del crepuscolo. L’articolo di Berardinelli si regge interamente su un corto circuito logico basato sul fatto che, volendo dimostrare che si legge meno di una volta, anzi che non si legge proprio più, e volendolo fare con il supporto delle solite statistiche, è costretto a cancellare preventivamente la lettura digitale dall’ambito della lettura. Tutto il ragionamento si basa quindi su una petitio principii e sul teorema peraltro non dichiarato che la lettura digitale non è lettura. Questa posizione può essere legittima, ma deve essere argomentata nel merito prima di far ricorso, come base di dimostrazione, a cifre che non comprendono la lettura digitale. Sul tram treno e metro (cioè nella più grande biblioteca della città o nella vera biblioteca del popolo come dice Perec) non legge più nessuno? Bisognerebbe dire che nessuno, o per fortuna quasi nessuno, legge libri cartacei, che sono diventati fortemente inadatti al mezzo (di trasporto). Molti invece leggono sugli ebook, tablet o smartphone, dove sfogliano anche il giornale o navigano o mantengono corrispondenze molto più fitte e massive di quelle degli epistolari dell’Otto-Novecento. Poi si potrebbe e dovrebbe entrare anche nel piano dei contenuti e della qualità, ma visto che Berardinelli batte sulla quantità, con il lamento della fine della lettura (intesa come quantità di libri letti), fermiamoci qui. Io abito altrove, a me interessa il regno della mutazione della lettura, non il bugigattolo delle profezie di sventura o quello, simmetrico, delle magnifiche sorti e progressive. Delle volte per far passare l’umor nero, basta guardare un bambino che legge. E, a proposito di statistiche, non dimenticare mai che 8 bambini su 10 leggono, mentre più di un adulto su due non lo fa (e magari pontifica sul valore della lettura).

 

Nel suo libro si legge: “Internet ha offerto al passaparola un robusto fattore di diffusione, tuttavia recenti ricerche [Cardone, 2010] hanno dimostrato che i social network hanno un potere di convinzione molto limitato in fatto di consigli di lettura, a meno che la persona che consiglia non sia già conosciuta e stimata.”

L’esperienza di Modus Legendi rappresenta un cambiamento di tendenza?

 

Il consiglio di lettura è una prosecuzione della promozione e dell’iniziazione con altri mezzi. Naturalmente stiamo parlando di consiglio in senso forte, suasivo, condivisivo, compromissorio, qualcosa che mette in gioco sia chi lo dà sia chi lo riceve; non un consiglio in senso neutro, tecnico, come quello che invita a leggere scegliendo un libro da un elenco telefonico. Quindi il consiglio dovrebbe ricreare ogni volta l’atmosfera della prima volta, e siccome questo è impossibile, deve creare quella dell’ultima volta…, insomma l’idea di ciò che si guadagna e di ciò che si perde, nel leggere e nel non leggere, l’idea di entrare in un mondo nuovo, diverso, di vivere un’esperienza di felicità o di stupore e di condividerla con qualcuno (dando o seguendo un consiglio la si condivide sempre con qualcuno, anche se quel qualcuno non lo saprà mai). Il fatto che i social network non funzionino per questo tipo di trasmissione è indicativo di quello che si diceva prima, della loro relativa “arretratezza”, inadeguatezza e scontatezza nel campo della lettura e della promozione della lettura. Vanno bene per generare mode e unire i fan di certi libri, non per seminar letture. È lo stesso fenomeno per cui i gruppi di lettura virtuali per ora non funzionano, o almeno non funzionano come quelli che si riuniscono nella biblioteca sotto casa.

Modus Legendi da questo punto di vista mi sembra una benemerita operazione (contro)editoriale, più che di promozione della lettura propriamente detta: intende dimostrare, e ci riesce, che i lettori possono creare dei bestseller, e che i bestseller creati dai lettori sono spesso migliori di quelli inventati dal marketing. Mi sbaglierò, ma già il fatto che i libri scelti per scalare le classifiche non debbano – per principio – essere letti, che li si debbano acquistare, e tutti nella stessa settimana…, fa pensare più a un flash mob che a un flash reading

 

Portare la lettura fuori dai luoghi dove si è soliti trovarla. Questa è una “massima” che ho fatto mia dacché ho iniziato a occuparmi di promozione della lettura. Così, con Lèzere abbiamo portato racconti nelle case delle persone, ai concerti, nei ristoranti; altre realtà, come il MeP e Ivan Tresoldi, hanno portato la poesia per strada.

Secondo lei, esperienze del genere hanno qualche possibilità di favorire l’incontro tra non lettore e lettura?

 

Certo che sì: portare fuori, “se-ducere”, è una delle chiavi più efficaci della promozione. Ed è importante anche portarla via (la lettura), portarla in luoghi insoliti (per lei), e non solo perché è lì che si può trovare il (non)lettore da sedurre, ma perché anche a chi è già di lettura ammalato e ammaliato, la promozione deve offrire qualcosa di inatteso. Strategie di fusione, infusione, confusione, melting pot. Anche la lettura, poi, come la poesia (García Lorca), cammina per la strada. È il luogo che unisce la seduzione e la sedizione, cioè i due ingredienti principali di una promozione che eviti gli equivoci che sono già ampiamente emersi in questa conversazione.

Luca Ferrieri

Filippo Puddu

febbraio-marzo 2018

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