Lèzere intervista Francesca Casula di Lìberos

Mi sono innamorato di Lìberos dal primo momento che ho conosciuto il lavoro che porta avanti, probabilmente la causa è, in buona parte, del mio orgoglio da conterraneo sardo. Così, sono stato davvero felice di raggiungere telefonicamente Francesca Casula, cofondatrice dell’associazione, e realizzare la chiacchierata che andrete a leggere. Prima di augurarvi buona lettura, però, ci tengo a dire una cosa: io ho amato Cime Tempestose!

 

Chi è Francesca Casula, come e perché è arrivata a essere cofondatrice dell’associazione Lìberos?

 

Ho cominciato a leggere a quattro anni e non ho mai più smesso. Lavorare coi libri e per i libri è sempre stato il mio desiderio. Ho studiato Lettere classiche, fatto un master per bibliotecario manager e infine ho lavorato per sei anni in una casa editrice. Quando ha immaginato Lìberos, Michela Murgia ha cooptato le persone che meglio rappresentavano, a suo parere, i diversi segmenti della filiera del libro. Quello di fare fronte comune contro la non lettura insieme a librai, bibliotecari, scrittori e associazioni mi è sembrata da subito un’idea geniale, ma nel 2012 non avrei mai immaginato che Lìberos potesse diventare quello che è oggi. Sogno un mondo di lettori forti, ma è puro egoismo: mi piace avere conversazioni stimolanti. Vi immaginate di fare la fila dal medico e incontrare gente che sta leggendo Bolaño, invece che giocare a Candy crush? Io andrei dal medico molto più volentieri.

 

Nel vostro sito Internet vi presentate così: “Lìberos è un’associazione di persone che credono che la lettura in Sardegna sia un elemento di comunità e che le energie e le competenze che si muovono intorno al libro siano fonte di coesione sociale, ricchezza economica e consapevolezza civica” e ancora “La comunità dei lettori sardi è costituita da tutti coloro che, registrandosi a liberos.it, animano la rete virtuale e quella fisica, interagendo con gli operatori dentro e fuori dal sito, condividendone i contenuti e utilizzando questo spazio come luogo di scambio e d’incontro per tutti.”

È giusto affermare che il vostro fine è quello di promuovere la lettura e cementare il rapporto tra lettore e libro, operando tanto nella vita digitale che in quella più propriamente “reale”?

 

È esattamente questo. Viviamo in un’epoca digitale, e viviamo in un’Isola nella quale le distanze sono importanti, è fondamentale il digitale per raggiungere tutti e creare comunità e scambio anche, appunto, a distanza. Ma questo ha senso solo se si riesce poi a superare il virtuale e portare questi legami, questi contatti nel reale: noi abbiamo scelto di portare i libri e gli autori ai lettori anche nei piccoli centri dove le occasioni culturali sono più rare, creare momenti di scambio vero tra lettori e tra i lettori e gli autori.

Al sito, però, dobbiamo ancora rimettere mano. È stato creato ormai sei anni fa, che nella tecnologia è un’era geologica.

 

Quando siete nati e avete iniziato a operare? Quali sono state le più grandi difficoltà di partenza?

 

Siamo nati, come associazione, nel 2012. Si trattava di un anno particolarmente difficile per il sistema editoriale sardo: hanno chiuso, o stavano per farlo, alcune librerie storiche, le case editrici si trovavano in una grave crisi, le biblioteche si vedevano tagliare i fondi. La difficoltà maggiore è stata quella di far collaborare in maniera coordinata settori che, pur essendo contigui e complementari, storicamente, non si erano mai visti come parte di una rete.

L’individualismo autolesionistico non è ancora stato sconfitto, però. Ci sono ancora tanti che pensano che fare da soli e avere il proprio logo bello grande sulla locandina sia meglio che condividere. Altri che “facciamo rete… la mia!”.

 

Siete una realtà giovane che comunque è riuscita ad affermarsi in poco tempo, riscuotendo attenzione anche sul piano nazionale (mi riferisco alla vittoria del bando Che Fare nel 2013). Quali risultati concreti avete ottenuto?

 

Il principale credo che possa essere quello di aver costruito, nel tempo, una rete di relazioni tale da consentire ormai, a quasi una settantina di piccoli comuni sardi, di promuovere attività culturali di buon livello e di respiro nazionale, se non, talvolta, internazionale, senza disperdere energie e risorse. Aggiungiamo anche che, da quando abbiamo fatto le prime attività in collaborazione con altri festival (impensabile prima), ormai la cooperazione è diventata consuetudine per tutti e, addirittura, stimolata dalla Regione, che premia con maggiore punteggio i festival che collaborano tra loro e quelli che coinvolgono il maggior numero e la maggiore tipologia di soggetti sul territorio. È quella che in tanti chiamano advocacy, ma che io preferisco chiamare ispirazione.

 

La vostra attività si concentra in Sardegna, terra che si distingue per uno più stretto legame con la lettura rispetto al resto del Mezzogiorno d’Italia. Nel presentarvi, sul vostro sito, fate riferimento a un aspetto culturale: noi sardi siamo legati al racconto, alle storie; quando ci incontriamo, dopo lungo tempo, ci chiediamo reciprocamente “Ita mi contas?”, ovvero “Cosa mi racconti?”

Rispetto ad altre regioni italiane, nella nostra isola vi è una maggiore presenza del libro tra le mura domestiche, mentre le biblioteche sono diffuse capillarmente sul territorio. Pensi che ciò derivi totalmente da una nostra storica tradizione culturale?

 

La presenza di una biblioteca in ogni comune va ascritta alla lungimiranza di amministratori illuminati che, oltre 30 anni fa, fecero nascere il sistema bibliotecario sardo, integrandolo coi vari sistemi territoriali nati contestualmente. Più che da una tradizione culturale indefinita, credo che l’importanza del libro per i sardi derivi anche dalla quantità di autori che, dall’inizio del secolo scorso a oggi, la Sardegna ha prodotto e che hanno parlato di Sardegna: i sardi leggono molto gli autori sardi e questo, comunque lo si voglia intendere, autoreferenziale o virtuoso, è comunque un buon punto di partenza!

Parrebbe singolare che la Sardegna registri il 45,7% di lettori, per il fatto che ha indici di abbandono scolastico, di laureati e di reddito terrificanti, paragonabili a quelli della Sicilia, che invece è una delle regioni in cui si legge meno. Una risposta ce l’ha data pochi anni fa Giovanni Solimine (ne ha parlato anche nella recente intervista di Lèzere, ndr.), e sul sito di Lìberos ne abbiamo scritto: citando la realtà sarda, ha affermato che la sua situazione si deve, molto probabilmente, proprio all’investimento che è stato fatto nelle biblioteche.

 

Hai citato l’ultimo rilevamento ISTAT: nel 2016, in Sardegna si è dichiarato lettore il 45,7% delle persone intervistate. Siamo ben al di sopra della media nazionale. Tuttavia la situazione non è così rosea: meno di un sardo su due ha letto un libro negli ultimi dodici mesi, mentre l’ISTAT considera lettore anche chi ha letto solo un libro. Insomma, non pensi che si possa (e debba) fare di più?

 

Se non lo pensassi, non farei questo lavoro (ride, ndr.). Siamo assolutamente convinti che si possa e si debba fare di più ed è davvero questo il nostro obiettivo quotidiano. Collaborare con le amministrazioni comunali di tutta la Sardegna è una precisa scelta, ci permette di raggiungere quelle persone che difficilmente si sposterebbero dalla Marmilla per andare a un festival o a Cagliari per incontrare un autore o sentir parlare di un libro e di letteratura. Se lo fai, è perché sei già un lettore forte. Ma se portiamo questo “a casa loro” abbiamo più possibilità di coinvolgerli, di incuriosirli, di fargli venire voglia di leggere un libro e poi un altro e poi un altro ancora.

 

Con Lìberos vi impegnate nell’organizzazione di un festival letterario diffuso (Éntula), mentre sostenete diversi festival che si richiamano alle vostre competenze. Pensi che questo tipo di iniziativa sia utile per promuovere la lettura e attirare il non lettore? Se la risposta fosse affermativa, in che modo?

 

Lo è certamente nella misura in cui consente agli abitanti di realtà altrimenti definite “periferiche” di poter usufruire di almeno una parte dell’attività culturale svolta nelle città con più abitanti. Un incontro letterario in un paese di 5/800 abitanti diventa un “atto sociale”, coinvolge la comunità al di là del mero contenuto del testo affrontato. Questa socialità porta agli incontri anche i non lettori che, a quel punto, se autore e relatore saranno stati bravi, potranno essere incuriositi dagli stimoli che una buona lettura può dare.

 

Sappiamo bene che chi opera nel campo culturale, in Italia, non può fare troppo affidamento sugli incentivi statali. Secondo la vostra esperienza, quanto si può operare ed essere efficaci dovendo fare a meno di finanziamenti pubblici?

 

La domanda è: perché dovremmo? Sono provocatoria, ma non troppo. Chi deve farsi carico dell’istruzione di massa? A nessuno (per ora) viene in mente che le scuole elementari debbano stare sul mercato o trovare sponsor privati. La scarsa propensione alla lettura nel nostro Paese, l’analfabetismo funzionale e di ritorno, le barriere di accesso alla cultura sono temi di rilevanza pubblica: chi dovrebbe finanziare le attività culturali di Scrafingiu (per non citare nessun paese in particolare) se non il Comune di Scrafingiu? Pensiamo davvero che ci sarà mai un’azienda che si farà carico di dare agli scrafingesi le stesse opportunità di fruizione che hanno i milanesi, o anche solo i cagliaritani? Con quale ritorno? Le aziende hanno una missione che è il profitto, anche quelle socialmente responsabili, la missione della crescita culturale dei cittadini è di competenza delle istituzioni.

 

Ti chiedi “perché mai dovremmo” e la tua risposta è assolutamente condivisibile. Trovo comunque vero che le piccole realtà che vogliono essere attive nel campo culturale, come nella promozione della lettura, trovino grosse difficoltà a realizzare, in modo efficace, le azioni che vorrebbero. Ricordo sempre quanto disse Dogliani, l’ideatore degli Idea Store londinesi, che a proposito degli scarsi finanziamenti alle biblioteche pubbliche italiane rispondeva che queste, piuttosto che piangere sul latte versato, dovrebbero far meglio con le poche risorse a disposizione, quasi sempre, invece, spese male. Così da avere risultati concreti da presentare alle istituzioni e rivendicare, a pieno titolo, la necessità e l’utilità di maggiori finanziamenti.

 

La misurazione dei risultati è possibile ma è un ulteriore lavoro e un ulteriore costo. A parte il mio ruolo in Lìberos, faccio parte da undici anni anche di un’associazione di lettori che si chiama Karalettura. Noi, per esempio, gestiamo da volontari una biblioteca con libri raccolti da donazioni o progetti, e in particolare ci rivolgiamo agli stranieri. Questa, secondo me, è una cosa meritevolissima che dovrebbero fare le biblioteche pubbliche, in modo da integrare gli stranieri nelle città e farli sentire cittadini. Comunque lo facciamo noi, con il nostro tempo e il nostro volontariato, con le nostre risorse materiali e immateriali. Ma se ci dovessimo anche mettere a misurare il risultato dovremmo pagare qualcuno che lo faccia, o spendere del tempo che non abbiamo. Le associazioni piccole non sanno o non possono raccogliere dati che, se anche avessero, dovrebbero presentare all’istituzione pubblica e dire: guarda io ho prodotto questo” Ma non è che, nell’esempio specifico, il comune di Cagliari non sappia di Karalettura. La direttrice della MEM (la Mediateca del Mediterraneo di Cagliari, ndr.) ha pubblicamente detto “Io manderei i bibliotecari da voi per fargli vedere cosa dovrebbe fare un bibliotecario”, che è un complimentone, ma non ci paghiamo l’ADSL con i complimenti…

Ma anche se andassimo a misurare i risultati. Poniamo, per esempio, che abbiamo aumentato del 20% la comunità di lettori a Fordongianus; ebbene, a chi interessa? Se non interessa al comune, direi, a nessuno.

 

Insomma, chi è dentro e lavora nel mondo del libro può fare ben poco finché non cambia qualcosa a livello politico…

 

Le promesse di investimenti nella cultura sono solo slogan da campagna elettorale. Poi, quando si va a governare, a tutti i livelli, la prima cosa che si taglia è quella. Dove vogliamo andare? A parole sono tutti pronti a investire in cultura, ma in realtà non lo considerano un investimento.

Ma non è solo un problema dei politici. Se tutti noi lo considerassimo un investimento, premieremmo chi lo fa anche elettoralmente, invece così non è.

 

A parer mio, voi di Lìberos avete il merito non solo di coinvolgere tutti i soggetti del mondo del libro in un comune scopo, ma anche di attrarre nel vostro circuito chi non fa parte né opera nel mondo della lettura e della scrittura. Andate al di là dei singoli egoismi nel nome di un bene comune. È questa la via da seguire per combattere la tipica non-lettura italiana? Quali possono essere le azioni che, idealmente, ritieni più efficaci?

 

C’è così tanto che si potrebbe fare! Dico potrebbe perché in tutta Italia ci sono iniziative meritorie, che danno risultati misurabili: penso a Piccoli maestri, o al lavoro di Alice Bigli della libreria Viale dei ciliegi di Rimini. Per citare la stessa Alice, “con 12 € all’anno per ragazzo si può trasformare il 50% degli adolescenti non lettori in lettori. Li vogliamo investire, questi 12€? Se non li abbiamo, o non li vogliamo investire, smettiamo di parlarne”.

 

Che ne pensi di esperienze come quelle della poesia di strada (quelle del M.E.P. e di Ivan Tresoldi, per fare qualche esempio) o la diffusione dei racconti promossa da noi di Lèzere?

 

Sarebbe interessante misurare l’efficacia di queste iniziative, ma è talmente estemporanea come attività che secondo me non funziona. C’è bisogno di attività strutturali.

Sinceramente non riesco a immaginarmi persone che leggono la poesia per strada e da lì vanno a leggere un libro, magari succederà, ma sono scettica a riguardo e, ripeto, servono attività strutturali più che attività estemporanee.

 

In realtà mi trovi d’accordo. Quando abbiamo avviato le prime sperimentazioni di promozione della lettura con Lèzere, ero piuttosto conscio che la loro efficacia sarebbe stata strettamente legata anche alla costanza…

 

Si prenda anche l’iniziativa Io leggo perché promossa dall’Associazione Editori Italiani. Ogni anno cercano di inventarsene una nuova. Ma ogni attività che si svolge una volta all’anno, che sia il Maggio dei Libri o qualunque altra cosa, è destinata a non cambiare mai le abitudini di nessuno. La lettura vince quando diventa un’abitudine.

 

Michela Murgia è cofondatrice, come te, di Lìberos. Mi sembra giusto, quindi, rivolgere anche a voi una riflessione che sulle pagine di Lèzere abbiamo già portato avanti.

Durante una puntata del programma Quante Storie, La Murgia, parlando del best seller di Anna Todd, After, ha citato una operazione di marketing della Sperling&Kupfer che è andata a stampare i grandi classici della letteratura d’amore, come Cime Tempestose, con la medesima copertina sbarluciccante di After e con una fascetta che andava a identificare questi classici come parenti stretti del romanzo erotico-adolescenziale della Todd. La Murgia ha aspramente criticato questa operazione. Io, invece, ci ho visto una possibilità: quella di avvicinare alla buona lettura delle ragazze che, magari, non avrebbero avuto altra occasione di avvicinarsi a quei classici. Qual è la tua (la vostra) opinione?

 

Ognuno di noi (anche per la differente provenienza professionale) ha una sua opinione, declinata in diverse sfumature. Io rilevo che tu parli di “ragazze”, come se Cime tempestose fosse un libro per femmine. Ecco, se fossi un editore con una grande potenza di fuoco, farei un altro esperimento: Cime tempestose con una copertina “maschile” (tipo quelle di Jo Nesbø, per intenderci). Che mondo sarebbe, se gli i ragazzi e gli uomini, i maschi, insomma, leggessero più libri scritti da donne, o con protagoniste femminili?

Per venire al merito della tua domanda, invece, ricordo un episodio: durante il mio tirocinio in una biblioteca, avanzai la proposta di suggerire a chi leggeva romanzi rosa da quattro soldi (esistono, inutile fare gli ipocriti) delle letture a tema sentimentale ma più alte, tipo Anna Karenina. Una bibliotecaria mi rispose che sarebbe stata una violenza – usò proprio questa parola – suggerire Anna Karenina. Io penso che la violenza sia privarsene, ma insomma, sull’operazione Sperling sono d’accordo con Michela, però è un’opinione personale, non una posizione ufficiale di Lìberos.

 

Che ne pensi della biblioteca digitale, del Digital lending. Diverse biblioteche italiane si sono legate a Media Library Online (MLOL) per aprire ai propri utenti il mondo della biblioteca digitale. Ma MLOL è un privato che permette, agli utenti che economicamente possono permetterselo, servizi migliori dietro il pagamento di un canone. Non è questo un paradosso che va contro il ruolo pubblico della biblioteca di garantire pari diritti a tutti i suoi utenti?

 

In realtà, per gli utenti delle biblioteche (o scuole) che aderiscono a MLOL, il servizio è gratuito (è quindi la biblioteca, o la scuola, che paga per fornire il servizio gratuito ai propri utenti). La possibilità di aderire come utente pagante (MLOLplus) ha senso per chi vuole avere più di 2 prestiti al mese o per chi non ha vicino nessuna biblioteca che aderisce a MLOL. È un’opzione in più, molto interessante per chi vive in zone lontane da tutto o ha esigenze di lettura più consistenti, e se davvero, come pare, una parte della quota pagata dagli utenti di MLOLplus va a finanziare il prestito digitale delle biblioteche, potrebbe essere una specie di circolo virtuoso. In ogni caso, qualcuno deve pur pagare, perché i libri non si fanno da soli, e tutte le figure che stanno dietro al libro non possono e non devono lavorare gratis. Il lettore italiano spesso non si rende conto che ciò che legge è il prodotto di un lavoro che ha un costo, devono essere pagati autore, redattore, relatore, traduttore, ecc. La spesa del libro non è tanto la carta e il trasporto, sono le persone che si occupano di realizzarlo e queste devono essere pagate, anche se si tratta di un ebook.

Non è nemmeno corretto pensare che le copie dei libri letti tramite la biblioteca corrispondano a mancate vendite. I dati ci dicono che dove ci sono biblioteche che funzionano ci sono anche librerie che funzionano, mentre dove non vi sono le biblioteche nemmeno le librerie funzionano.

 

Che poi ancora non si capisce perché un ebook costi tanto meno di un libro cartaceo, quando i costi di produzione non sono inferiori e, anzi, talvolta sono superiori.

 

Perché manca la concezione di quello che stai comprando, per te è un file. Un libro lo paghi 18 euro e un file non vuoi pagarlo più di 4,99 euro, per te è solo un file.

 

Voglio chiudere questa intervista chiedendoti: a quando lo sbarco di Lìberos in Italia e l’invasione del Continente?

 

Chi lo sa? C’è ancora tanto da fare qui in Sardegna!

 

Francesca Casula

Filippo Puddu

2 marzo 2018

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