Lèzere intervista Gino Roncaglia – Prima Parte

Un giorno, forse non troppo lontano, il libro di carta sarà rimpiazzato da un’altra tecnologia. No, non venitemi a dire che è già così, perché per quanto possiate avere in mano un ebook reader, uno smartphone, un tablet, un pc, vicino avrete sicuramente della carta. Ma quanti libri in pergamena avete mai avuto sottomano? Quanti manoscritti medievali? Quanti rotoli di papiro o tavolette cerate? Ecco, domani anche il nostro caro libro di carta sarà annoverato tra questi reperti. Filippo ne ha parlato con il professor Gino Roncaglia. Lo ha incontrato di persona? Sì, in videochiamata.

Buona lettura!

 

Se chi non la conosce fa una rapida ricerca sulla rete, scopre che Gino Roncaglia insegna editoria digitale e informatica umanistica presso l’Università degli Studi della Tuscia. Insomma, libro e digitale sono i campi della sua ricerca ed è proprio su questo argomento che mi piacerebbe basare la nostra chiacchierata di oggi. Allora, per rompere il ghiaccio, le chiedo: quando e come è nato l’amore per il libro e quello, invece, per il digitale?

 

L’amore per il libro… adesso ti faccio vedere e mi capisci (mi fa fare un giro virtuale della casa: librerie straripanti libri, ndr.). Questa è la situazione da quando ero bambino. Se uno nasce in una casa in cui sia la madre, sia il padre, sia il fratello maggiore sono professori, alla fine diventa una cosa automatica. A casa leggevano tutti, era un’abitudine, e si parlava in continuazione dei libri letti; e sono cresciuto in questo ambiente. Ne sono contento, leggere è sempre stata una passione, ho sempre letto di tutto. Ad esempio, ho da sempre una grande passione per la fantascienza, e dai tredici anni ad oggi ho letto una quantità probabilmente eccessiva di libri di e sulla fantascienza. Il mio amore per il libro è nato in casa quando ancora ero bambino, e da allora non è mai diminuito.

Il discorso su come sia nato l’amore per il digitale, invece, è un po’ diverso, perché, appunto, in casa si occupavano tutti di discipline umanistiche. Io ho studiato filosofia alla Sapienza, e qui ho incontrato come professore di logica Carlo Cellucci, un filosofo all’epoca molto interessato ai linguaggi di programmazione logica. Con lui ho cominciato a studiare uno di questi linguaggi, il LISP. Ho cominciato l’università nel ’78 e uno o due anni dopo sono comparsi in università i primissimi computer, come il PET CBM, sui quali si poteva imparare a programmare.

Così abbiamo cominciato a lavorare con questi computer. Poi mi sono comprato un Sinclair ZX 81, uno dei primissimi minuscoli computerini da casa a prezzi abbordabili; aveva 1 K di memoria, l’espansione da 16 K sembrava un salto nel futuro. Ho proseguito con il Commodore 64, l’Amiga, e così via. L’amore per il digitale quindi è nato in università ed è sempre andato in parallelo con gli interessi umanistici. Come formazione accademica sono uno storico della logica, con un campo di ricerca abbastanza specialistico: la storia della logica fra il medioevo e Leibniz. Ma parallelamente il mondo del digitale e delle reti diventava sempre più importante, continuavo a occuparmene sempre di più, finché a un certo punto mi sono accorto che scrivevo più lavori sui nuovi media, sull’uso culturale della rete, sull’editoria digitale, di quanto non continuassi a fare nel campo della storia della logica. Due mondi che peraltro non sono così lontani come si potrebbe pensare, perché la metodologia logico-analitica che adottavo lavorando sulla storia della logica non è così lontana da quella alla base del mondo digitale. E in effetti ci sono diverse altre persone che si occupano di informatica umanistica, cioè dell’applicazione dei rapporti tra digitale, nuovi media, e cultura umanistica, partendo dalla filosofia, e in qualche caso addirittura della storia della logica: non sono del tutto da solo.

 

Possiamo affermare che il suo sia un ruolo attivo nel panorama che vede l’incontro tra libro e digitale, un approccio affatto scontato. Mi spiego. Ho avuto occasione di leggere Our Enduring Values Revisited di Michael Gorman e ho notato come l’approccio dell’eminente bibliotecario statunitense nei confronti delle nuove tecnologie rifletti quello di molte persone attive nel mondo del libro, ovvero un approccio passivo, che tende a vedere l’ingresso della tecnologia nel mondo del libro come un’invasione da cui difendersi, che tende a subire la digitalizzazione del testo scritto, del libro. Insomma, le nuove tecnologie non vengono viste come uno strumento da padroneggiare al servizio della lettura e del libro, al contrario di quella che mi pare sia la sua visione. Durante la sua carriera le è capitato di scontrarsi con queste posizioni? Non trova siano un primo scoglio per un’analisi corretta sul futuro del libro e della lettura?

 

Sicuramente l’idea che il digitale sia qualcosa che si aggiunge dall’esterno al nostro panorama culturale e che, quindi, più che integrarsi con la cultura umanistica ne rappresenti un’alternativa, è un’idea molto diffusa. Secondo me è un’idea sbagliata da diversi punti di vista. Poi Gorman, per altri versi, è una persona da cui si impara moltissimo. Però il tema principale è che bisogna ricordarsi che l’elemento tecnologico è da sempre una parte della cultura umanistica. Il libro stampato è una tecnologia. Così come erano una tecnologia le tavolette di cera con lo stilo che usavano nell’antica Grecia e nell’antica Roma, così come erano una tecnologia le tavolette o i coni di argilla. Molti aspetti del modo in cui si usano questi strumenti dipende anche dal loro essere tecnologia. Uno si può chiedere perché gli antichi babilonesi scrivevano su dei coni d’argilla, che è una forma che sembra del tutto innaturale per la scrittura. In realtà loro, una volta scritto sul cono d’argilla, lo facevano asciugare, ci mettevano poi della paglia intorno e lo chiudevano per farne un cilindro. La forma utilizzata era funzionale a un certo tipo di tecnologia di costruzione di buste chiuse d’argilla, cioè di scrittura nascosta all’interno dell’argilla.

Insomma, l’elemento tecnologico ci è sempre stato, non è una novità del digitale. Ho l’impressione che chi vede, nella carta e nel digitale, due campi diversi che faticano a trovare equilibrio, si dimentica del fatto che il mondo della scrittura su carta e della stampa è un mondo di tecnologie in cui ci sono stati cambiamenti, anche radicali, ben prima del digitale. La stessa tecnologia di stampa ha suscitato resistenze, in alcuni ambienti umanistici era considerata un po’ come l’invenzione del demonio (esattamente come succede adesso con il digitale).

La mia impressione è che in realtà questo elemento tecnologico è inscindibile dalla cultura. Tecnologia e cultura sono sempre state strettissimamente connesse e il digitale non fa eccezione. Quindi studiare le forme di questa connessione è molto più interessante che contrapporre artificialmente i due mondi.

 

Vi è anche un’altra tendenza che punta il dito contro le nuove tecnologie e parte dai rappresentanti del mondo del libro. Lo scorso 5 febbraio è uscito su Il Foglio un articolo di Alfonso Berardinelli dall’emblematico titolo: “Il tramonto della lettura”. Che la lettura debba fare i conti con le distrazioni che ci tentano durante la quotidianità è un insegnamento che ci aveva dato anche Calvino, ma davvero possiamo affermare che le possibilità di svago, di rapida informazione, che ci offrono le nuove tecnologie siano nemiche della lettura? Personalmente non mi risulta che prima dell’avvento di Internet, o dei videogiochi, si leggesse di più e, anzi, se ci azzardiamo a fare affidamento sulle statistiche internazionali, pare proprio che la maggior diffusione di Internet ci sia nei paesi con più alti tassi di lettura. Qual è la sua posizione in proposito?

 

Le lamentele sulla fine della lettura rappresentano un altro genere letterario molto frequente. Possiamo dire che non si è mai letto tanto quanto si legge oggi. L’impressione è che ci sia un altro problema, che non è certo quello del tramonto della lettura: chiunque ha in continuazione in mano il telefonino con cui ci si scambiano messaggi con sms o WhatsApp o si scrivono stati su Facebook. Credo che il problema sia piuttosto del rapporto tra forme di scrittura complesse e strutturate come la forma libro, e forme di scrittura brevi e frammentate. Una delle tesi sostenute dal mio ultimo libro (L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale, ndr.) è proprio il fatto che la granularità non è una caratteristica essenziale del digitale, ma è legata a una fase ancora relativamente giovane di sviluppo degli strumenti digitali.

Credo si possa fare un parallelo, certo un po’ ardito ma forse utile, tra lo sviluppo degli strumenti digitali e della rete e lo sviluppo delle società umane. Nel mondo del digitale e delle reti abbiamo cominciato da cacciatori/raccoglitori. Quando abbiamo costituito le prime “tribù” che frequentavano la rete, nella seconda metà degli anni ’80, dovevamo fare i conti con il fatto che non ci fosse il Web, né interfacce grafiche. Ci collegavamo alla rete con gli accoppiatori acustici, con i modem, per poco tempo, afferravamo la prima cosa che trovavamo, cercando e saltellando qua e là, per poi trasferirla sul computer, staccavamo il collegamento e tornavamo nella nostra “tana” per consumare il pasto informativo.

Poi, con quello che viene chiamato il Web 1.0, abbiamo creato i primi insediamenti informativi in rete. Non è un caso che uno dei primi strumenti fosse GeoCities, che è un po’ una metafora delle città. Cominciammo a creare insediamenti informativi sotto forma di siti web e cominciammo a coltivare informazione. Una fase che potremmo far corrispondere all’età dei primi insediamenti urbani e dell’agricoltura.

Il Web 2.0 corrisponde alla fase dell’artigianato e del commercio. Lo user-generated content è una sorta di costruzione artigianale di informazione, mentre i feed fanno circolare questa informazione – organizzata in forma abbastanza simile a delle ‘carovane’ – e sono lo strumento alla base di tutti i social network, compreso Facebook. Io produco informazione granulare che va a costituire il mio feed e vedo, in base a delle regole, l’aggregazione dei feed dei miei contatti. E il meccanismo dei feed, questo primo meccanismo di commercio informativo, è granulare, come era granulare la produzione e circolazione dei beni nell’era dell’artigianato e del commercio. Visto che la produzione, almeno in parte, è individuale, gli oggetti informativi che vengono prodotti sono relativamente semplici. Questo spiega come mai i contenuti digitali oggi siano spesso così brevi e frammentati.

Ribadisco, secondo me il problema non è che non si legge più, il problema è che nel mondo della stampa avevamo contenuti complessi come i libri e contenuti granulari come gli articoli dei giornali, come le lettere. Anche nelle produzioni della società umana si è partiti dalla granularità, se noi andiamo a guardare le tavolette che gli archeologi hanno trovato ad Amarna o a Ebla, notiamo che contengono lettere e trattati: anche le prime scritture erano brevi, frammentate. La produzione di testi complessi avviene lentamente, la forma libro si consolida con il tempo. Le prime narrazioni orali, l’Iliade, l’Odissea, l’Epopea di Gilgamesh nel mondo mesopotamico, la Bibbia, e altri, sono dei testi che si trasformano lentamente e progressivamente in testi lunghi partendo da un’origine abbastanza granulare. La Bibbia, da questo punto di vista, è un esempio perfetto. Con il digitale la storia in parte si ripete: abbiamo nuovi strumenti di produzione e organizzazione dell’informazione, ma sono ancora troppo giovani per riuscire a produrre una complessità paragonabile a quella che nel mondo della stampa aveva raggiunto con il tempo forma libro.

Sicuramente, in questo momento, c’è una sorta di conflitto per l’attenzione, per il tempo, per l’interesse tra contenuti granulari e contenuti strutturati. Questo non riguarda solo il mondo della scrittura, riguarda anche altri mondi, pensiamo alla serialità televisiva che è sostanzialmente una sorta di integrazione di granularità degli episodi e complessità della struttura narrativa. La mia impressione è che, per l’appunto, ci voglia un certo tempo per riconquistare, anche nel digitale, qualcosa di paragonabile alla complessità che è propria della forma libro. Rispetto alla questione della lettura, la forma libro continua a essere importante, anche nel digitale, soprattutto perché è l’esempio migliore che abbiamo di complessità.

Oggi anche il mondo digitale sta iniziando a superare la frammentazione e a produrre i suoi primi esempi di complessità, che sono a volte completamente diversi rispetto alla forma libro. I videogiochi sono uno dei primi campi in cui produciamo dei contenuti digitali veramente complessi. Probabilmente, chi si lamenta del fatto che non leggiamo più non vede il videogioco complesso come qualcosa di paragonabile alla forma libro complessa, lo vede come un avversario del libro. Invece anche questo, secondo me, è sbagliato. Una contrapposizione più interessante è quella tra organizzazione complessa e strutturata dell’informazione, come i libri e alcuni videogiochi, e frammentazione e granularità che in digitale sono ancora prevalenti. I contenuti granulari sono utili, non sono da eliminare, però vanno compensati e affiancati da informazione strutturata. Questo, secondo me, in digitale dobbiamo ancora imparare a farlo.

 

A proposito dei videogiochi lo stesso Gorman, nel libro sopracitato, ne parla in maniera negativa, come esempio di anti-intellettualismo… Mentre io penso che taluni videogiochi possono rappresentare anche un altro mezzo di fruizione culturale nonché rimando alla lettura.

 

Sì. Certo, ci sono videogiochi assai stupidi, ma ci sono anche videogiochi che sono costruzioni di mondi estremamente sofisticati e complessi; sono interessanti comunque, anche se sono una cosa diversa dai libri.

 

Mi permetto di far riferimento all’ultima indagine ISTAT inerente la lettura nel nostro paese. Questa va a evidenziare come, nonostante i bassi tassi di lettura italiani, il consumo dei “prodotti editoriali digitali” va ad aumentare: nel 2016 il 7,3% della popolazione avente più di 6 anni ha letto un e-book. Una percentuale da non sottovalutare, considerando che appena il 40% della popolazione si è dichiarata lettrice. È forse cambiato, in questi anni, l’approccio del lettore davanti al libro digitale, visto adesso come una risorsa più familiare e non più come una fredda tecnologia lontana dal romanticismo del libro cartaceo?

 

Questa, secondo me, è una questione interessante. In Italia il tasso di lettori di ebook sta lentamente crescendo, molto più lentamente di quanto non si immaginasse intorno al 2010 quando, con l’uscita dei primi iPad, si pensava che la crescita sarebbe stata molto più rapida. Mentre da noi è lenta, nel mondo anglofono la crescita è stata più rapida ma sembra essersi fermata su uno scalino intorno al 25%-28% dei lettori e la penetrazione degli ebook nel mercato è ferma da circa quattro anni. In Italia siamo intorno all’8%, un po’ di più se consideriamo chi ha qualche volta letto anche qualcosa in ebook, un po’ di meno se consideriamo chi dichiara di leggere ebook regolarmente. Quindi sì, la percentuale è cresciuta, però non si ha ancora l’impressione che l’ebook abbia quella crescita esplosiva che è stata propria di media come Internet. La mia impressione è che questo sia un argomento legato, anche, al fatto che l’ebook non è ancora sostitutivo del testo cartaceo. Ci sono ancora delle differenze nelle modalità di lettura e fruizione del testo anche quando questo è esattamente lo stesso.

Credo che il problema maggiore sia legato al fatto che noi leggiamo, in questo momento, gli ebook su due dispositivi di famiglie molto diverse. I dispositivi a carta elettronica come il Kindle tradizionale e dispositivi con schermi al LED o OLED come gli smartphone, i tablet, l’iPad, il Kindle Fire. Si tratta di due tipologie di schermo molto diverse: la carta elettronica oggi non ha colori, non può ospitare filmati, mentre gli schermi LED e OLED pur potendo visualizzare i filmati hanno una retro-illuminazione che può risultare fastidiosa. Ci sono tutta una serie di fattori per cui queste due famiglie sono distinte da un punto di vista della lettura, così da essere abbastanza diverse tra loro. Già questo ci dice che non c’è ancora una tecnologia vincente sul piano dei dispositivi di lettura.

In più, queste tecnologie hanno quella che è una caratteristica fondamentale propria della tipografia digitale, cioè l’impaginazione liquida: un problema per certi tipi di lettura. Noi, nel leggere, ci facciamo anche un’immagine fisica della pagina, l’occhio salta in continuazione dal testo ai margini e ci ricordiamo un passo o una parola insieme alla loro collocazione ‘geografica’ nella pagina. Questo, nel digitale, non è possibile, e si tratta di un limite. Per superarlo, servirà elaborare dei meccanismi di tipografia digitale più sofisticati, che permettano di costruire ‘geograficamente’ anche una pagina liquida.

Un altro problema non indifferente è quello delle annotazioni. È vero che noi nel digitale abbiamo uno spazio sostanzialmente infinito per le annotazioni, ma è altrettanto vero che la comodità della carta, con gli appunti a matita a margine della pagina, manca. Abbiamo alcuni dispositivi di lettura che usano gli stilo, ma non hanno avuto grande successo e non abbiamo ancora degli standard per annotazioni. Insomma, l’annotazione su tablet o ereader è molto più macchinosa che su carta e non è standardizzata.

Peraltro, la tecnologia degli ereader è ferma da tre o quattro anni, e io credo che questo contribuisca a spiegare perché la diffusione dei libri elettronici cresca lentamente. Un’altra parte della spiegazione è legata al fatto che le politiche editoriali delle case editrici sono spesso abbastanza miopi.

Nonostante questo, io sono uno dei pochi a sostenere che, sul lungo periodo, la lettura digitale andrà nella maggior parte dei casi a sostituire quella cartacea. Ma già oggi se pensiamo a un libro a stampa ci accorgiamo che è scritto in digitale, impaginato in digitale, ed è appoggiato su carta solo per essere letto. Di fatto, oggi, i dispositivi su carta sono dispositivi di lettura per libri elettronici.

 

Ma l’evoluzione degli ebook non è strettamente legata al mercato?

 

In parte sì. Ma io penso che in questo momento ci sia proprio uno scacco tecnologico. Le tecnologie non determinano una strada univoca ma aprono degli orizzonti di possibilità, però quello che è fuori da questi orizzonti di possibilità rimane precluso. Oggi le due tecnologie concorrenti, lo schermo dello smartphone o del tablet da un lato e la carta elettronica dall’altro, aprono ciascuna il proprio spazio di possibilità. Per esempio, sugli schermi dello smartphone si possono scrivere anche dei libri elettronici arricchiti, ma questo non si può fare se non in parte sugli ereader. Il mercato è portato a conservare una forma molto tradizionale di libro elettronico perché non è redditizio spendere tanti soldi per fare dei libri aumentati che possono essere letti solo da una famiglia di dispositivi. I lettori dei libri elettronici sono comunque una minoranze del totale, e se soltanto la metà di loro usa per leggere dispositivi adatti anche ai libri elettronici arricchiti, che sono molto più costosi da produrre editorialmente, è chiaro che il mercato non c’è.

Ripeto, credo che questo dipenda in parte da uno scacco tecnologico. Le tecnologie che dovrebbero offrire il meglio dei due mondi, come l’Electrowetting di cui si era parlato molto e che permettono di avere degli schermi che non emettono luce e che sono molto leggibili, come la carta elettronica, ma dotati di un’illuminazione e di un reflesh veloce tipico degli schermi degli smartphone e dei tablet, sono ancora costose e funzionano relativamente male. Gli schermi in carta elettronica a colori sono stati finora un’enorme delusione. Di fatto in questo momento non c’è ancora una tecnologia di schermo che funzioni davvero bene per tutte le forme di lettura. Se il mercato trovasse una tecnologia di questo genere che possa essere prodotta a costi relativamente bassi, secondo me, l’assorbirebbe immediatamente. Il problema è che ci vuole tempo perché le tecnologie si sviluppino.

Il mercato, d’altro canto, ha una responsabilità da un altro punto di vista. Gli editori sono abituati a lavorare in un mondo del libro molto tradizionale e ingessato. E hanno un sacco di soldi immobilizzati in forma di libri negli scaffali delle librerie fisiche. Se di botto si avesse una migrazione significativa dalla lettura tradizionale alla lettura digitale, inevitabilmente le librerie fisiche ne risentirebbero e ci sarebbe una grande quantità di copie di libri cartacei che si riverserebbe come reso sugli editori. C’è insomma il rischio di una reazione a catena, e gli editori si muovono con i piedi di piombo per evitarla. Il digitale è percepito come potenzialmente distruttivo e si preferisce neutralizzarlo, tenendolo il più a lungo possibile in una nicchia separata. Questo, naturalmente, è un altro fattore che rallenta lo sviluppo della lettura digitale.

 

Le aziende che dominano il mercato degli e-book tendono alla chiusura, non si mostrano insomma interessate all’utilizzo di standard aperti così che se vado a comprare un Kindle Amazon vi posso leggere esclusivamente gli ebook venduti da Amazon con il loro particolarissimo formato. Una tale chiusura, non è anche un esplicito invito alla pirateria? Certamente la pirateria in passato ha causato un duro colpo al mercato musicale, nonché cinematografico… ma senza pirateria probabilmente non sarebbero nati servizi che abbiamo oggi. Il punto dove voglio arrivare è questo: secondo lei un domani avremo servizi quali Spotify e Netflix anche per il mondo del libro?

 

La chiusura dei formati è sempre un invito alla pirateria. Da questo punto di vista è sicuramente una mossa sbagliata. Bisogna prestare attenzione al paragone con il mondo della musica: può essere anche fuorviante, dal momento che le modalità del consumo dei libri sono molto diverse da quelle del consumo musicale. Nel caso della musica noi ascoltiamo lo stesso brano breve molte volte, mentre il libro ci impegna per due o tre giorni se siamo lettori molto forti, oppure un mese, e lo leggiamo in genere una volta sola. Probabilmente per il libro siamo anche disposti a spendere qualcosa in più, e se ho una versione a pagamento che mi dà oggettivamente dei vantaggi sono disposto a spendere qualcosa per avere la versione originale piuttosto che quella pirata. Se però, come succede oggi, la versione originale è più scomoda di quella pirata, perché paradossalmente quest’ultima è sprotetta e la posso usare dappertutto, mentre quella originale se, per esempio, ce l’ho sul Kindle non la posso passare su un altro lettore, allora questo sì che è un incentivo alla pirateria: perché dovrei pagare per avere una cosa che è anche più scomoda da usare rispetto a quella gratis? La pirateria così diventa una risposta razionale, sebbene illegale. Quindi credo che il rischio della pirateria, se si continuano a usare formati chiusi, continuerà a esserci.

Per quanto riguarda servizi simili a Spotify o Netflix il problema riguarda in primis sempre la reazione degli editori. In realtà abbiamo una sorta di Spotify del libro, Kindle Unlimited, la versione a pagamento di Kindle in cui uno fa l’abbonamento mensile e può leggere tutti i libri che vuole tra quelli inclusi nel pacchetto. Ma i maggiori editori non sono su Kindle Unlimited. In Italia i principali gruppi italiani, tranne Giunti, non sono su Kindle Unlimited, nel mondo anglofono non ci sono i ‘big five’. Quindi, da questo punto di vista, l’offerta non è paragonabile a quella di Spotify e attrae poco il lettore normale.

In parte simili a quelle di Netflix o Spotify sono poi le offerte di digital lending come quelle di MLOL (Media Library OnLine), che è molto interessante da questo punto di vista perché ha anche i grandi editori. In questo momento riguardano soprattutto l’ambito bibliotecario. Ma se si diffondessero molto bisognerebbe vedere quanto i grandi editori sarebbero disposti a restare presenti nel pacchetto.

C’è infatti anche un altro problema, più sottile: nel caso della musica è difficile che noi compriamo un disco che non ascoltiamo, mentre i lettori forti comprano un’infinità di libri che non leggono e che non leggeranno mai. Perché il principio del desiderio prevale sul principio della realtà. Io avrei bisogno di cinque vite per leggere tutti i libri che ho a casa. Però continuo a comprare libri pensando che prima o poi li potrei leggere. Poi dei libri che compro ne leggerò – se va bene – uno su dieci. Nel modello dell’acquisto della copia, fisica o digitale, all’editore non importa se io la leggo o no. Importa principalmente che io acquisto e pago. Il mercato editoriale oggi si regge, forse addirittura per i tre quarti, su libri che sono stati comprati e non sono mai stati letti. Siccome i sistemi tipo Kindle Unlimited retribuiscono l’autore e l’editore solo nel momento in cui il lettore effettivamente legge il libro, o la quota di ricavo legata alla lettura è molto alta, oppure il problema è che io passo dal vendere dieci copie sapendo che ne verranno lette due, a vendere soltanto le due copie che vengono lette. Un Netflix o uno Spotify per la lettura di libri dovrebbe garantire agli editori introiti sufficienti da coprire il gap che c’è tra le copie acquistate e quelle lette. E non è banalissimo riuscire a farlo.

 

Una delle domande che mi sono posto, pensando a un futuro dominato dagli ebook, riguarda proprio la retribuzione. Non solo per gli editori ma anche per gli autori. Già uno scrittore, per un libro venduto a 20 euro, riceve una percentuale minima, se quel libro viene venduto a 4 o a 2 euro allora inizio a pensare a uno scrittore che per quanto affermato non potrà vivere del suo lavoro, e a un editore che difficilmente riuscirà a sopravvivere.

 

Infatti, secondo me uno degli equivoci più seri del mondo dell’editoria digitale è il pensiero che gli ebook debbano costare molto di meno dei libri su carta. Noi sappiamo che, per la carta, la costruzione fisica, e quindi le materie prime e la tipografia, incide sostanzialmente per il 10-15% sul prezzo del libro. Poi, certo, c’è la distribuzione e uno può dire che la distribuzione in digitale è semplificata e diversa. Però, di fatto, anche le piattaforme di distribuzione digitale hanno bisogno di persone che ci lavorano, quindi non è che si riesca a risparmiare tanto. In più, se io volessi fare davvero dei libri elettronici che sfruttano il digitale per dare qualcosa di più, qualcosa che su carta non si può fare, lì c’è un costo ulteriore tra acquisizione di diritti video e audio, montaggio, programmazione, elementi interattivi, tutte cose che costano molto di più rispetto ai costi di un normale libro cartaceo. Ad esempio, per la scuola, un buon libro scolastico digitale costerebbe di più e non di meno rispetto a un libro su carta. Invece anche il Ministero, quando fa il decreto sui libri di testo digitali, intitola il capitolo “Provvedimenti per la riduzione dei costi dei libri di testo”. Ma il libro digitale, se fatto bene, non riduce i costi, ma li aumenta. Il problema è se aumenta la qualità dell’apprendimento. La vera questione è: se si riesce a fare un buon libro digitale che ha strumenti interattivi, grafici interattivi, in questo modo la qualità dell’apprendimento migliora? È questa la domanda fondamentale. Pensare che si risparmino dei soldi è proprio un’illusione.

Quindi tutti i meccanismi di remunerazione degli autori nel digitale alla fine spingeranno verso prezzi non così abissalmente diversi. Poi certo c’è il self-publishing che è tutta un’altra questione, perché ha meccanismi molto diversi. Ma gli autori di self-publishing che vivono del loro lavoro sono veramente pochi. Ce ne sono alcuni che hanno costruito dei bestseller partendo dal self-publishing. Però non è un caso che quelli che ci sono riusciti abbiano poi fatto contratti con case editrici di fama. Insomma, chi ha successo passa poi al mondo dell’editoria commerciale, del cinema, ecc. È comunque un mondo molto diverso. Trovare dei meccanismi di retribuzione è e rimane un problema aperto.

 

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