Lèzere intervista Gino Roncaglia – Seconda Parte

Per la prima parte dell’intervista clicca QUI!

 

Nel suo libro La Quarta Rivoluzione, Sei lezioni sul futuro del libro, fornisce una definizione di libro, visto come la combinazione tra un particolare modello di organizzazione testuale e uno strumento fisico che ne consente la fruizione. Nello specifico va ad affermare: “Il solo testo elettronico dunque – anche se corrisponde al contenuto testuale di un libro a stampa – non è a mio avviso di per sé un libro elettronico: perché si possa parlare di ebook occorre che possa essere fruito attraverso interfacce adeguate che rappresentino un’evoluzione naturale di quelle alle quali ci ha abituato il libro di carta.”

Io ho letto il suo libro dallo schermo del mio smartphone. Ma alla luce delle sue parole mi viene da chiedere: ho veramente letto un libro? Non siamo davanti a un paradosso?

 

Il problema che volevo sottolineare era soprattutto questo: nel domandarsi cos’è un ebook si potrebbe sottolineare l’aspetto del solo contenuto e dire che l’ebook è un file, o sottolineare l’aspetto del supporto e dire che l’ebook è un dispositivo. Io credo che tutte e due queste definizioni siano parziali perché è importante considerare che il file è costruito per essere letto su un determinato dispositivo. L’esperienza di lettura presuppone sia il file che il dispositivo, e presuppone inoltre il software attraverso cui il dispositivo legge il file. Poi, certo, noi leggiamo anche sul telefonino, ma anche in quel caso ciò che leggiamo è l’unione del file con il dispositivo di lettura. L’esperienza di lettura di un libro è il risultato di tutti e due gli ingredienti, non soltanto del file. Quel che volevo sottolineare è che c’è sempre l’elemento dell’interfaccia di lettura che è un elemento importante. Dopodiché è vero che alcune delle interfacce che usiamo oggi sono abbastanza lontane da quelle che erano le interfacce di lettura tradizionali del libro su carta. Ma dal momento che noi leggiamo dal telefonino, ci possiamo domandare: cos’è il libro elettronico che stiamo leggendo, è il file? No, è piuttosto il file letto attraverso il telefonino. Il file disincarnato è un oggetto digitale di cui noi possiamo usufruire soltanto se abbiamo un’interfaccia adeguata e abbastanza funzionale da permetterci un’esperienza di lettura protratta nel tempo, da permetterci di prendere qualche appunto, altrimenti il libro elettronico di per sé non si giustifica. Se io avessi a disposizione soltanto testi impaginati come pagine Web potrei dare un’occhiata a un libro in rete, al suo contenuto, ma difficilmente leggerei tutto il testo, e comunque farlo non sarebbe comodo. La sottolineatura deve essere questa. Non basta il file da solo come non basta lo strumento di lettura da solo. L’esperienza di lettura presuppone tutti e due gli elementi, che su carta sono fusi assieme e in digitale vanno ciascuno per conto proprio ma solo quando si incontrano, con la mediazione di un software e delle sue funzionalità, consentono l’esperienza di lettura.

 

Posso aggiungere che la mia esperienza di lettura su smartphone, talvolta, è stata più funzionale rispetto alla lettura in cartaceo. Utilizzando l’applicazione Kindle per dei libri di studio, ho notato come sia molto facile evidenziare e prendere note e come questo costi meno fatica rispetto a fare un lavoro simile su un libro, sottolineando e prendendo appunti a mano.

 

Mah, sicuramente io sconto il fatto che, essendo della generazione precedente la tua, non sono così veloce a scrivere sulla tastiera del computer o del telefono. O ancora, io sono abituato da sempre a un meccanismo di annotazione che in digitale non riesco a simulare. Per esempio, accanto al pezzo che annoto traccio a matita una striscia dritta se sono d’accordo e ondulata se non sono d’accordo, una specie di freccia se è un passo che voglio riutilizzare; insomma uso tutto un insieme di convenzioni di annotazione che non è banale replicare in digitale, dove posso solo o evidenziare o non evidenziare e poi aggiungere del testo. Non ho dei meccanismi di annotazione grafica. Almeno di non usare, sebbene siano un’eredità della carta e vadano abbastanza male dal punto di vista commerciale, degli smartphone dotati di uno stilo. Se non posso fare i miei segnetti sono perduto. Ma questo, probabilmente, dipende dal fatto che ho cominciato a sottolineare da prima che ci fossero i computer. Comunque, trovo ancora abbastanza limitati i meccanismi di annotazione digitale.

Soprattutto, ed è cosa essenziale, anche se funzionassero benissimo, oggi non sono standard. Io ho avuto per un paio d’anni un ereader Sony dotato di uno stilo, così che potevo fare tutte le annotazioni che mi piacevano sul libro: per un periodo l’ho usato molto ma è stato un disastro perché quel modello non lo producono più, quello che avevo si è rotto e, pur continuando ad avere il testo dei libri, tutte le mie annotazioni sono andate perdute, non c’è nessuna applicazione che le possa recuperare in nessun modo.

 

A proposito ho notato con piacere che, invece, utilizzando l’applicazione Kindle, le mie annotazioni si ripresentano sul mio testo qualunque dispositivo vada a utilizzare.

 

Da quel punto di vista c’è sicuramente un passo avanti. Comunque parliamo di nuovo del caso di un formato chiuso, proprietario, ed è un problema.

Molto comodo, dei Kindle, è il fatto dei dizionari integrati. Io ho ricominciato a leggere in tedesco, una lingua che conosco ma non troppo bene; mentre su carta cercare le parole sul vocabolario mi rallenta, con il Kindle l’operazione è immediata.

 

E questo è un vantaggio da non poco…

 

Questo è un vantaggio enorme. Infatti, in tedesco, quando compro un libro a stampa mi compro sempre anche la versione Kindle.

 

Abbiamo parlato di lettura nel mondo digitale affrontando il tema degli ebook. Ma sappiamo bene che oggi la lettura è soprattutto quella imposta da Internet che spesso la costringe nella superficialità, e ancor di più quella che ritroviamo nei social network. Possiamo dire, prendendo in prestito il termine dal titolo del suo prossimo libro, che la lettura su Internet sia frammentaria? Ha allora ragione Gorman che, nel sopracitato libro, afferma che su Internet manca quella mediazione che invece un bibliotecario (e la biblioteca) può e deve offrire? Gorman, tra l’altro, denuncia la mutevolezza, la deperibilità e la non verificabilità dei documenti digitali.

 

Sono convintissimo che anche nel digitale ci sia bisogno di mediatori e mediazione culturale. Il ruolo dell’editore non viene meno in digitale, essendo un ruolo di selezione, di valutazione, di costruzione redazionale di un prodotto di qualità. E lo stesso vale per il ruolo dei bibliotecari dal punto di vista della mediazione informativa, e per il ruolo degli insegnanti nella mediazione formativa. Questi aspetti della mediazione non vengono affatto meno. Mi sembra incomprensibile la tesi secondo la quale in digitale non ci sia bisogno di mediazione. Non capisco proprio come si possa argomentare. La mediazione dipende dalla comprensione dei contenuti e non dalla questione del formato e del supporto. È un lavoro intellettuale.

 

Ma se invece analizziamo il problema della mediazione come proprio di chi usufruisce del digitale? Chi fa uso di Internet può sentirsi in diritto di farne a meno…

 

C’è sicuramente un problema di capacità nel guardare e riconoscere le fonti, e c’è un problema nell’uso delle fonti digitali che sono diverse rispetto alle fonti tradizionali. Però questo stesso problema c’era anche nel mondo dell’informazione tradizionale. Robert Darnton, ad esempio, ha fatto esempi bellissimi di fake-news predigitali di tutti i tipi. Il punto è che nel mondo della carta ci siamo abituati e abbiamo costruito sia strategie specifiche sia figure e strumenti di mediazione legati alla valutazione delle fonti. Siamo abituati all’idea che entriamo in biblioteca e incontriamo il bibliotecario che può aiutarci. In digitale non è che non sia possibile avere figure di mediazione di questo tipo, perché sono perfettamente concepibili: ma in parte dobbiamo crearle, e in parte siamo meno abituati a usarle. Ad esempio, molti siti di biblioteche online hanno meccanismi di reference desk virtuali, solo che non siamo abituati a usarli o all’idea di rivolgerci a strutture di mediazione quando facciamo delle ricerche in rete. Questo però è, secondo me, un limite di competenze digitali e dell’uso dell’informazione digitale. Siamo poco abituati a valorizzare gli strumenti e le figure di mediazione online, che comunque sono entrambi presenti, o potenzialmente presenti e funzionali.

Il problema è anche nell’educazione. Dobbiamo abituarci ai nuovi meccanismi di verifica dell’affidabilità delle fonti, dell’informazione ecc. che sono quelli tipici dell’informazione online. Questo probabilmente richiede più tempo, anche solo per creare, magari, dei network di informazioni affidabili. Già la differenza tra il Google Search generalista e Google Scholar, per esempio, è una differenza tra due ambiti di affidabilità informativa molto diversa; ma l’utente normale di Internet, se qualcuno non glielo spiega, non sa proprio dell’esistenza di Google Scholar. Per questo una delle cose che in università bisogna spiegare subito agli studenti riguarda l’esistenza di questo strumento, che funziona in un determinato modo, che ha i suoi problemi ma anche i suoi vantaggi. Abituare cioè all’uso degli strumenti che permettano di lavorare e valutare l’affidabilità delle fonti e delle informazioni online è una cosa che, in parte, è ancora da fare.

 

Per quanto riguarda invece il discorso sulla deperibilità? Qualcuno pensa che i libri scritti in questo secolo non avranno una durata…

 

Sicuramente vi è una questione di deperibilità. Ma va ricordato che anche i contenuti cartacei sono abbastanza deperibili. Senza parlare dei libri stampati su carta acida tra fine Ottocento e inizio Novecento, che oggi sono la prima cosa che si digitalizza dal momento che si sfasciano non appena li prendi in mano. Al di là di questo, il problema della conservazione e della deperibilità riguarda qualsiasi tipo di supporto, anche se evidentemente in forme e con tempi diversi. Già nel mondo della stampa la strategia principale di conservazione è la ridondanza: perché noi abbiamo conservato un maggior numero di libri a stampa rispetto ai codici medievali che erano più resistenti come oggetto? Un libro a stampa è più deperibile rispetto a un codice medievale, e superfici scrittorie come la pergamena sono molto più resistenti della carta. Il punto è che il libro a stampa viene fatto in tante copie. Se hai 500 copie di un libro disponibili in tutto il mondo, anche se un po’ di copie finiscono distrutte, la durata nel tempo del testo è comunque maggiore perché qualche copia sopravvive più a lungo. Il digitale è un ambiente in cui la ridondanza è relativamente facile da creare, però presuppone delle azioni intenzionali e organizzate. Di per sé, la conservazione digitale non è affatto più difficile della conservazione cartacea, anzi. Visto che il meccanismo di conservazione principale è la ridondanza e che le copie digitali sono molto più facili da fare, in un certo senso il digitale è più facile da conservare della carta. Ma esattamente come nel caso della carta, sono presupposte delle azioni intenzionali e organizzate di conservazione dei contenuti. Tali azioni sono diverse su carta e in digitale, e chi è abituato alla conservazione su carta dà già per scontato che esistono le biblioteche, che queste abbiano adottato tecniche di conservazione; può allora cadere nell’errore di pensare che il digitale non si possa conservare e che i suoi supporti siano più deperibili. In realtà anche in digitale c’è supporto e supporto, probabilmente l’unica informazione che abbiamo prodotto e che sarà ancora leggibile sullo stesso supporto di qui a centomila anni è il DVD “Visions of Mars” che è stato mandato su Marte con il lander Phoenix, e che è fatto di uno speciale vetro siliconato. Mentre non abbiamo nessuna garanzia che l’informazione cartacea su cui lavoriamo oggi sarà ancora leggibile tra centomila anni. Però le politiche organizzate intenzionali di conservazione che sono richieste dal digitale non sono familiari a chi si occupa di conservazione cartacea, e in certi casi effettivamente non vengono implementate. C’è sicuramente un problema di avere politiche di conservazione adatte. Non c’è, secondo me, una ragione particolare per cui il digitale debba essere intrinsecamente più deperibile di altri supporti. Come nel caso di altri supporti, se non abbiamo delle buone politiche di conservazione rischiamo di perdere dei dati, come è successo troppo spesso anche con altri supporti.

È anche vero che su grande scala i rischi di perdita di contenuti possono essere legati anche a fattori difficilmente controllabili. Per esempio, per il digitale uno dei principali rischi di perdita massiccia di contenuti su scala globale è il cosiddetto EMP, electromagnetic pulse: se qualcuno fa esplodere delle bombe atomiche a mezza altezza nell’atmosfera, l’impulso elettromagnetico della bomba distrugge tutto quello che è elettronico. In teoria, una guerra nucleare potrebbe non distruggere completamente l’umanità, ma potrebbe distruggere tutte le memorie digitali che abbiamo. D’altro canto, anche un asteroide può distruggere tutti i nostri scritti e tutte le cose che abbiamo conservato. Questi rischi ci sono ed è bene cercare di premunirsene. Proprio come è stato fatto con il sotterraneo della biblioteca Vaticana, dovremmo cercare di costruire dei meccanismi di conservazione del digitale capaci di resistere anche a eventi estremi.

 

Ma il fatto che con l’invenzione della stampa il numero di libri prodotti andò a moltiplicarsi non è più una conseguenza dell’evoluzione tecnologica piuttosto che una cosciente tecnica di conservazione?

 

Certo, però l’effetto c’è stato anche sulla conservazione, ed è un effetto rilevante.

 

Per quanto riguarda la mutevolezza dei contenuti online? Gorman dice che chiunque può entrare su Internet e modificarli. Io penso che questo non sia proprio di tutti i documenti online, ma di taluni, vedi anche il caso Wikipedia.

 

È vero che c’è un problema di modificabilità dell’informazione, ma è anche vero che Wikipedia, che è proprio l’esempio classico, è anche contemporaneamente uno dei primi esempi di conservazione totale delle versioni. La cronologia delle modifiche di Wikipedia è completa, posso andare a guardare qualunque minore modifica a qualunque parte di qualunque voce. È vero che c’è l’informazione può cambiare, ma contemporaneamente c’è una conservazione totale della memoria di qualsiasi intervento venga fatto sulle voci di Wikipedia. Secondo me bisogna considerare tutti gli elementi quando ci si lamenta che Wikipedia e le sue voci sono facilmente modificabili: della modifica rimane traccia, e questo è in realtà un punto di forza e non di debolezza di Wikipedia.

Detto questo, indubbiamente con il digitale noi abbiamo dei contenuti che sono molto più dinamici e cambiano molto più frequentemente nel corso del tempo. Potremmo dire però che neanche questa è una novità assoluta. Io ho lavorato molto sulla logica di Melantone, quando mi occupavo di storia della logica. E se uno va a confrontare non solo edizioni diverse della stessa logica, dove la variazione è normale, ma copie diverse della stessa edizione trova che in due copie ci possono essere delle varianti: questo può dipendere dal fatto che a un certo punto, mentre il libro era in stampa, Melantone ha voluto apportare delle modifiche sul testo (fenomeno diffusissimo all’epoca della stampa manuale ndr.). Questa idea del testo inviolabile è una cosa che non c’è mai stata. Per certi versi c’è un ritorno alla mutevolezza dell’oralità. Il Socrate del Fedro sarebbe contento; uno dei limiti che individuava nella scrittura era il fatto che il testo restasse sempre uguale, qualsiasi domanda il fruitore gli poneva. Il testo digitale non è così, è modificabile, cambia, è dinamico. Tutto dipende dal punto di vista e dalla situazione specifica. La mutevolezza dell’informazione digitale in certi casi è un problema. Ma abbiamo tutti gli strumenti tecnologici per certificare l’informazione: il meccanismo della blockchain, ad esempio, è un meccanismo di certificazione collettiva e garantisce che certe informazioni non possono essere modificate senza lasciare tracce. Esistono poi filigrane digitali. Certamente il meccanismo della blockchain può garantire la permanenza ‘stabile’ dell’informazione. Il punto è capire quando è che ci serve un’informazione che rimanga stabile. La mutevolezza dell’informazione di Wikipedia è un limite da certi punti di vista ma è un vantaggio da altri, perché permette di migliorare progressivamente la voce o di allargarla. Quindi non so neanche quanto sia desiderabile avere sempre informazione scolpita nella pietra. In certi casi è desiderabile avere un’informazione dinamica. Certo ci sono delle situazioni in cui l’informazione che dovrebbe essere certificata è invece gestita con scarsa capacità tecnica e quindi non siamo ben sicuri se la versione che stiamo leggendo resterà così o cambierà; quando citiamo una risorsa di rete dobbiamo sempre mettere la data in cui l’abbiamo consultata, certe cose spariscono, altre cambiano, questo è un problema che c’è. Però io trovo un po’ artificiale questa contrapposizione tra un mondo di informazioni totalmente stabili e affidabili e un mondo di informazione in cui non c’è niente di affidabile, perché non è così. Da un lato anche le informazioni tradizionali cambiavano senza che nessuno se ne accorgesse e dall’altro le informazioni digitali possono essere certificate.

 

A proposito di digitale e biblioteche. Anni fa Google avviò un progetto di biblioteca digitale capace di far impallidire il mito della biblioteca di Alessandria (cito le sue parole). Da lei intervistato, Robert Darnton ha evidenziato come il progetto di Google Books sia ormai defunto a causa di strategie sbagliate e cause legali. Alla luce di questa sconfitta, possiamo ancora pensare a una biblioteca digitale globale? Su quali progetti esistenti scommetterebbe?

 

Google, certo anche con una certa faciloneria, ha detto a un certo punto: guarda, indicizzando il Web io sto gestendo una quantità di informazione che è paragonabile alla quantità dell’informazione che c’è sui libri di carta di tutte le maggiori biblioteche mondiali messe insieme. Visto che sono quantità simili, perché non indicizzare anche l’informazione che c’è sui libri di carta? E ha pensato: visto che so fare una cosa so fare anche l’altra. Sottovalutando una serie di problemi specifici che sono legati alla digitalizzazione libraria, fra i quali problemi di qualità della digitalizzazione, problemi di gestione dei diritti, problemi di rappresentazione del testo e dei fenomeni testuali. Forse è un po’ eccessivo dire che Google Books sia stato un fallimento perché, in effetti, molto è stato digitalizzato. Testi digitalizzati da Google Books sono ricercabili in rete, con tutta una serie di limiti: spesso il riconoscimento ottico dei caratteri usato su libri, anche solo di inizio Novecento, è un disastro assoluto. Però è un lavoro che qualcosa ha prodotto. I grossi problemi che aveva rilevato Darnton riguardano anche l’uso commerciale che si fa di questi contenuti. Però una certa capacità di produrre contenuti digitalizzati c’è stata. La mia impressione è che probabilmente faremo molti successivi tentativi di digitalizzazione del nostro patrimonio librario: si tratta di un lavoro da fare forse inevitabilmente per approssimazioni successive.

Pensiamo ad altri progetti, come Gallica, il progetto francese. E’ una storia interessante. I francesi hanno litigato parecchio al loro interno e hanno cambiato modelli di digitalizzazione nel corso del tempo. Spesso si è partiti con delle digitalizzazioni molto sommarie. Non solo quelle di Google Books, ma anche quelle di Gallica, e in certi casi anche digitalizzazioni condotte da biblioteche, sono delle digitalizzazioni rozze, da un punto di vista filologico. I testi codificati in TEI (Text Encoding Initiative), cioè con un linguaggio di marcatura che è effettivamente capace di dar conto anche di una serie di fenomeni testuali che normalmente la digitalizzazione tradizionale non coglie, sono veramente pochissimi, e quanto poi si possa fare in TEI e quanto invece richieda strumenti ancora diversi è questione aperta. Anche per questo penso che il lavoro di digitalizzazione sarà un lavoro fatto nel corso del tempo per successive approssimazioni. Abbiamo cominciato, Google Books è stato uno dei primi tentativi, per certi versi è un tentativo che ha mostrato anche dei limiti notevoli, però dei risultati gli ha anche ottenuti.

 

Con il digitale il concetto di libro sta cambiando, così come lo stesso concetto di lettura. Pensa sia possibile un domani la convivenza di quella lettura “solitudinaria” tanto amata e ricercata da Proust, e di una lettura che possiamo definire “collettiva” tipica della nuova vita digitale?

 

È molto difficile parlare delle modificazioni delle abitudini di lettura; in un certo senso, è molto più difficile rispetto al parlare solo dei cambiamenti nella tecnologia, perché alcuni dei cambiamenti nelle abitudini di lettura sono molto più difficili da cogliere. Per esempio: sappiamo che a un certo punto, dopo l’invenzione della stampa, e legato più che alla macchina tipografica in sé alla conseguente diffusione di libri in quantità e a basso prezzo, c’è stato un passaggio dalla lettura intensiva alla lettura estensiva (nella lettura intensiva lo stesso testo viene letto più e più volte, in quella estensiva viene letto un maggiore numero di libri, ma in genere una sola volta, ndr.). Questo passaggio e la sua interpretazione ha suscitato moltissime discussioni tra gli storici della lettura. È sicuramente un cambiamento legato alla tecnologia della stampa, sebbene non ne sia una sua conseguenza diretta: è semmai una conseguenza della tecnologia della stampa associata a tutta una serie di evoluzioni di mercato, e non solo… probabilmente, per esempio, in Germania un ruolo importante l’ha avuto la moltiplicazione delle tipografie legata alla guerra dei trent’anni, che è un evento che ha impoverito la Germania in maniera paurosa, ha ridotto drasticamente la popolazione, però ha moltiplicato enormemente il numero delle tipografie e delle università, perché queste erano armi nella guerra religiosa. Dalla guerra dei trent’anni è uscita fuori una Germania economicamente distrutta, impoverita, ma piena di università e stamperie perché era anche lì che si combatteva la guerra, oltre che con le armi tradizionali.

Capire come il digitale influenzerà le nostre abitudini di lettura è molto difficile. In generale sono d’accordo con chi afferma che la lettura è sempre stata un fenomeno sociale; ma ora diventa, progressivamente, un fenomeno che viene condiviso socialmente attraverso gli strumenti tipici della vita online e del digitale, come i social network. Parliamo sempre più spesso di libri su Facebook, su Instagram, su siti e blog; da questo punto di vista è indubbio che un cambiamento ci sia, però è molto difficile valutarlo sul lungo periodo, capire quali saranno le conseguenze sui tipi di testualità, ad esempio se cominceremo a scrivere in maniera più seriale così come guardiamo la televisione, per esempio, in maniera molto più legata alle serie. La diffusione della serialità è un fenomeno che in parte, sicuramente, si è verificato anche in letteratura. È una conseguenza del digitale? Forse, però anche Harry Potter è costruito in una successione di volumi. E in fondo erano seriali anche Verne e Salgari. Sinceramente non lo so. In linea generale il fatto che per leggere e per discutere di libri utilizziamo certi strumenti e non altri, e che questi strumenti siano in parte nuovi e abbiano le loro caratteristiche, influenza il modo in cui leggiamo. Poi, la lettura solitaria e individuale è sempre e comunque richiesta. È difficile immaginare delle forme di lettura che non siano in qualche modo basate sul fatto di avere, individualmente, gli occhi e la testa davanti a una superficie con del testo scritto. Il soggetto che legge serve comunque, e questo vale anche per il digitale.

 

Mi pare che WattPad sia un esempio emblematico del discorso che ha fatto: un social network per scrittori e lettori basato sulla serialità.

 

Sì, sì assolutamente. Poi lì rientra anche la discussione sulla fan-fiction. Però è anche vero che se si sottolineano queste cose uno può dire che la fan-fiction Sherlockiana è iniziata quando Conan Doyle era ancora vivo, e che, come dicevamo, Verne e Salgari costruivano comunque le loro serie ben prima del digitale. Però è anche vero che Verne e Salgari sono rimasti tanto popolari anche perché hanno anticipato, fra l’altro, un modo di organizzazione dei testi che è quello che ha vinto e prevale oggi.

Sono anche interessanti, in questo contesto, le metodologie dell’instant reading di Franco Moretti, cioè l’analisi della produzione letteraria (e in genere testuale) basata su grandi quantità di dati editoriali e grandi quantità di testi: andare a vedere come cambia sui grandi numeri la produzione editoriale forse ci dice di più sulla modalità in cui leggiamo di quanto non facciano altri dati. Andare a capire su grandi numeri, non solo su due o tre libri famosi, che tipo di produzione c’è e come cambia è senz’altro una cosa importante.

 

Le voglio porre una domanda un po’ più tecnica, legata a un problema attuale nel digitale. Come si cita un ebook? Non trova che la perdita della paginazione fissa sia un problema per il quale, ancora, non è stata pensata una risoluzione?

 

Sicuramente è un problema non banale. È anche vero che se riporto un passo letterale da un ebook, in teoria dovrebbe bastare citare il titolo perché con il search interno posso ritrovarlo subito. Però la nostra abitudine alla citazione per così dire geolocalizzata, ‘librolocalizzata’, è qualcosa che in digitale facciamo fatica a ricostruire. Tutti i vari meccanismi che sono stati provati, le location, l’equivalente pagina, sono in parte innaturali e funzionano abbastanza male. Forse bisognerebbe avere il coraggio di dire che nel caso del digitale basta indicare il libro dal quale si è presa la citazione perché ritrovarla poi è una cosa immediata. Quello della citazione dagli ebook è un problema anche dei miei studenti che fanno le tesi. Detto questo, va anche ricordato che basta andare sul sito del Chicago Manual of Style per trovare indicazioni molto dettagliate sulla citazione di moltissime tipologie diverse di risorse elettroniche, compresi gli ebook. Ma sono tutte regole che non sono ancora pienamente consolidate.

 

Io ho notato problemi di notazione anche all’interno dello stesso ebook, come dei rimandi a pagine che si possono ritrovare solo nel cartaceo, perché il digitale non mantiene, appunto, la stessa numerazione.

 

I libri che sono pubblicati sia su carta che su digitale dovrebbero sempre adottare, cosa che ormai è perfettamente possibile in maniera del tutto standard, la marcatura anche delle pagine dell’edizione cartacea. Quando c’è una doppia edizione, siccome è importante che la citazione possa essere trovata dagli uni e dagli altri, bisognerebbe adottare come riferimento le pagine dell’edizione cartacea, che l’ambiente Kindle chiama “true page numbers”, i veri numeri di pagina: è significativo che anche Amazon, nell’ambiente Kindle, ti dica che i veri numeri di pagina siano quelli su carta. Il meccanismo della marcatura dei numeri di pagina tecnicamente è facilissimo. Probabilmente in prospettiva sarebbe anche superabile, però tecnicamente è fattibile. I libri dei grandi editori dovrebbero tutti usarlo.

 

Il digitale può offrire nuove possibilità alla promozione della lettura?

 

Sicuramente, e in molte forme diverse. Una delle principali è a mio avviso la cosiddetta ‘lettura aumentata’. È un tema sul quale sto lavorando per un progetto europeo molto interessante, The Living Book (www.thelivingbook.eu), e di cui mi sono occupato a lungo nell’ultimo libro, L’età della Frammentazione, e in particolare nella sua terza parte. Il discorso sarebbe lungo, per un approfondimento rimando dunque a quella sede.

Gino Roncaglia

 

Filippo Puddu

 

marzo 2018

 

Lascia un commento