Babylonica

Mio lettore, fedele osservatore che vivi in tempi e in luoghi che mai ho conosciuto e che mai vivrò, lascia che ti conduca in un mondo esistito ben prima che tu nascessi e troppi anni dopo la tua morte.

Io sono l’uomo che non esiste e, a Babylonica, mi conoscono tutti, eppure sono invisibile. Chiuso in un cappotto di lana, sono l’unico testimone di quanto accade dal sorgere del sole al calar della notte.

Così, sul prato bagnato, quando solo una timida luce si affaccia dall’orizzonte, seguo i movimenti di Onil, l’uomo del Nord, che esce dalla sua casa ai piedi del bosco. Con un’accetta, si addentra tra la vegetazione per un’altra giornata di solitudine a stretto contatto con la natura, con gli alberi che ama e abbatte per sublimarli in favore di uno scopo più alto.

E tra la fitta vegetazione, in una corsa instancabile e liberatoria, gli fa compagnia Pablo. Un vero randagio. Nessuno ci ha mai scambiato più di qualche grugnito da quando ha visto la luce nel villaggio, eppure la sua bottega da maniscalco non è mai vuota.

Stupidi uomini che vivono nell’incoscienza e nella presunzione che tutto quello che gli sta attorno sia di loro proprietà. Il bosco che circonda Babylonica appartiene ai branchi di lupi famelici e in particolare a uno, guidato dal Soggetto Alfa. Ma di come io conosca la sua storia e quella degli uomini senza tempo che lo controllano, beh, questo ora non ti è dato saperlo.

Quando mi inoltro tra i vicoli e il selciato del villaggio, sono solito soffermarmi davanti alla umile dimora di Coral. Donna nel corpo di un uomo, tutti la conoscono e tutti giurano di non avere mai oltrepassato la porta della sua abitazione. Tuttavia, non passa notte che dalle finestre non escano gemiti di piacere, risate e urla. La sua anima fragile è sostenuta solo da quel gioiello in corallo che custodisce gelosamente, sua linfa vitale carica di ricordi legati a tempi che mai torneranno, come mai per lei sono esistiti.

Troppo spesso, negli ultimi giorni, ho visto la Grande Nonna soffermarsi qui, di fianco a me. La vecchia osserva con sguardo severo e, oltre le rughe, pare capace di vedere al di là dei muri. Nessun giudizio trapela dai suoi occhi, ma solo un funereo presentimento che qualcosa accadrà e che lei sarà chiamata al dovere di cui da troppi anni si fa carico.

Le mogli del villaggio son ben ingenue, si illudono che i mariti mai abbiano varcato la porta del piacere proibito e dirigono le loro gelosie verso Agave. Mai donna più bella ho visto aggirarsi per le strade di Babylonica. C’è chi vuole la sua anima, chi le sue labbra, i suoi occhi, i suoi seni, il suo essere più intimo. Ma lei è inarrivabile come una dea, come un’attrice su un palcoscenico. Nessuno si accorge che l’unico palco che abbia mai calcato è quello plasmato dalla dura e arida terra della vita.

Non passa giorno in cui non mi imbatta in gruppi di ragazzini che tormentano sghignazzanti il povero Luciano. A conoscere la vita di quello che appare come un barbone o, al massimo, lo scemo del villaggio, ci si rende conto di quanto il destino possa essere fatale e perseverante nella sua cattiveria, nel non dare tregua a chi, ormai, è poco più che un ammasso di carne. Ma il suo cuore è grande e vivi sono i ricordi che impediscono a un’anima tormentata di spegnersi.

Lo vedo trascinarsi verso casa di Geremia. Vorrei fermarlo, tenerlo tra le mie braccia e rincuorarlo come si fa con un bambino. Ma so che non posso interrompere il flusso degli eventi. Così lo lascio andare, verso la casa maledetta. Sono anni che dalla vecchia dimora di Geremia non escono che strazianti urla, non appena una sottile falce di luna si affaccia tra le stelle. L’uomo che un tempo era una rispettata figura di Babylonica, è sparito nel nulla e le voci sul suo conto le hanno sentite tutti: a giocar col fuoco, si finisce sempre per bruciare.

Il villaggio di Babylonica è una culla che accoglie ogni varietà d’essere umano. Per un uomo che vive in balia degli eventi, ce n’è un altro pieno padrone del suo fato. Non ricordo ormai da quanti anni conosco Ivar Guillot, ma vi posso giurare che ogni lunedì e giovedì mattina lo si può scorgere entrare, di buon ora, in panetteria. Può sembrare un tipo taciturno, ma oltre la corazza nasconde un’infinità di storie ed esperienze vaste e lontane come il mare dal quale è arrivato.

Zeno, invece, è l’uomo che più sento affine al mio essere. Se fossi un osservatore esterno, come te, mio lettore, mi confonderei con lui, come fossimo due facce della stessa persona. Ma la verità è ben più complicata. Zeno non ne ha idea, pensa di aver vissuto ormai la sua esistenza e che la vita abbia smesso di regalargli sorprese. Ben presto, si dovrà ricredere.

Al finire del mio peregrinare, a ogni calar del sole, amo recarmi presso la piazza di Babylonica. Qui, un mucchio di basse case circonda un’imponente salice piangente che dà il nome al villaggio.

Poggiato sul suo tronco, protetto dalle fronde, chiudo gli occhi e li stringo tanto da vedere oltre, al di là del tempo, quando il selciato e i cavalli sono stati rimpiazzati da asfalto e motori, e il villaggio non è diventato altro che un quartiere degradato di una metropoli che lo soffoca. Nell’umanità dimenticata da Dio, stanno sdraiati sul bancone di un bar Joe Kovacs e Laney, abbattuti dai liquori e da quanto sono stati testimoni in un’anonima notte d’autunno. Sono l’emblema di un’umanità tanto diversa e lontana da quella in cui vivo e sono cresciuto, eppure loro due rappresentano l’anello di congiunzione tra il mio mondo e, forse, il tuo.

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